Oltre il 50% degli articoli pubblicati online nel 2025 è generato da contenuti AI. Non è una previsione: è il dato reale emerso dall’analisi di Graphite su 65.000 testi in lingua inglese. Due anni fa eravamo al 10%. Dodici mesi dopo, al 40%. Adesso la curva si è stabilizzata: umano contro macchina, praticamente 50 e 50, ma la bilancia pende verso i “papponi artificiali”. Per me non ci sono dubbi sul fatto che “slop” sia la parola dell’anno. Contenuti AI di bassa qualità. Video surreali, fake news “credibili”, articoli fatti con il copia-incolla algoritmico.
Il web che conoscevamo sta scomparendo,. ma forse tanti se ne accorgeranno solo quando sarà tardi.
Graphite, società di analisi SEO, ha verificato ogni articolo con Surfer, un detector che classifica come “generato” qualsiasi testo con almeno il 50% di contenuto scritto da large language model. Il picco è arrivato a novembre 2024. Poi l’assestamento. I contenuti AI non crescono più in modo esponenziale, ma si sono stabilizzati. Un po’ come se avessero trovato il loro equilibrio naturale con quelli umani, o si fossero “fusi” in modo indistinto. Cosa cambierà da adesso in poi?
1. Gli agenti AI sostituiranno la ricerca tradizionale
Google Search è già cambiato. Le AI Overviews (quei riassuntini generati dall’intelligenza artificiale che compaiono prima dei link) hanno trasformato il modo in cui cerchiamo informazioni. Come abbiamo raccontato su Futuro Prossimo, l’idea di Google è semplificare e velocizzare. Ma c’è un problema: questa tendenza a pre-masticare l’informazione rischia di appiattire il pensiero.
Entro fine 2026, secondo gli esperti, non cercheremo più. Saranno gli agenti AI a farlo per noi. ChatGPT Atlas, Perplexity Comet, Opera Neon: browser che mettono i contenuti AI al centro. Non liste di link, ma risposte dirette. Conversazioni. L’agente legge, sintetizza, decide cosa mostrarvi. Voi non cliccate più su nulla. Il web diventa un database per macchine, non una biblioteca per persone.
Adam Nemeroff, della Quinnipiac University, lo spiega chiaramente:
“Stiamo passando da un internet progettato per occhi umani a uno progettato per agenti AI. Presto non navigherete il web per prenotare un volo. Lo farà il vostro agente personale”.
I contenuti AI non sono più solo output: sono diventati l’interfaccia stessa del web.
2. I creator umani perderanno traffico (e soldi)
Clarkesworld, rivista di fantascienza online che paga gli articoli ospiti, ha dovuto smettere di accettare nuovi contributi già nel 2024. Motivo: troppi contenuti AI. Migliaia di racconti generati da ChatGPT, inviati in massa. Stesso problema su Wikipedia, dove i moderatori faticano a distinguere voci scritte da umani da quelle prodotte da intelligenza artificiale.
YouTube? Uno su dieci dei canali con la crescita più rapida a luglio 2025 pubblica solo contenuti AI. Super Cat League ha raccolto 3,9 milioni di iscritti con soap opera feline generate da algoritmi. Su Instagram, video di celebrità con corpi di animali ottengono 3,7 milioni di visualizzazioni. TikTok trabocca di finti vlog tenuti da personaggi famosi.
Il dato peggiore per gli editori: se gli agenti AI leggono i siti al posto degli umani, nessuno vede più le pubblicità. I contenuti AI spostano traffico, engagement, ricavi. Chi scrive per mestiere si trova a competere con macchine che producono cento articoli nel tempo che serve a un giornalista per scriverne uno. La matematica è spietata.
3. La fiducia nell’informazione crollerà ancora di più
Dopo l’uragano Helene nel 2024, sui social è circolata l’immagine di una bambina con un cucciolo in braccio, in mezzo a un’alluvione. Fake. Generata da contenuti AI, usata da influencer repubblicani per attaccare Biden. L’immagine sembrava vera. Era credibile. Ha funzionato.
Il problema non è solo che i contenuti AI possono ingannare. È che stanno erodendo la capacità di distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è. Nell’86% dei casi, Google Search mostra ancora articoli scritti da umani. Ma quanto durerà? E soprattutto: quando un articolo sembra professionale, ben scritto, corredato di dati, chi si ferma a chiedersi se dietro c’è una persona o un algoritmo?
Nell’era dei contenuti AI, la regola d’oro suggerita dagli esperti è questa: fate conto che, come standard, tutto sia generato da macchine. Cercate piuttosto prove del contrario. Pagate per i media di cui vi fidate. Supportate chi ha linee editoriali chiare. Altrimenti, il rischio è quello di vivere in una bolla dove le macchine parlano ad altre macchine, e noi ascoltiamo senza sapere chi sta davvero parlando.
4. Le AI si nutriranno di contenuti AI (e degenereranno)

C’è un problema tecnico sollevato da molti, eppure se ne parla ancora poco: se oltre metà del web è già fatto di contenuti AI, e i nuovi modelli di intelligenza artificiale si addestrano su dati presi dal web, cosa succede? Succede che le AI future impareranno da contenuti AI del passato. Un circolo vizioso.
Nell Watson, ingegnere etico AI alla Singularity University, lo chiama “l’effetto ouroboros digitale”: il serpente che si morde la coda. Più le AI diventano brave a fare ricerca, più velocemente creano nuove AI. Ma se i dati su cui si allenano sono sintetici, la qualità degrada. Si perde il contatto con la realtà.
Il paradosso: i contenuti AI stanno inquinando l’ecosistema informativo da cui le stesse AI dipendono. È come addestrare un cuoco guardando solo video di altri cuochi che hanno imparato da altri video. Prima o poi, qualcuno deve aver cucinato davvero.
5. Nascerà un’economia dei contenuti “artigianali”
C’è chi prevede da tempi non sospetti una reazione (il primo cui ho sentito fare questa previsione è stato il mio socio in Melancia, Giandomenico Ciociano, all’indomani del lancio del primissimo ChatGPT). Se i contenuti AI diventeranno la norma, quelli umani potrebbero diventare un lusso. Un po’ come il cibo biologico o i vinili: più costosi, ma autentici. Marchi editoriali che certificano “scritto da persone”. Piattaforme a pagamento dove l’accesso è riservato a chi cerca qualità.
Parlerei di “rigetto da autenticità”: quando tutto sembra lucido, perfetto, generato, le persone iniziano a desiderare imperfezioni, frizioni, umanità. I contenuti AI possono essere più luminosi, più coinvolgenti. Ma alla lunga, creano un effetto da sirena incantatrice: attirano, ma non nutrono. Anzi.
YouTube ha già iniziato a penalizzare i canali che pubblicano contenuti AI ripetitivi e di bassa qualità. Instagram e TikTok potrebbero seguire. Ma la domanda resta: se gli utenti continuano a guardare, a cliccare, a condividere, perché le piattaforme dovrebbero cambiare strategia? Il mercato premia chi genera attenzione. E i contenuti AI, per ora, la generano.
Internet non è morto, ma sta cambiando pelle. Il sorpasso dei contenuti AI su quelli umani è ormai cosa fatta, e questa percentuale è destinata a crescere. Tra agenti intelligenti che navigano al posto nostro e macchine che scrivono per altre macchine, ci troviamo in mezzo a una trasformazione che nessuno ha davvero pianificato.
Il web degli umani diventerà una nicchia da coltivare con passione. Altrimenti sparirà, e interagiremo in altri modi, con altre forme.