New York, un sabato sera al Producers Club di Hell’s Kitchen: venti persone si siedono, indossano un visore e parte “Insidious”. Fin qui, un cinema VR come ce lo si immagina. Poi succede qualcosa: durante le scene ambientate nell’Altrove (la dimensione del film simile al Purgatorio) la stanza virtuale intorno agli spettatori si deforma, si scurisce, respira insieme alla storia. L’audio smette di uscire dalla sala e arriva direttamente nelle orecchie, più vicino di quanto vorresti. Qualcuno sceglie la modalità intensa. Qualcun altro preferisce i timer prima dei jump scare. Stesso film, stessa sala, due esperienze diverse.
Il progetto si chiama True3D e lo ha messo in piedi Daniel Habib, che ha scelto l’horror come banco di prova per una ragione precisa: è il genere meno tollerante del mondo. Se qualcosa non funziona nel cinema VR, in un horror te ne accorgi subito. La tensione si rompe e non torna più. In una commedia romantica, un glitch lo perdoni. In “Insidious” no.
La stanza diventa il film
Il meccanismo è più sottile di quanto sembri. Non si tratta di aggiungere effetti speciali sopra il film: si tratta di far sì che l’ambiente virtuale diventi il film. Durante le sequenze nell’Altrove, lo spazio intorno allo spettatore cambia. Non sei più in un cinema VR che proietta l’Altrove: sei seduto da qualche parte che gli somiglia in modo sgradevole. L’audio viene reindirizzato nel visore durante i momenti di massima tensione, chiudendo la distanza tra te e quello che sta succedendo sullo schermo.
Ecco, il punto è proprio questo: non sei tu che ti sporgi verso il film. È il film che si allunga verso di te. È la differenza tra guardare il mare dalla ringhiera e sentire l’acqua che ti arriva alle caviglie senza averla vista salire.
La paura su misura
La parte che nessuno si aspetta è la personalizzazione. Prima della proiezione, ogni spettatore sceglie il livello di intensità del cinema VR. Due modalità, che funzionano in modo molto diverso. Chi sceglie quella meno intensa mantiene attivo il passthrough (vedi le persone sedute accanto a te) e riceve un conto alla rovescia prima dei jump scare. Sembra una cosa che rovinerebbe il film, e invece no: sapere che sta per arrivare qualcosa e non poter fare niente per evitare di temerlo è un’esperienza a sé.
Habib l’ha costruita per sé stesso (in fondo, ama l’horror ma odia i jump scare: cercava i timestamp su internet prima di ogni film). La modalità intensa, invece, attiva tutto: adattamento ambientale, audio reindirizzato, nessuna rete di sicurezza. Qualcuno è uscito visibilmente scosso. Non tutti. Ma abbastanza per poter considerare riuscito il test.
True3D è una startup newyorkese che organizza proiezioni di cinema VR al Producers Club di Manhattan. Ogni spettatore indossa un visore sincronizzato via server remoto. L’ambiente virtuale si adatta dinamicamente alle scene del film.
La personalizzazione include scelta del livello di intensità, sottotitoli e configurazioni audio. I biglietti costano 25 dollari. Prossimi sviluppi: espansione a generi diversi dall’horror e nuove opzioni di accessibilità.
Cinema VR e il paradosso sociale
La cosa degna di nota ve l’ho detta: entrambe le modalità permettono di guardare lo stesso film, nello stesso momento, nella stessa sala. L’esperienza collettiva sopravvive alla personalizzazione. Sei ancora in un cinema VR con altre persone. Ognuno decide solo quanto in profondità vuole andare. E qui sta il paradosso più interessante: il visore, che per definizione isola, in questo caso crea un’esperienza condivisa. Venti persone che tremano insieme (o scelgono di non farlo) davanti allo stesso film.
Habib lo dice con una chiarezza disarmante: la visione più ampia va ben oltre l’horror. Un film ambientato nell’oceano, con l’ambiente che cambia durante le scene di immersione. Un film di fantascienza, con il vuoto dello spazio che si apre alle spalle degli attori. Il sistema non dipende dal genere: ha solo bisogno di materiale che valga la pena di lavorare.
Approfondisci
Ti interessa il futuro del cinema e dell’intrattenimento immersivo? Leggi anche come i cinema a cupola stanno cambiando l’esperienza dello spettatore. Oppure scopri il salto della tecnologia volumetrica verso la realtà virtuale per capire dove sta andando il rendering 3D in tempo reale.
Insomma: il cinema VR non ha ancora capito cosa vuole fare da grande. Ma intanto, in un teatro off di Manhattan, il film ha smesso di stare dentro lo schermo. E qualcuno è uscito dalla sala con la sensazione di essere rimasto dentro un po’ troppo a lungo.
Forse è questo il punto: il miglior cinema è quello da cui non riesci del tutto a uscire. Anche quando togli il visore.