Un data center “sovrano” ronza nella pianura padana: dentro il data center, processori quantistici dialogano con intelligenze artificiali addestrate su dati europei, seguendo standard che non esistono altrove. A cinquemila chilometri di distanza, un altro data center opera con regole incompatibili. Tra i due, nessun ponte. Benvenuti nel 2035 della “sovranità frammentata“, uno dei tre scenari digitali possibili tracciati dal Center for Digital Envisioning del Politecnico di Milano. Gli altri due? Una tecno-sinfonia dove tutto funziona in armonia, oppure uno stallo totale dell’innovazione.
Tre futuri radicalmente diversi. Tutti e tre plausibili: perché la partita degli scenari digitali si gioca adesso.
Scenari digitali: 19 megatrend, tre futuri
Il Center for Digital Envisioning ha identificato ben 19 megatrend destinati a ridisegnare gli scenari digitali nei prossimi dieci anni. Dal Critical Computing (la potenza di calcolo che diventa infrastruttura geopolitica) all’Enriched Data (i dati che evolvono in digital twin), dal Web Collaborativo basato su blockchain all’interazione invisibile Human-Tech. E poi la Post-Human Intelligence, dove l’AI passa da supporto a partner cognitivo autonomo, e i Next Tech Players che ridefiniscono la competizione tra BigTech e nuovi attori emergenti.
Dall’incrocio di questi megatrend emergono scenari digitali completamente divergenti.
Nel primo, chiamato “tecno-sinfonia”, l’intelligenza artificiale è pervasiva, le infrastrutture sono sovrane ma integrate, i sistemi operano in armonia globale. E non è tutto: ci sono pure capacità computazionale abbondante e sostenibile, e democrazia tecnologica che distribuisce i benefici.
Un mondo radicalmente trasformato dove tutto funziona. Con un solo problema, comunque non trascurabile: le sfide etiche sulla dipendenza dalle tecnologie autonome e sul controllo umano delle macchine.
La frammentazione geopolitica del digitale
Il secondo degli scenari digitali possibili è la “sovranità frammentata”. Quello in cui i massicci investimenti governativi in capacità computazionale e data governance si accompagnano a una forte divisione geopolitica. L’architettura digitale globale si spacca in blocchi regionali incompatibili. Il mondo è efficiente localmente, sostenibile nel piano ambientale, ma suddiviso in “isole digitali” che duplicano sforzi di ricerca e sviluppo.
I problemi, di conseguenza, sono: inefficienza allocativa, tensioni geopolitiche sul controllo degli standard tecnologici, e in generale tutta la definizione delle regole del mercato digitale, che avverrebbe per blocchi contrapposti.
Secondo Valeria Portale, Direttrice del Center for Digital Envisioning:
“Le decisioni assunte oggi determineranno la competitività industriale, la sovranità tecnologica, la resilienza economica e le disuguaglianze sociali del nostro Paese nei prossimi anni.”
Il terzo scenario è “inerzia digitale e stallo dell’innovazione”. Dopo un decennio senza vera trasformazione, l’ecosistema digitale resta fragile, inefficiente, dipendente da pochi attori concentrati. Scarsamente innovativo nelle dinamiche competitive, limitato nella capacità di generare inclusione. Gli scenari digitali in questo caso descrivono sostanziale continuità con il presente: nessun salto, nessuna rivoluzione, nada de nada.
Quale scenario digitale è più probabile?
Guardando le traiettorie attuali degli investimenti e delle scelte geopolitiche, dispiace fare sempre il guastafeste ma secondo me lo scenario più probabile per il 2035 non è nessuno dei tre delineati dal Politecnico.
Sarà, credo, un ibrido asimmetrico: frammentazione dominante con sacche di eccellenza. Un po’ come se la sovranità frammentata vincesse in alcune regioni del mondo, mentre altre scivolassero verso l’inerzia digitale, con rare eccezioni che raggiungono la tecno-sinfonia in settori verticali specifici. Mi piace vincere facile, eh?
Il motivo è semplice, viste le dinamiche attuali: gli incentivi economici spingono verso la concentrazione, ma le tensioni geopolitiche forzano la frammentazione. Europa, Stati Uniti e Cina stanno già costruendo ecosistemi digitali incompatibili. Ognuno investe in data center sovrani, sviluppa i propri large language model, definisce standard proprietari. Gli scenari digitali mostrano che questa traiettoria produce inefficienza sistemica per gli esseri umani (ma va?): tre volte gli investimenti in ricerca, tre volte le infrastrutture necessarie, un terzo dell’efficacia complessiva.
Guardando gli altri megatrend, sembra di assistere a un gioco di duelli contrapposti. Il Web Collaborativo promette decentralizzazione, ma la Post-Human Intelligence richiede concentrazione di potenza computazionale che solo pochi attori possono permettersi. I Next Tech Players abbassano le barriere d’ingresso con open source e modelli componibili, ma il Critical Computing diventa infrastruttura geopolitica che alza muri altissimi.
D’altra parte, come immaginerete, il paradosso centrale degli scenari digitali è proprio questo: le stesse tecnologie abilitano sia l’armonia che il caos.
Quando e come ci cambierà la vita
Tra il 2027 e il 2030 vedremo i primi segnali chiari su quale degli scenari digitali si sta realizzando: dall’interoperabilità (o meno) dei sistemi AI nazionali, dalla capacità dei data center sovrani di dialogare tra loro, dalla velocità con cui i Next Tech Players riescono a competere con le BigTech.
Entro il 2035 gli scenari digitali saranno cristallizzati e difficilmente reversibili.
Più che chiederci quale degli scenari digitali si realizzerà, dovremmo chiederci quale possiamo ancora influenzare. Le scelte su standard aperti, governance condivisa dei dati, investimenti in infrastrutture interoperabili sono ancora sul tavolo. Per ora.
Gli scenari digitali non sono profezie: sono mappe. Dipende da noi quale strada prendere, anziché continuare a camminare bendati verso quello che capita.