Più della metà del traffico internet, oggi, arriva da bot, script, agenti automatici, insomma: codice che clicca al posto di qualcuno in carne e ossa. È lo sfondo silenzioso di un pezzo d’Occidente che fatica sempre di più a distinguere un sondaggio vero da uno inventato, un collega reale da un’identità rubata, una previsione del tempo autentica da una generata per fare numero. La realtà sintetica, insomma, non bussa più alla porta: abita già a casa nostra.
Vabbè, direte voi, i bot ci sono sempre stati. Vero. Quello che cambia adesso è la scala e il costo: fabbricare un sondaggio, una voce, un dirigente aziendale in videochiamata… Fino a pochi anni fa serviva una squadra, oggi bastano un laptop e qualche abbonamento. Ed è esattamente quello che ha fatto, per mesi, il ragazzo di 21 anni di cui vi parlo.
Un sondaggio inventato che ha deciso due elezioni
Rahil Prakash si è appena laureato. Fino a due settimane fa nessuno sapeva chi fosse: poi ha ammesso, in un’intervista al Guardian, di essere l’uomo dietro Median Strategies, una società di sondaggi che in realtà non sondava nessuno. I numeri se li inventava da solo, e per mesi hanno viaggiato dentro le redazioni americane come se fossero autentici.
Alle primarie democratiche del Wisconsin, il sondaggio di Median dava la “socialista” Francesca Hong avanti di qualcosa come 23 (ventitré!) punti su David Crowley. Ha vinto Crowley, per mezzo punto percentuale. A Los Angeles, Median aveva dato la sindaca Karen Bass avanti di quasi 12 punti sulla sfidante Nithya Raman: Bass ha persino citato quel dato come prova del proprio vantaggio, salvo cancellare il post appena il sondaggio è stato smascherato come falso.
Prakash, dopo la confessione, ha definito l’intera operazione un “esperimento sociale a breve termine” sulla disinformazione. In pratica: ho mentito per mesi a intere redazioni, ma lo facevo per una buona causa. Chi decideva qual è la buona causa, of course, era lui.
Il collega che non esiste
Se pensate che il problema riguardi solo la politica, guardate cosa succede dentro le aziende. I nordcoreani hanno costruito quella che il Wall Street Journal ha definito una vera e propria forza lavoro nascosta all’interno di diverse società americane: identità rubate, strumenti IA per superare i colloqui video, facilitatori negli Stati Uniti che ritirano lo stipendio. Gente che lavora ogni giorno, e lo fa anche in videochiamata, o su piattaforme come Slack, senza che nessuno si accorga che non è chi dice di essere.
E quando non è un lavoratore fantasma a colpire, è il volto stesso dei dirigenti a diventare arma: la società di consulenza globale Arup ha perso più di 23 milioni di euro dopo che un dipendente si è unito a una videochiamata con i propri dirigenti, e ha eseguito le istruzioni di trasferire denaro su vari conti. Solo che i dirigenti non erano veri, erano delle versioni deepfake generate con intelligenza artificiale. E avevano aggirato tutto: dall’autenticazione a più fattori, ai controlli live.
L’inchiesta sulla realtà sintetica che mette in fila i pezzi
Pubblicazione: Neal Rothschild, “Synthetic everything is warping America”, pubblicato su Axios (23 agosto 2026).
Anche la popolarità si può fabbricare
Qui la cosa si fa più sottile, perché non c’è nessun reato, solo un meccanismo che si autoalimenta. Diverse aziende stanno disseminando il web di classifiche di prodotto scritte apposta per favorire sé stesse, sapendo che i chatbot AI le assorbiranno e le ripeteranno ai consumatori come fossero pareri neutri.
Un fenomeno che avevamo già raccontato parlando di quanto il web sia ormai popolato più da contenuti IA che da persone in carne e ossa. Un trend che qualcuno ha già ribattezzato “sloptimization”, da “slop”, la parola usata per indicare la “spazzatura AI” che sta saturando tutto.
Sul fronte musica e intrattenimento ci sono agenzie di marketing che pagano reti di account fasulli per generare buzz artificiale attorno a canzoni e celebrità, tanto quanto basta per far scattare gli algoritmi delle piattaforme e trasformare l’attenzione finta in attenzione vera.
Il trucco, se ripetuto abbastanza a lungo, smette di essere un trucco: diventa il modo in cui funziona il sistema.
Anche il meteo dentro la realtà sintetica
James Spann fa il meteorologo in Alabama da anni. In una settimana di agosto si è ritrovato a rispondere a decine di persone convinte che stesse per arrivare un’ondata di freddo anomala, a fine mese. Non stava arrivando niente del genere, però: l’aveva inventata un bot, per generare click su previsioni farlocche spacciate da fattorie di engagement automatizzate. Spann ha dovuto smentire, in diretta sui social, qualcosa che nessun ente meteo aveva mai annunciato.
Se dobbiamo controllare la fonte perfino di un bollettino meteo, il problema non è più “quanto sono bravi i deepfake”. È che il costo di produrre menzogne credibili si è azzerato, mentre il costo di verificarle resta identico a prima: tutto sul groppone di chi legge, guarda, ascolta e deve sobbarcarsi fatica e responsabilità. Vedete che non esageravamo quando, ad esempio, avevamo già consigliato alle famiglie di darsi una parola d’ordine proprio per proteggersi da voci clonate e identità false.
Quanto durerà questa fase
Non so dirlo, sono onesto: ma come accade spesso, probabilmente peggiorerà ancora prima di stabilizzarsi.
Non esiste una soluzione tecnica singola all’orizzonte. Watermarking e autenticazione dei contenuti sono tutte pezze parziali su un problema di scala. Chi ha più risorse per investire in verifica può ancora reggere per un po’. Restano indietro il cittadino medio, la piccola redazione, la famiglia che riceve una telefonata clonata. Il limite vero non è tecnologico: è che verificare costa tempo, e il tempo è l’unica risorsa che l’informazione sintetica sottrae per prima.
Un ragazzo di 21 anni, da solo, ha smosso la narrazione di due corse elettorali americane con numeri inventati su un sito senza storia. Non serve uno Stato, non serve un’agenzia: i meccanismi della manipolazione digitale li avevamo già mappati, ma la disponibilità di questi strumenti a chiunque abbia un laptop è la parte nuova. La realtà sintetica non arriva come un’invasione: si infila nelle crepe dove nessuno controlla, un sondaggio, un collega, un bollettino meteo alla volta.
Quello che mi colpisce non è che esistano i bot, i sondaggi finti, i deepfake da 23 milioni di euro. È che stiamo tutti, io per primo, sviluppando una specie di sospetto di fondo verso qualunque cosa arrivi da uno schermo: un riflesso nuovo, che dieci anni fa non ci serviva. La realtà sintetica sta erodendo la nostra fiducia in quella reale. Non so se sia un male (il dubbio, se non diventa ossessione, è il motore del pensiero). So che è un lavoro in più, silenzioso, che ormai facciamo tutti senza accorgercene: e nessuno ce lo ha chiesto.
Voi che ne pensate?