Sui nanorobot magnetici il cerchio si sta stringendo, e a stringerlo sono in due. Lo. scorso novembre il gruppo di Bradley Nelson all’ETH di Zurigo li aveva fatti navigare nei vasi sanguigni cerebrali di suini e pecore, pubblicando su Science con una dichiarazione netta: siamo pronti per i trial umani. Adesso l’Harbin Institute of Technology risponde pilotando i suoi sciami nel liquido cerebrospinale dei primati, pubblicando i risultati sempre su una “rivista pesante”.
Per la prima volta da vent’anni, l’Europa e la Cina si guardano da pari a pari su una tecnologia che i comunicati stampa hanno sempre presentato come americana per definizione.
Il paper cinese è del gruppo di Wu Zhiguang, con la collaborazione dell’Ospedale Generale dell’Esercito Popolare di Liberazione. È uscito l’11 agosto sul bollettino HIT e la settimana successiva su Science Advances. La parola chiave del titolo è intratecale, cioè dentro il canale spinale. Non nel sangue, come ha ripetuto mezza rassegna stampa italiana la settimana scorsa: qui ci prendiamo tempo per leggerli, gli studi. Perché è una differenza sostanziale? Perché cambiano la scena del trattamento e il tipo di paziente: cambia, soprattutto, la strada regolatoria.
Come si muovono i nanorobot magnetici in sciame
Le particelle utilizzate sono degli strani ibridi: hanno un nucleo magnetico di ossido di ferro e ospitano un farmaco rivestito con vescicole ricavate da membrane di neutrofili ed esosomi di cellule staminali. Fuori dal corpo del paziente (in questo caso, del primate) c’è un magnete che ruota, e quando questo magnete è in funzione, dentro il corpo le nanoparticelle si auto-organizzano in strutture a vortice, a catena o a nastro, cambiando forma a seconda del compito.
Il vortice serve per attraversare tratti stretti, la catena è utile a farsi strada in un fluido denso, il nastro per aderire a una parete.
Il gruppo di Wu lavora su questa famiglia di dispositivi dal 2019. Nel 2021 aveva mostrato che un altro sciame (chiamato neutrobot) poteva attraversare la barriera ematoencefalica nei topi per colpire un glioma. Poi è arrivato il robot magnetico a forma di oloide di Leeds per il tratto gastrointestinale, e la tecnica di collasso dei coaguli per l’ictus.
A ciascun laboratorio, come vedete, il suo pezzo di corpo. Harbin si è scelto il midollo spinale.
Il lavoro di Wu e del gruppo di Harbin
Pubblicazione: Wu Zhiguang et al., “Adaptive intrathecal nanorobotics in mice and nonhuman primates for navigated CNS therapy”, pubblicato su Science Advances (agosto 2026). DOI: 10.1126/sciadv.aec2918.
La gara silenziosa con Zurigo
Le due squadre si giocano un’esclusiva mondiale sulla stessa idea (guidare dispositivi grandi come polvere dentro il corpo con un magnete che sta fuori) ma la scommessa anatomica è opposta. Zurigo lavora sui vasi sanguigni cerebrali, quindi ictus, aneurismi, occlusioni. Harbin lavora sul canale spinale, quindi lesioni midollari, sclerosi multipla, farmaci diretti al cervello che oggi si iniettano con procedure invasive.
Il tono dei due comunicati non potrebbe essere più diverso. Nelson usa la parola clinicamente pronti. Wu usa passo critico verso la traslazione. In fisica è la stessa distanza, in tema di regolamenti sono due mondi. Chi arriverà prima ai test sull’uomo detterà lo standard di sicurezza per un intero settore, quello dei nanorobot magnetici, che ancora non esiste. E gli USA? Su questo sviluppo specifico arrancano: nella cronaca hanno tenuto il palcoscenico per anni, qui invece non ci sono.
A cosa possono servire davvero?
Individuo tre scenari clinici, in ordine di probabilità.
Il primo è la chemioterapia intratecale per i tumori cerebrali: oggi il farmaco viene iniettato nel canale spinale e si diffonde per gravità, arrivando ovunque tranne che dove serve. Uno sciame magnetico portato a bersaglio manterrebbe la dose alta sul tumore e bassa sul resto del cervello, dove fa danni cognitivi seri.
Il secondo è la consegna mirata di farmaci per la sclerosi multipla, dove le placche demielinizzanti sono dislocate lungo il midollo e trattarle una per una farebbe la differenza.
Il terzo, il più ambizioso, è la riparazione delle lesioni midollari acute: nelle prime ore dopo il trauma, portare fattori di crescita esattamente al sito della lesione (invece che nel plasma dove si diluiscono) potrebbe cambiare la finestra di recupero.
Sono tutte cose che si tentano già oggi con strumenti brutali: uno sciame guidato di nanorobot sarebbe l’equivalente di passare dal pennello al pennarello a punta fine.
Quanto manca all’uomo, davvero
Non molto, ma neanche così poco: almeno 7 anni per il primo trial umano su indicazione stretta, se tutto fila liscio.
Servono studi di tossicità cronica sui primati (nessuno sa cosa fa un grammo di ossido di ferro rimasto nel liquido cerebrospinale dopo cinque anni), servono protocolli di rimozione dello sciame a fine trattamento, e serve un magnete esterno certificato come dispositivo medico.
Il primo paziente probabilmente sarà un volontario con una lesione midollare recente, dentro un ospedale universitario.
La cosa che colpisce, comunque, è un’altra. Per la prima volta dal 2019 ci troviamo davanti a due gruppi che pubblicano risultati comparabili sui nanorobot magnetici a nove mesi di distanza, con la stessa fisica di fondo e strategie regolatorie opposte.
È l’assetto tipico che precede una tecnologia reale, non quello dell’ennesimo annuncio che si perde. Dei pazienti veri, di qui a dieci anni ne beneficeranno davvero.