Nel mondo contemporaneo la guerra non si combatte più soltanto con eserciti e armamenti tradizionali. Sempre più spesso il vero campo di battaglia è la mente. Lorenza Pigozzi, Executive Vice President e direttore della Comunicazione strategica del gruppo Fincantieri, analizza questo scenario emergente e spiega come la manipolazione dell’informazione e delle narrazioni pubbliche stia diventando uno degli strumenti più potenti nei conflitti contemporanei.
Secondo la manager di Fincantieri, oggi il dominio cognitivo rappresenta un nuovo spazio operativo della guerra, al pari di terra, mare, aria, spazio e cyberspazio. La differenza fondamentale è che non mira alla distruzione fisica di infrastrutture o alla conquista di territori, ma al controllo delle percezioni e delle decisioni.
La guerra cognitiva: il campo di battaglia è la mente
Per Lorenza Pigozzi il punto di partenza è semplice ma decisivo: il vero terreno di scontro si trova ormai nello spazio delle percezioni e delle narrazioni. La guerra cognitiva agisce infatti sul processo decisionale, influenzando il modo in cui individui, società e governi interpretano la realtà.
Non si tratta più soltanto di propaganda nel senso tradizionale del termine. L’obiettivo strategico diventa la conquista della cosiddetta supremazia narrativa, cioè la capacità di orientare il racconto dominante di un conflitto o di una crisi internazionale. In questo scenario, controllare la narrazione pubblica può diventare tanto decisivo quanto controllare un territorio.
Le minacce si infiltrano all’interno delle narrazioni pubbliche e agiscono lentamente, modificando il modo in cui l’opinione pubblica percepisce eventi, responsabilità e attori geopolitici.
La manipolazione dell’informazione nei conflitti moderni
Nella guerra contemporanea la manipolazione dell’informazione precede spesso le operazioni militari tradizionali. Pigozzi richiama un principio antico, formulato già da Sun Tzu, generale e filosofo cinese, autore del celebre trattato L’arte della guerra: la vittoria più efficace è quella ottenuta senza combattere.
Un esempio emblematico è quello della Crimea nel 2014. Prima dell’arrivo dei cosiddetti “omini verdi”, i soldati russi senza insegne, lo spazio informativo era già stato preparato da mesi di narrazioni mirate. Attraverso media, social network e reti di account coordinati, era stata diffusa l’idea di una popolazione russa oppressa, costruendo progressivamente un clima favorevole all’intervento. Quando le truppe sono arrivate, gran parte del lavoro strategico era già stato compiuto sul piano cognitivo.
Lorenza Pigozzi spiega il ruolo dell’intelligenza artificiale nella disinformazione
Le nuove tecnologie stanno amplificando enormemente la portata delle operazioni di influenza. L’intelligenza artificiale generativa rappresenta un vero e proprio moltiplicatore della disinformazione.
In passato organizzare una campagna di manipolazione informativa richiedeva strutture complesse, grandi risorse economiche e centinaia di operatori impegnati in vere e proprie “troll farm”. Oggi lo scenario è radicalmente cambiato.
Grazie all’intelligenza artificiale, una singola persona può produrre migliaia di contenuti personalizzati ogni giorno, adattandoli a pubblici diversi e diffondendoli simultaneamente su molteplici piattaforme digitali. Questo rende le operazioni di propaganda strategica molto più rapide, scalabili e difficili da individuare.
Narrazioni polarizzate e operazioni di influenza
Lorenza Pigozzi sottolinea come molte polarizzazioni che emergono nello spazio pubblico non siano spontanee, ma il risultato di strategie coordinate di influenza.
Nel caso del conflitto mediorientale, per esempio, diverse ricerche hanno documentato l’esistenza di reti di account organizzati che amplificano selettivamente alcune immagini o eventi, mentre ne oscurano altri. Il risultato è la costruzione di una narrazione fortemente emotiva e polarizzata, capace di orientare la percezione collettiva del conflitto.
