Un americano su tre aspetta la fine del mondo. Ci crede davvero, non per dire: l’apocalisse, si chiude il sipario, fine della corsa, addio. Parliamo del Paese che ha inventato l’ottimismo come prodotto d’esportazione e la ricerca della felicità come diritto costituzionale. Parliamo di quel Paese lì, oggi ha un terzo della popolazione che guarda il futuro e ci vede il buio.
Uno studio fresco di stampa spiega cosa succede nella testa di chi ha già deciso che domani non vale la pena, e cosa potrebbe succedere anche a noialtri, se prendiamo la stessa china.
La fine del mondo ha cinque facce
Il fatto è questo: un gruppo di ricercatori guidati da Matthew Billet (University of California, Irvine, già University of British Columbia) ha pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology uno studio che per la prima volta misura la psicologia della fine del mondo con uno strumento serio. Oltre 3.400 partecipanti tra Stati Uniti e Canada, sette studi (sei pilota e uno in prestampa su 1.409 persone), background religiosi diversi: cattolici, protestanti, evangelici, ebrei, musulmani e non religiosi.
Il risultato? Il pensiero apocalittico non è più roba da predicatori con i cartelli al collo o di qualche setta barricata in un ranch nel Nevada (non lo so, mi è venuta così). La fine del mondo è diventata mainstream. E si articola, dicono i ricercatori, lungo cinque dimensioni psicologiche: quanto senti vicina la fine del mondo, se pensi che la causeranno gli esseri umani, se la attribuisci a forze divine, quanto controllo credi di avere sulla cosa e se la consideri un evento positivo o negativo.
Cinque variabili, un’infinità di combinazioni. E ognuna produce comportamenti diversi davanti ai rischi globali. Ma tutto si riduce a due grandi blocchi: se vedi arrivare un treno ti sposti o resti paralizzato?
Chi ha paura agisce, chi prega aspetta
Guardate, il paradosso è tutto qui. Lo studio ha sottoposto ai partecipanti cinque categorie di rischio globale identificate dal World Economic Forum: economico, ambientale, geopolitico, sociale e tecnologico.
Le risposte si dividono in modo netto. Chi crede che la fine del mondo sia vicina e causata dall’uomo percepisce i rischi come più gravi, li teme di più e vuole fare qualcosa per fermarli: anche azioni costose, anche estreme. Chi invece attribuisce l’apocalisse a un disegno divino si comporta in modo opposto: meno disponibilità ad agire, meno sostegno a politiche collettive, meno tasse per la decarbonizzazione. Un po’ come chi ha già prenotato il posto in prima fila per il giudizio universale e non vede il motivo di sistemare le sedie.
Scheda studio
Titolo: End of world beliefs are common, diverse, and predict how people perceive and respond to global risks
Autori: Matthew I. Billet, Cindel J.M. White, Azim Shariff, Ara Norenzayan
Istituzioni: University of California, Irvine / York University / University of British Columbia
Rivista: Journal of Personality and Social Psychology, marzo 2026
DOI: 10.1037/pspi0000519
La fine del mondo come alibi collettivo
Arrivo al punto che mi interessa di più. Billet lo dice chiaro: le credenze sulla fine del mondo non sono una semplice reazione emotiva o una questione di folklore. Sono uno strumento psicologico per gestire (o non gestire) l’incertezza. Se credi di avere un ruolo personale nell’apocalisse e pensi che dopo ci sarà qualcosa di buono, riesci a tollerare meglio le minacce globali. Se invece non vedi nessun futuro collettivo, il clima che cambia e l’intelligenza artificiale che avanza diventano solo rumore di fondo prima del sipario.
Il problema è che questa resa non resta ferma nella testa delle persone: si riversa nelle urne, nelle politiche sanitarie, nell’impegno sociale, nei dibattiti sul clima. Ovunque. Le credenze sull’Apocalisse stanno letteralmente erodendo la motivazione dei giovani americani ad affrontare le sfide della vita, perfino quelle che possono portare ricchezza personale. Perché mettere al mondo figli se il mondo non ci sarà più?

L’America è uno specchio (rotto)
Gli USA hanno la capacità di esportare le proprie patologie culturali con la stessa efficienza con cui esporta serie TV e fast food. La paura escatologica, d’altra parte, non ha bisogno del passaporto: bastano uno smartphone e un algoritmo che premia i contenuti catastrofisti.
Lo studio di Sapien Labs sulla salute mentale globale già ci diceva che il 44% dei giovani adulti nel mondo è a rischio clinico. E Jeffrey Schlegelmilch della Columbia University da anni cataloga i “megadisastri” possibili: pandemie, guerra nucleare, collasso climatico, guerra informatica. La differenza è che lui lo fa per prepararci: molti lo fanno per arrendersi.
Insomma: la fine del mondo è diventata la scusa più elegante per non fare più niente. La profezia che si autoavvera per eccellenza. Se credi che tutto finirà, smetti di investire nel futuro, e il futuro (guarda un po’) peggiora davvero.
Noi, da questa parte dell’Atlantico, possiamo ancora scegliere. Guardare lo specchio americano, riconoscere i primi sintomi (l’ecoansia paralizzante, il cinismo come default, la rinuncia travestita da lucidità) e decidere che il futuro non è un luogo dove ci portano: è un posto che si costruisce. Anche quando fa paura.
Soprattutto quando fa paura.