Negli Stati Uniti, nel 2024, circa 419.000 persone lavoravano con un permesso chiamato OPT: è quello che consente ai laureati stranieri di restare qualche anno dopo il dottorato, per fare esperienza prima di tornare a casa o restare per sempre. Per molti di loro, quel permesso è stato il motivo per scegliere un’università americana invece che una canadese, inglese o australiana. Ora l’amministrazione Trump sta valutando una tassa da 92.000 euro proprio su quel programma, ed è uno dei tanti segnali di una fuga di cervelli che gli Stati Uniti si stanno costruendo da soli.
Il caso più citato in questi giorni è quello di Yang Zhilin. Un dottorato alla Carnegie Mellon, varie esperienze in Google e Meta, e un’offerta di lavoro rifiutata da Apple. Con un curriculum così, la strada scontata sarebbe stata restare in America e fondare lì la sua azienda. Yang invece è tornato in Cina, ha fondato Moonshot AI, e il suo modello Kimi K3 oggi rivaleggia con quelli di OpenAI e Anthropic.
La fuga di cervelli non aspetta più la green card
C’è chi ha proposto di assegnare una green card a ogni dottorato in AI, e non ha tutti i torti. Ma quella proposta parte da un’idea vecchia: che i migliori talenti vogliano prima lavorare per i grandi colossi tech, e solo dopo qualche anno di gavetta mettersi in proprio. Non è più così. L’intelligenza artificiale ha appiattito l’esperienza necessaria per costruire qualcosa: oggi si fondano startup a 25 anni, appena usciti dal dottorato o anche prima. E più di due terzi delle persone in grado di farlo, nei laboratori di ricerca AI statunitensi, sono straniere.
Non è un dettaglio da poco: è una intera, piccola popolazione che gli USA rischiano di perdere.
Nel frattempo il sistema si stringe, non si allarga. Oltre alla tassa sugli OPT, la finestra per restare nel paese dopo la laurea è scesa da 60 a 30 giorni “per combattere l’abuso dei visti”. Tradotto: chi sta finendo un dottorato passerà l’ultimo anno a cercare disperatamente un lavoro, non a pensare a come trasformare la propria idea in un’azienda.
Chi sta approfittando della situazione
Il Canada ha aperto un programma dedicato a chi negli USA aveva un visto H-1B, e ha dovuto chiuderlo già in un giorno per il numero altissimo di richieste. Australia e Francia stanno correndo campagne di reclutamento rivolte esplicitamente ai ricercatori scontenti negli Stati Uniti.
La Cina, però, si era mossa prima di tutti: il suo Thousand Talents Plan è partito nel 2008 e ha riportato in patria più di 7.000 persone in un decennio, secondo dati citati da Rest of World.
Dati chiave: il 40% dei premi Nobel vinti da americani in chimica, medicina e fisica dal 2000 è andato a immigrati (fonte: National Foundation for American Policy). Tra questi, Omar Yaghi, arrivato negli USA da rifugiato in Giordania, Nobel per la chimica lo scorso anno: ha lasciato Berkeley per guidare un istituto di AI applicata ai materiali a Tsinghua, Pechino.
Vale la pena guardare anche a chi resiste, e in che condizioni: la scena che l’ascesa di DeepSeek aveva già anticipato un anno fa, quella di un’intelligenza artificiale cinese capace di competere senza passare per la Silicon Valley, oggi si ripete con un attore diverso e con le stesse premesse.
Il paradosso della strategia sui chip
A settembre Stati Uniti e Cina si siederanno a un tavolo per parlare di AI, e il controllo sull’export dei chip sarà uno dei temi caldi. Quello che nessuno dei due dirà ad alta voce è che non esiste un controllo all’esportazione per dove una persona decide di fondare la propria azienda. Per decenni l’immigrazione verso gli Stati Uniti è stata una porta a senso unico: arrivavi, restavi, costruivi lì. Ora quella porta si apre anche nella direzione opposta, e Yang Zhilin non sarà l’ultimo a passarci.
La fuga di cervelli che si sta consumando in questi mesi richiederà anni per essere misurata davvero: nel frattempo, ogni ricercatore che sceglie Pechino invece di Cupertino è già un pezzo di risposta, prima ancora che arrivi la prossima statistica ufficiale.