Ottimo, hanno trovato carbonio complesso su Marte. Sul serio, davvero, è il rilevamento più robusto mai fatto dentro il cratere Jezero. Solo che… allora, partiamo dall’inizio. Il rover Perseverance ha uno strumento che si chiama SHERLOC (mi piace come trovano i nomi alla NASA), e per la prima volta lo ha puntato su una superficie marziana naturale, non preparata in laboratorio. Risultato: il carbonio c’è, è organico, è tanto, è dappertutto. Vita su Marte, eccetera? Adoro! Ecco qua: questo è tutto. O quasi, c’è una notizia in meno.
La notizia in meno la nomino qui, così non ci giriamo intorno. Il carico del rover marziano non è in grado di dirci se quel carbonio viene dalla biologia o da processi geologici. Non lo dico io: lo dice il responsabile di SHERLOC al JPL, Kyle Uckert: la presenza di materia organica non implica per forza vita. Ottimo. Quindi cos’abbiamo trovato? Una pila di indizi che pesa molto più di prima, certo, ma la vita su Marte resta ancora un’ipotesi. Mi sbaglio?
Cosa ha visto davvero SHERLOC
Lo studio è uscito su Science Advances il 24 giugno 2026, firmato da Ashley Murphy del Planetary Science Institute. Lo strumento che vi menzionavo prima, SHERLOC, è uno spettrometro Raman a luce ultravioletta profonda che identifica firme chimiche colpendo le rocce con un laser.
Nel caso specifico, è stato puntato su quattro bersagli ripartiti su tre rocce dell’affioramento di Bright Angel, lungo Neretva Vallis, l’antico canale fluviale che alimentava il lago dentro Jezero. In due di quelle rocce, e una è la celebre Cheyava Falls con le sue macchie scure tipo leopardo, sono saltate fuori centinaia di rilevazioni di carbonio macromolecolare. Ripeto: centinaia.
Macromolecolare significa molecole organiche grandi, complesse. Sulla Terra, queste catene di carbonio sono spesso quello che resta di microbi vissuti miliardi di anni fa, l’unica firma chimica che il tempo non ha cancellato. Qui c’è il primo dettaglio interessante: il carbonio si distribuisce sia nei sedimenti silicatici di base, sia nei minerali (carbonati, solfati) che si sono formati dopo, quando dei fluidi sono passati attraverso la roccia. Un risultato che anche i primi campioni del 2022 avevano lasciato intuire, e che ora si fa concreto.
Il lavoro di Murphy e del team SHERLOC
Pubblicazione: Murphy A. et al., “Spatially distributed complex organic matter detected in an ancient river valley in Jezero crater, Mars”, pubblicato su Science Advances (2026). DOI: 10.1126/sciadv.adx0047.
Dati chiave: quattro bersagli su tre rocce in Bright Angel (Neretva Vallis, cratere Jezero). Centinaia di firme di carbonio macromolecolare in due mudstones, Cheyava Falls compresa. Distanza dal sito Curiosity (cratere Gale): circa 3500 km. Primo rilevamento Raman di carbonio organico complesso su superficie marziana naturale non preparata.
Due rover, due crateri, una storia
Quei 3500 chilometri valgono più del numero. Curiosity nel 2014 aveva fiutato composti organici dentro Gale, dall’altra parte del pianeta. A febbraio scorso vi raccontammo lo studio di Pavlov che, con un’analisi matematica retrospettiva delle radiazioni, calcolava una concentrazione iniziale fino a 7700 ppm dentro quelle stesse rocce di Cumberland. Ora Murphy aggiunge un secondo campionamento, indipendente, con uno strumento completamente diverso, a 3500 km. Se sia bio o abio resta da capire. Però comincia a essere difficile spiegare la geografia: due crateri lontanissimi, due epoche compatibili, lo stesso tipo di carbonio. Che lassù ci fosse una biosfera antica diffusa, dice Uckert, è un’ipotesi che ormai entra largamente nel discorso. Ipotesi, sottolineo.
Quanto tempo passerà prima di una risposta vera
Orizzonte stimato: almeno 10 anni, forse di più.
Per stabilire se quel carbonio è biologico servono i campioni a Terra, dentro un laboratorio, con strumenti che il rover non può portarsi dietro. La missione Mars Sample Return, da cui dipende l’intera faccenda, è in ridiscussione da anni: a gennaio 2025 la NASA ha presentato due piani alternativi per provare a contenere i costi, esplosi oltre gli otto miliardi.
Nel frattempo i tubetti restano lì, sigillati, a riposo sulla superficie marziana, ad aspettare un veicolo che non si sa ancora chi costruirà. La vita su Marte, intanto, continua a essere quella cosa di cui sappiamo sempre di più senza poterla mai chiamare per nome. Comunque, è una conversazione che continuerà, finché Cheyava Falls non si decide a parlare chiaro.