Ci sarebbero quattro opzioni sul tavolo del presidente americano, tutte con un nome diverso per dire la stessa cosa: colpo di grazia. Il Pentagono sta sviluppando piani militari che vanno dall’invasione dell’isola di Kharg, hub petrolifero iraniano, fino a una campagna di bombardamenti su larga scala contro le infrastrutture energetiche. Lo rivela Axios, citando due funzionari statunitensi. Trump non ha ancora deciso, ma i rinforzi sono già in viaggio: paracadutisti della 82ª Divisione aviotrasportata, due unità di Marines, squadriglie di caccia. Intanto, già ventisette giorni di guerra in Iran e la domanda resta la stessa: come si chiude?
Quattro strade, tutte in salita
Le opzioni che il Pentagono ha presentato alla Casa Bianca hanno una cosa in comune: sono tutte escalatorie. La prima prevede l’invasione o il blocco navale di Kharg Island, lo scoglio di corallo nel Golfo Persico da cui passa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. La seconda punta all’isola di Larak, che rafforza il controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz. La terza è una campagna di bombardamenti massicci sulle infrastrutture energetiche. La quarta (la più ambiziosa e la meno realistica, secondo gli analisti) prevede l’invio di forze speciali per recuperare l’uranio arricchito sepolto sotto le macerie dei siti nucleari bombardati a giugno 2025.
Ecco, il termine “colpo di grazia” suggerisce qualcosa di rapido e definitivo. Ma l’Iran ha un’opinione diversa sulla questione, e la sta esprimendo da settimane con missili, droni e il blocco dello Stretto di Hormuz: circa 3.000 navi parcheggiate nel Golfo, il 20% del petrolio mondiale fermo, e un’economia globale che sta iniziando a scricchiolare in modi che nessuno aveva previsto con questa velocità.
L’isola che vale una guerra (o la prolunga)
Kharg Island è il bersaglio che concentra la maggior parte delle discussioni. La CNN ha rivelato che l’Iran sta già rafforzando le difese dell’isola con trappole, sistemi antiaerei portatili MANPAD e personale militare aggiuntivo: Teheran sa benissimo che gli americani ci stanno pensando. Il contrammiraglio in congedo Mark Montgomery ha messo il dito nella piaga parlando con Axios: anche prendendo Kharg, l’Iran chiuderebbe i rubinetti da altre parti. Non è che controlli la produzione occupando il terminal, o impedisci a qualcuno di vendere sequestrando il registratore di cassa.
A dirla tutta, gli alleati del Golfo, quelli che subiscono i missili iraniani sui loro impianti energetici da quasi un mese, stanno privatamente pregando Washington di non mandare truppe a terra: il rischio (ed è il presidente del parlamento iraniano Ghalibaf a ricordarlo) è che ogni infrastruttura dei paesi coinvolti diventi un bersaglio legittimo.

Il colpo di grazia che la storia non ha mai visto
Il fatto è questo: nella storia moderna, nessun colpo di grazia aereo o anfibio ha mai prodotto la pace promessa. Il politologo Robert Pape, esperto di potenza aerea all’Università di Chicago, lo ripete da settimane: da oltre un secolo, nessuna campagna di bombardamenti ha mai provocato un cambio di regime duraturo. Non è successo in Vietnam, né in Serbia, né in Libia. Il regime iraniano è ferito gravemente (ha perso la Guida Suprema Khamenei, gran parte della marina, probabilmente il 90% della capacità missilistica iniziale), ma funziona ancora. Il nuovo leader Mojtaba Khamenei è al comando, i Pasdaran controllano il territorio, e la strategia di Teheran è chiarissima: escalation orizzontale.
Che significa “escalation orizzontale”? Significa che l’Iran ha colpito 14 paesi nelle prime settimane di guerra. Ha chiuso Hormuz senza posare una sola mina: gli è bastato minacciare e colpire le navi di passaggio. Ha attaccato infrastrutture energetiche in Qatar, Emirati, Kuwait e Arabia Saudita, dimostrando che il costo del conflitto non lo paga solo chi combatte. Foreign Affairs lo ha scritto senza mezzi termini: l’escalation favorisce l’Iran, non gli Stati Uniti. In Vietnam gli americani non persero mai una battaglia, eppure persero la guerra. La lezione è sempre quella: la perfezione tattica non produce automaticamente il successo strategico.
E noi, da qui?
Per l’Italia il colpo di grazia americano non è un titolo di giornale: è una variabile che incide direttamente sulla bolletta del gas, sul prezzo della benzina e sulla crescita del PIL. Confindustria stima che la guerra Iran ci è già costata lo 0,2% di PIL, e che se il conflitto dovesse prolungarsi fino a giugno i prezzi di petrolio e gas aumenterebbero del 60% rispetto al 2025. L’Italia paga più degli altri: dipendente dalle importazioni, ed esposta al blocco del GNL qatarino (un tema che nei primi giorni ha visto parecchi commentatori della domenica su Facebook ridacchiare, del tipo “ma tanto l’Italia importa dal Qatar. Bravi). Giorgia Meloni è volata in Algeria a cercare gas alternativo appena due giorni dopo la sconfitta al referendum. E occorre sbrigarsi.
La crisi petrolifera sta già cambiando l’Asia, dove il Vietnam ha introdotto lo smart working forzato e il Pakistan la settimana lavorativa di quattro giorni per risparmiare carburante. E la guerra non ha neanche raggiunto il suo punto più caldo.
Insomma: il Pentagono prepara “il colpo di grazia”, l’Iran prepara “la risposta al colpo di grazia”, e i paesi del Golfo preparano “la risposta alla risposta al colpo di grazia”. La spirale ha un nome preciso nella letteratura militare: trappola dell’escalation.
Entrare è facile, uscire richiede qualcosa che nessuno dei protagonisti sembra avere in questo momento: un piano per il giorno dopo.
Approfondisci
L’instabilità nel Golfo Persico non è solo una questione militare: è un acceleratore di cambiamenti che stavano già covando sotto la superficie. Abbiamo raccontato come la crisi petrolifera stia trasformando il modo di lavorare in Asia, e prima ancora come l’attacco israeliano all’Iran abbia innescato un’escalation che tutti dicevano impossibile. Per capire le dinamiche più ampie, vale la pena rileggere anche la nostra analisi sulla guerra come acceleratore delle auto elettriche.