Una bottiglia di plastica comprata al supermercato, di quelle che si buttano nel sacchetto giallo senza pensarci, finisce dentro un reattore che la scompone a colpi di calore. Dall’altra parte del processo, qualche giorno dopo, esce un biscotto alla vaniglia fatto letteralmente con quella stessa plastica, passata attraverso un lievito riprogrammato con CRISPR che la digerisce e la trasforma in proteine, grassi e aromi. E buon appetito! Il progetto arriva dalla Southern Illinois University Carbondale. Lo hanno chiamato μBites (si pronuncia “microbites”), un nome che già suona (un po’ sinistramente) come un brand da supermercato bio.
Il processo, in breve: bottiglie usate e scarti vegetali (gambi e foglie di mais scartate dai campi) passano per un trattamento chiamato oxidative hydrothermal dissolution, che usa il calore per romperli in componenti digeribili dai microbi. Quei componenti diventano il pasto di un lievito modificato geneticamente, che li converte in proteine, grassi, acidi, aromi come la vaniglia e beta-carotene, il precursore della vitamina A. Fibre, amido e dolcificante completano l’impasto, che poi viene estruso con una stampante 3D nella forma desiderata.
Sandhya Jayasekara, che guida il team, ne parla con un entusiasmo puramente… come dire, olfattivo.
“Penso abbia un aroma gradevole e invitante. E credo avrà anche un buon sapore. Non l’abbiamo ancora assaggiato, ma ha un buon profumo, questo è certo: come un vero biscotto.”
La ricerca è stata presentata all’incontro autunnale dell’American Chemical Society a Chicago: il team resta comunque in attesa del via libera istituzionale prima di poter mordere ufficialmente il proprio esperimento.
A che serve, se nessuno lo mangerà davvero?
Scusassero la domanda, signori: perché costruire un processo così elaborato, se nemmeno gli inventori l’hanno provato e il mondo produce 400 milioni di tonnellate di plastica ogni anno? Secondo Lahiru Jayakody, co-autore del lavoro, la risposta non sta nel biscotto in sé. Serviranno vent’anni prima che sia davvero possibile prendere plastica da oceani e discariche e trasformarla in cibo sicuro su scala reale. Quello che conta ora è la dimostrazione di principio, un microbo capace di digerire un rifiuto e restituire qualcosa di commestibile. Non è un prodotto da scaffale, è un prototipo di metodo, e i metodi hanno la brutta abitudine di sopravvivere ai loro primi, imbarazzanti tentativi. Per fortuna, aggiungo.
C’è anche chi, come Jason Hallett dell’Imperial College di Londra, non condivide l’ottimismo: definisce la ricerca “divertente e interessante”, ma anche, con ogni probabilità, “un vicolo cieco sul piano pratico”. L’obiezione è aritmetica, non ideologica. Non si possono convertire 400 milioni di tonnellate di plastica l’anno in biscotti, e la plastica vergine costa ancora meno di qualunque alternativa bio-industriale su scala. Per lui la strada resta il riciclo tradizionale, frenato non dalla tecnologia ma dalla logistica di raccolta e dai prezzi troppo bassi della plastica nuova.
C’è poi un ostacolo che nessun laboratorio risolve con la chimica: la percezione.
La preoccupazione per le microplastiche nel nostro sangue è già alta di suo. Vendere un cibo fatto letteralmente di plastica trasformata richiede un salto di fiducia che il marketing da solo difficilmente copre. Ci aveva già provato, con più successo di pubblico, chi ha lavorato sul packaging commestibile a base di alghe: lì il punto di partenza non era un rifiuto tossico ma un’alga, e la differenza si sente. Sugli snack agli insetti, stendo un velo pietoso. In Europa un fiasco totale: anche i fenomeni da tastiera che tacciavano gli altri di essere retrogradi, evidentemente, non erano abbastanza per tenere in piedi il business. Per ora e almeno per me, perdonatemi, patatine di grillo anche no.
Jayakody spera che il progetto, anche restando un esperimento da conferenza, inneschi “uno spostamento sociale” nel modo in cui pensiamo ai rifiuti: è un obiettivo onesto, meno ambizioso di quanto suggerisca il titolo. Nel frattempo, i biscotti dalla plastica restano lì, chiusi in un laboratorio dell’Illinois, ad aspettare un modulo firmato prima che qualcuno possa scoprire se profumano di vaniglia quanto promettono. Sul sapore, andate avanti voi: mi farete poi sapere.
Quanto ci vorrà prima di vedere i biscotti “alla plastica” sugli scaffali?
Onestamente credo non prima di 20 anni se si mostrassero sicuri (?), forse mai su scala commerciale. Il primo ostacolo non è la biologia del lievito, già dimostrata. È l’approvazione normativa di un alimento nato da plastica riciclata e ingegneria genetica insieme: doppio scoglio, nessuna agenzia lo ha ancora affrontato. Il secondo ostacolo è economico: raccogliere e processare plastica sporca costa più della plastica vergine. Chi ci mette le mani per primo, se succederà, saranno programmi pilota universitari o applicazioni di nicchia come integratori e mangimi, non certo gli scaffali del supermercato.
