Gli edifici dovrebbero proteggere la vita, mi sbaglio? Invece, pensate un po’, ne sono tra i principali nemici: pesano per un terzo dei rifiuti totali e delle emissioni globali di gas serra, con tonnellate di composti tossici che finiscono nell’aria e nell’acqua. Michael Pawlyn, architetto britannico e pioniere del design rigenerativo, ha appena pubblicato su Nature un commento che suona come un manifesto: basta costruire contro la natura, è ora di costruire come la natura. L’architettura biomimetica, dice, è l’unica strada percorribile. Vi dico perché, per me, ha assolutamente ragione.
Architettura biomimetica: edifici che respirano, città che assorbono
Il punto di partenza di Pawlyn è questo: la maggior parte delle economie tratta il mondo vivente come qualcosa di esterno, da saccheggiare e usare come discarica. L’architettura biomimetica propone l’esatto contrario: progettare edifici che funzionino come ecosistemi, capaci di ripristinare i sistemi ecologici, idrici ed energetici anziché devastarli, e di lasciarli “meglio di come li hanno trovati”.
C’è una società di consulenza negli USA, in Montana per essere precisi: si chiama Biomimicry 3.8, e suggerisce un metodo che ha il pregio della concretezza: prima di progettare qualsiasi cosa, analizza quanta CO₂ viene sequestrata, quanta acqua filtrata, quanto ossigeno prodotto e quanta fauna ospitata nell’ecosistema locale di riferimento. Poi costruisci qualcosa che faccia ALMENO altrettanto. Non fa una grinza. Può funzionare? Altroché.
Quando demolire un’autostrada è la scelta intelligente
I casi in cui l’architettura biomimetica ha funzionato meglio delle soluzioni ingegneristiche tradizionali sono parecchi, e il più clamoroso resta Seul. Tra il 2003 e il 2005 la città ha demolito un’autostrada sopraelevata a sei corsie per ripristinare il corso d’acqua Cheonggyecheon, sepolto sotto il cemento. I critici pronosticavano il caos, e hanno sbagliato tutti: la temperatura estiva è scesa, il traffico è diminuito, le persone hanno scelto di camminare e usare i mezzi pubblici.

La Cina, nel frattempo, ha fatto una scelta strategica ancora più ampia con le cosiddette “città spugna” (le trovate nel box Approfondimenti in coda all’articolo): niente più tubi di cemento per gestire le acque urbane, ma riforestazione delle aree a monte, letti fluviali rinaturalizzati e grandi superfici permeabili capaci di assorbire le piogge intense. A Wuhan i risultati parlano chiaro: 600 milioni di dollari risparmiati rispetto a un approccio infrastrutturale pesante, grandi aree verdi per i cittadini e il 70% delle piogge trattenuto localmente, con un risparmio di 220.000 dollari l’anno in irrigazione nei primi anni di funzionamento.
Il ragno che umilia l’industria chimica
L’architettura biomimetica, badate bene, non riguarda solo la scala urbana. Pawlyn dedica pagine e pagine ai materiali, e qui il confronto tra natura e industria diventa quasi imbarazzante. Carbonio, idrogeno, ossigeno e azoto compongono il 96% della materia vivente: con questi pochi elementi e qualche sale di calcio la natura ha creato quasi tutto, materiali con proprietà che vanno dai polimeri ai compositi ad alta resistenza.
Volete un esempio di paragone? La seta di ragno contro la fibra aramidica. Non c’è partita: per produrre l’aramide servono petrolio, acido solforico e temperature intorno ai 400 °C, con scarti tossici abbondanti. I ragni ottengono un risultato paragonabile (e per certi versi superiore) a temperatura ambiente, con materie prime che non richiedono esattamente un impianto petrolchimico: mosche morte e acqua.
Startup come MycoTile in Kenya stanno già producendo isolanti dal micelio dei funghi: prestazioni termiche eccellenti, resistenza al fuoco (si, signori che dubitate delle porte in micelio) e, a fine vita, il materiale torna nella terra. Nessun inceneritore e nessuna discarica. Tiè.
Scheda studio
Titolo: How buildings and cities can be aligned with life
Autore: Michael Pawlyn
Istituzione: Exploration Architecture
Rivista: Nature, 30 marzo 2026
DOI: 10.1038/d41586-026-00971-5
Il modello Kalundborg (e perché non lo conosce nessuno)
La città danese di Kalundborg è forse l’esempio più maturo di architettura biomimetica applicata su scala industriale. Lì, fin dal 1972, i rifiuti di un’industria diventano materia prima per quella accanto: un po’ come succede in un ecosistema, dove lo scarto di un organismo è il nutrimento di un altro. Il risultato? 15 milioni di dollari risparmiati ogni anno, 4 milioni di metri cubi d’acqua in meno e calore residuo che scalda 4.500 abitazioni. E non è l’unico esempio, specie nei paesi scandinavi.

Ecco, il dato che Pawlyn evidenzia con lucidità è questo: i sistemi industriali umani tendono a mancare dell’equivalente dei “detritivori” (i lombrichi, i funghi, i batteri che in natura riciclano la materia morta). Tradotto: ci servono più impianti di riparazione, recupero e riciclo. Se i rifiuti venissero trattati come nutrienti futuri anziché come materiale senza valore, il modello economico cambierebbe alla radice: creare ricchezza consumando meno, non di più.
E noi?
E noi cosa? Cosa vi devo dire. L’architettura biomimetica non è il sogno di qualche studio visionario. È un catalogo di soluzioni testate, documentate, con numeri verificabili. Il problema è culturale: continuiamo a costruire come se i 3,8 miliardi di anni di evoluzione biologica non avessero nulla da insegnarci.
Pawlyn chiude il suo commento su Nature con un appello a ricercatori, designer, urbanisti e politici. Ma forse la domanda vera è un’altra: quante alluvioni, quanti gradi in più, quanta plastica nei polmoni ci servono ancora prima di accettare che la natura ha già tutte le risposte?
Approfondisci
Il tema dell’architettura biomimetica e delle città che funzionano come ecosistemi è uno dei fili conduttori di Futuro Prossimo. Ne abbiamo parlato a proposito delle città rigenerative e della loro visione concreta, delle città spugna cinesi e di come funzionano e dei 10 materiali del futuro che rivoluzioneranno i cantieri, dal micelio al biochar.