In ben 138 ospedali di 18 diversi paesi, per 48 settimane migliaia di persone con vitiligine hanno preso ogni giorno una pastiglia uguale per tutti, almeno esternamente. In realtà, metà di tutte queste pastiglie conteneva un farmaco, metà uno zucchero travestito da farmaco. Nessuno sapeva chi avesse preso cosa. Solo alla fine sono arrivati i numeri.
E i numeri diconoquesto: chi ha preso upadacitinib, già in commercio come Rinvoq, ha quattro volte più probabilità di riguadagnare colore sul viso rispetto a chi ha preso il placebo. Lo studio, pubblicato su The Lancet, è la prima prova solida che una pillola può fare quello che finora facevano solo creme e fototerapia.
Come funziona, in breve
La vitiligine non è un problema di pigmento in sé: è il sistema immunitario che attacca per errore i melanociti, le cellule che producono la melanina. Upadacitinib appartiene ai JAK inibitori, farmaci che spengono selettivamente parte di questa risposta immunitaria. In sostanza, tolgono pressione all’attacco e lasciano che la pelle provi a ricolorarsi da sola.
Chi aveva macchie estese o in zone difficili da raggiungere con una crema aveva poche alternative pratiche: una pastiglia che agisce su tutto il corpo cambia la logistica del trattamento, non solo la sua efficacia.
I due trial in numeri
Pubblicazione: studio di Fase 3 su upadacitinib, “Upadacitinib for non-segmental vitiligo”, pubblicato su The Lancet (2026). DOI: 10.1016/S0140-6736(26)00896-2.
Dati chiave: 614 partecipanti dai 12 anni in su, due trial paralleli, 48 settimane a 15 mg al giorno. Nel primo trial il 25% dei trattati ha recuperato il 75% del colore sul viso, contro il 6% del placebo. Nel secondo: 23% contro 7%. Sul resto del corpo, tra il 19% e il 21% ha recuperato almeno metà del colore perso, contro il 6% del placebo.
Il farmaco è già stato approvato dalla Commissione Europea il 29 luglio scorso, per adulti e adolescenti dai 12 anni con la forma più comune di vitiligine: altrove lo stato di approvazione ha tempistiche differenti.
Il rovescio della medaglia
Va detto con chiarezza quello che i titoli entusiasti spesso saltano: circa tre pazienti su quattro, in entrambi gli studi, non hanno raggiunto l’obiettivo sul viso. E circa quattro su cinque non hanno recuperato metà del colore sul resto del corpo. Il farmaco funziona per una minoranza consistente, non per tutti. Dentro quella minoranza c’è però un piccolo gruppo, il 14%, con risultati quasi completi: oltre il 90% di recupero.
Ci sono anche possibili effetti collaterali da mettere in conto. Infezioni respiratorie, acne, mal di testa, infiammazioni di naso e gola sono i più comuni. Sette pazienti su 614 hanno sviluppato l’herpes zoster. Problemi seri sono stati segnalati nel 4% dei trattati. Upadacitinib porta con sé avvisi noti su infezioni gravi, rischio oncologico e trombosi: un prezzo che non si può ignorare.
Lo studio è stato finanziato da AbbVie, l’azienda che produce il farmaco e che ha contribuito al disegno dei trial. Questo ovviamente non invalida i risultati, ma è un dettaglio da tenere sul tavolo. Il confronto, poi, è stato fatto solo contro placebo: non sappiamo ancora come upadacitinib si comporti testa a testa con creme o fototerapia.
Chi convive con la pelle già segnata da infiammazioni croniche conosce la fatica dei trattamenti topici quotidiani. La stessa logica di sollievo sistemico si è vista, con farmaci diversi, nella caduta dei capelli su base autoimmune, e in modo ancora più radicale nella terapia a distanza per la colite. La scommessa è sempre quella: spegnere l’immunità che sbaglia bersaglio.
Quanto tempo serve prima che questo farmaco si diffonda?
Servono dai 2 ai 4 anni per una diffusione più ampia in Europa.
Il farmaco è già approvato in UE: l’orizzonte, ora, è quello della rimborsabilità e delle linee guida cliniche, non più di laboratorio. I pazienti restano sotto osservazione per altre 112 settimane, un dato che chiarirà se il colore recuperato resiste anche dopo lo stop al farmaco. Ne beneficeranno per primi i casi estesi su viso e corpo, dove le creme sono impraticabili. Restano fuori, per ora, molti pazienti con pelle più scura: sottorappresentati negli studi.
Alla fine resta una pastiglia da 15 milligrammi, presa ogni mattina per quasi un anno. Per chi convive con la vitiligine, in un paziente su quattro ha fatto quello che le creme provavano a fare in mesi di applicazioni quotidiane.
Per gli altri tre, la busta sigillata si è aperta senza sorprese.