Oggi mi sento Sorrentino, voglio girare questa scena. C’è un archeologo del 3000 che scava in quello che una volta era il parcheggio di un centro commerciale. Trova strati di asfalto, frammenti di plastica, residui di litio dalle batterie, tracce di plutonio dai test nucleari degli anni ’50. Sa che qui viveva qualcuno, questo è chiaro. Sa che le persone producevano roba in quantità enormi, consumavano di più e buttavano via quasi tutto.
Quello che non sa, quello che nessuno dei suoi manuali gli dice con certezza, è come chiamare il periodo in cui tutto questo è successo. Perché noi, i diretti interessati, non ci siamo ancora messi d’accordo. Sul serio: come classificheranno la nostra epoca gli storici del futuro?
Le risposte che leggo in giro sul web e quelle che mi vengono in mente vanno dal poetico al brutale: un paragrafo confuso nel libro di storia. Qualcuno direbbe che non ci saranno storici del futuro, quindi il problema non si pone. Io me lo voglio porre, diciamo.
La nostra epoca secondo la geologia (spoiler: non esiste)
Badate bene che la domanda non è solo da bar. Se la sono posta anche i geologi, con quindici anni di lavori, commissioni e votazioni. Il risultato? A marzo 2024 la Commissione Internazionale di Stratigrafia ha bocciato il termine Antropocene come epoca geologica formale (e tutti ancora a usare il termine): 12 voti contrari, 4 a favore, 2 astenuti. Se ne riparlerà tra dieci anni.
Il problema non era il concetto (nessuno nega che l’attività umana stia riscrivendo il pianeta) ma i criteri. Le epoche geologiche durano milioni di anni. L’Antropocene, nella versione proposta, ne copriva circa settanta. Un po’ come voler dedicare un’intera libreria a un post-it: siamo i soliti presuntuosi.
Tecnicamente, quindi, viviamo ancora nell’Olocene: un’epoca iniziata 11.700 anni fa con la fine dell’ultima glaciazione. Per la geologia ufficiale, la nostra epoca non è ancora cominciata. Stiamo vivendo in una nota a piè di pagina.
Troppi nomi, nessun nome
Il fatto è questo: di proposte ce ne sono troppe, e ognuna cattura un pezzo senza abbracciare il tutto. Età della plastica funziona per gli archeologi (i futuri scavi troveranno più polimeri che cocci), ma ignora il digitale. Era dell’informazione suona già vecchia, perché presuppone che l’informazione sia ancora qualcosa di affidabile. Antropocene, l’ho detto, ha il pregio della serietà scientifica, ma pure il difetto di essere stato respinto dalla scienza stessa.
L’era della frattura: il periodo in cui gli strumenti per registrare, verificare e distribuire la verità sono stati democratizzati e trasformati in armi nello stesso identico momento. Come potremmo capire dove ci troviamo, a pensarci bene? Dopotutto, anche i romani del 400 d.C. mica stavano guardando “la fine dell’Impero Romano”: si lamentavano del prezzo del grano e del traffico dei carri, insomma vivevano. Il collasso, visto dall’interno, è indistinguibile dalla normalità.
E qui si apre il paradosso che rende la nostra epoca davvero unica. Produciamo più informazioni di qualsiasi civiltà precedente, eppure la fragilità del nostro archivio digitale è senza precedenti. Un libro stampato dura secoli. Un server richiede elettricità, manutenzione e la buona volontà di un’azienda privata. Spegni i server e la nostra epoca diventa un buco nero informativo: miliardi di selfie, documenti, memorie, tweet, tutto dissolto. Siamo una civiltà che ha scritto la propria autobiografia sulla sabbia bagnata.
Il nome lo darà chi resta
La verità scomoda è che le epoche non si nominano da sole. Il Medioevo non sapeva di essere “medio”, il Rinascimento non si è mai svegliato pensando oggi rinasco. I nomi arrivano dopo, quando qualcuno ha abbastanza distanza per guardare indietro e decidere cosa contava davvero. E quello che contava, quasi sempre, non è quello che i contemporanei pensavano fosse importante.
Forse gli storici del 2400 guarderanno questo periodo e vedranno l’inizio dell’intelligenza artificiale come il vero spartiacque: non il cambiamento climatico, non le guerre, ma il momento in cui l’umanità ha creato qualcosa che potrebbe pensare al posto suo. O forse vedranno la sesta estinzione di massa e ci chiameranno con un nome che oggi non esiste in nessuna lingua.
Insomma: la nostra epoca ha troppe crisi, troppe trasformazioni e troppa confusione per stare in una parola sola. E il fatto che non riusciamo a trovarla, quella parola, è forse il suo ritratto più onesto.
L’archeologo del 3000, alla fine, chiuderà il suo rapporto con una nota prudente. Qualcosa tipo: “Periodo di transizione non classificato. Tracce abbondanti, significato incerto.”
Che poi, a pensarci, è esattamente come ci sentiamo noi adesso.
Approfondisci
La domanda su come verrà ricordata la nostra epoca incrocia temi che su Futuro Prossimo seguiamo da tempo. Se vuoi esplorare le tracce geologiche che la nostra civiltà lascerà nei prossimi millenni, ne abbiamo parlato in 3 segni dell’Antropocene che dureranno più dell’umanità. Per un quadro più ampio dei rischi sistemici che definiscono questo periodo, c’è Fine umanità: le 14 trappole che nessuno osa affrontare. E se invece ti interessa come i futurologi immaginano la civiltà che verrà dopo di noi, il pezzo sulla civiltà futura e il piano che spaventa i futurologi offre una prospettiva che mescola ambizione e realismo.