Questa dinamica non riguarda un solo attore geopolitico: operazioni di questo tipo possono essere condotte da diversi attori statali o para-statali, ciascuno impegnato a influenzare la narrazione globale.
La guerra informativa in Iran
Un caso particolarmente interessante, secondo Pigozzi, è quello dell’Iran, dove la guerra cognitiva si manifesta sia all’interno del paese sia verso l’esterno.
Da un lato il regime utilizza il controllo dell’informazione per consolidare il proprio potere. Saturare lo spazio informativo significa controllare ciò che la popolazione vede, legge e ascolta, riducendo la possibilità stessa di sviluppare interpretazioni alternative della realtà. La stabilità del sistema politico, quindi, dipende in larga misura dal monopolio della narrazione pubblica.
Dall’altro lato, anche le proteste interne hanno sviluppato forme innovative di resistenza cognitiva. Durante le proteste del 2022, molti manifestanti hanno utilizzato meme, satire e video virali come strumenti di contestazione.
L’ironia, spiega Lorenza Pigozzi, ha un effetto destabilizzante sui regimi autoritari: ridicolizzare il potere ne incrina l’immagine di invincibilità e genera quella che la psicologia definisce dissonanza cognitiva. Quando il potere diventa oggetto di scherno, la paura che lo sostiene si indebolisce.
Inoltre, i meme riescono spesso a eludere i sistemi automatici di censura, perché utilizzano codici culturali difficili da interpretare per gli algoritmi.
Lorenza Pigozzi: perché le democrazie sono più vulnerabili
Un altro elemento centrale nell’analisi di Lorenza Pigozzi riguarda la vulnerabilità delle democrazie liberali. Paradossalmente, proprio le libertà fondamentali che caratterizzano i sistemi democratici possono trasformarsi in punti di fragilità.
La libertà di espressione, l’apertura del dibattito pubblico e la pluralità delle fonti informative rappresentano infatti valori essenziali delle democrazie, ma possono essere sfruttati da attori ostili per diffondere narrazioni manipolate.
Per affrontare questa sfida non basta affidarsi esclusivamente agli strumenti della cybersecurity. È necessario sviluppare una vera e propria difesa culturale.
La resilienza cognitiva richiede competenze interdisciplinari che includano semiotica, psicologia sociale, storia e filosofia politica. Solo comprendendo i meccanismi profondi delle narrazioni è possibile riconoscere e contrastare efficacemente le operazioni di manipolazione informativa.
La sicurezza informativa dell’Italia
Guardando al caso italiano, Pigozzi riconosce l’esistenza di asset importanti: le competenze dell’intelligence, la tradizione accademica nella comunicazione e strutture specializzate come il Centro di Eccellenza per la Stabilità di Vicenza.
Tuttavia, secondo Lorenza Pigozzi è necessario un salto di qualità nel modo in cui viene concepita la difesa informativa.
Un punto spesso sottovalutato riguarda il ruolo delle imprese strategiche italiane, in settori come difesa, energia e infrastrutture critiche. Queste aziende non rappresentano soltanto pilastri economici, ma anche nodi centrali della sicurezza nazionale.
Quando la narrazione pubblica che le riguarda viene manipolata dall’esterno, le conseguenze non sono soltanto reputazionali ma possono avere implicazioni strategiche per l’intero sistema paese.
La resilienza cognitiva come nuova frontiera della sicurezza
Per Lorenza Pigozzi il futuro della sicurezza passa dunque attraverso la costruzione di una vera resilienza cognitiva. Non è più sufficiente limitarsi a informare o a correggere la disinformazione dopo che si è diffusa.
Servono professionisti capaci di individuare tempestivamente le narrazioni ostili, analizzarne le origini tecnologiche e culturali e sviluppare risposte rapide e fondate sui fatti.
In questo scenario emergono nuove figure professionali che la manager di Fincantieri definisce “architetti della resilienza cognitiva”, esperti in grado di difendere lo spazio informativo delle società democratiche. Perché nella geopolitica contemporanea la guerra non si combatte più soltanto con le armi, ma con le narrazioni in cui le società scelgono di credere.