Uno tsunami nel Mediterraneo non è una questione di “se”, ma di “quando”. L’UNESCO lo ha detto chiaro già nel 2022: la probabilità che un’onda di almeno un metro colpisca le coste mediterranee entro i prossimi 30 anni è del 100%. Nizza, con le sue spiagge affollate e l’urbanizzazione a ridosso del mare, ha deciso di non aspettare. L’Università di Montpellier ha sviluppato un piano di evacuazione completo: cento rifugi mappati, percorsi pedonali ottimizzati con algoritmi, tempi calcolati metro per metro.
Perché quando l’onda arriva, in certi scenari hai meno di dieci minuti per salvarti la vita.
Lo tsunami nel Mediterraneo che non ti aspetti
Nell’immaginario collettivo, gli tsunami sono roba da Pacifico. Onde giapponesi, coste indonesiane, sirene che suonano alle Hawaii. Il Mediterraneo è quello delle vacanze, dei traghetti per la Sardegna, della granita in spiaggia guardando l’isola di Cirella, in Calabria. Ecco, a quanto pare non più.
Secondo l’INGV, dal 1600 a.C. a oggi nel nostro mare si sono verificati almeno 290 maremoti. Dopo il Pacifico, è il bacino con il numero più alto di tsunami storici documentati. E le coste francesi, per essere precisi la Costa Azzurra, ne hanno subiti una ventina tra il XVI secolo e i primi anni Duemila, con onde che spesso superavano i due metri.
Il problema vero è il tempo. Le sorgenti di uno tsunami nel Mediterraneo possono essere vicine (una frana sottomarina, un terremoto nel Mar Ligure) o lontane (un sisma al largo dell’Algeria). Nel primo caso, le onde arrivano in meno di dieci minuti. Nel secondo, hai circa un’ora e un quarto: è quello che successe il 21 maggio 2003 con il terremoto di Boumerdès, quando otto porti della Costa Azzurra registrarono anomalie del livello del mare, barche danneggiate e correnti violentissime.
Nizza 1979: lo tsunami nel Mediterraneo che nessuno ricorda
Il 16 ottobre 1979, nel primo pomeriggio, parte del cantiere per il nuovo porto commerciale di Nizza collassò in mare. Il fondale franò, l’acqua si ritirò e tornò come un muro. Otto persone morirono, il mare invase 150 metri di terraferma ad Antibes con onde fino a tre metri e mezzo, e il fenomeno restò visibile per circa mezz’ora. Fu aperta perfino un’inchiesta (con risultati secretati, il che la dice lunga). A distanza di quasi 50 anni si dibatte ancora sulle cause: una frana naturale sottomarina che trascinò il cantiere, o un cedimento strutturale che innescò la frana?
In entrambi i casi, nessuno aveva un piano, e nessuno sapeva dove andare.
Il piano di evacuazione per lo tsunami nel Mediterraneo
Oggi le cose stanno diversamente. La Francia dispone dal 2012 del Centre d’alerte aux tsunamis (Cenalt), capace di rilevare un terremoto potenzialmente tsunamigenico e trasmettere l’allerta in meno di quindici minuti. Una piattaforma chiamata FR-Alert invia notifiche direttamente sui telefoni: il limite, al momento, è che il sistema funziona bene per gli tsunami di origine lontana.
Quelli locali, generati da frane sottomarine, possono arrivare prima dell’allerta stessa.
Ecco perché l’Università di Montpellier ha sviluppato una strategia di evacuazione preventiva per l’area metropolitana di Nizza. I numeri del progetto:
- Zona a rischio: aree costiere sotto i 5 metri di altitudine, entro 200 metri dal mare (500 lungo le foci dei fiumi)
- Persone esposte sulle spiagge: da 10.000 a 87.000, secondo stagione e ora del giorno
- Rifugi mappati: quasi 100, tutti fuori dalla portata stimata delle onde
- Percorsi: ottimizzati con algoritmi che calcolano pendenze, ostacoli, velocità di camminata e punti di congestione
Il modello giapponese insegna: nel 2011, una evacuazione tempestiva salvò il 96% degli abitanti colpiti dallo tsunami di Tōhoku. Secondo l’INGV, entro i prossimi 50 anni la probabilità di onde capaci di provocare inondazioni da 1-2 metri nel Mediterraneo potrebbe passare dal 10% al 30%, anche per effetto dell’innalzamento del livello del mare. Nizza punta a entrare nel programma UNESCO Tsunami Ready, lo stesso riconoscimento ottenuto da Cannes e (in Francia d’oltremare) da Deshaies in Guadalupa.
Approfondisci
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Insomma: Nizza ha un piano. La vera domanda è se basterà. Dieci minuti, cento rifugi, algoritmi che calcolano la pendenza di ogni marciapiede. Sulla carta sembra molto. Ma uno tsunami nel Mediterraneo non legge le carte, e il mare non aspetta che tu finisca di cercare le ciabatte.
Quello che conta, alla fine, è una cosa sola: sapere che il rischio esiste. Il resto (i percorsi, i rifugi, le esercitazioni nelle scuole) viene dopo. Ma senza quel primo passo, non viene proprio.