Sei cupole sparse tra deserti e isole, dall’Australia al Cile, sono puntate sulla stessa stella da quasi cinquant’anni. E cosa ascoltano? Il Sole vibra come una campana, e quelle onde sonore raccontano cosa succede là sotto, dove l’occhio non arriva. Per decenni il racconto è stato coerente con quello che si vedeva in superficie: poi, una decina di anni fa, le due versioni hanno smesso di combaciare. Già. l’attività solare misurata sotto la pelle del Sole dice una cosa, e le macchie sulla fotosfera, la sua superficie, ne dicono un’altra.
A misurarlo è un gruppo guidato dall’Università di Birmingham, che sulle Monthly Notices of the Royal Astronomical Society ha pubblicato l’analisi di ben quarant’anni di osservazioni della rete BiSON. La conclusione? L’attività solare del Ciclo 25, quello iniziato nel 2019, è molto più viva di quanto lascino credere le macchie sulla fotosfera.
Come si ascolta l’attività solare di una stella
Il Sole non se ne sta zitto. Sotto la superficie rimbalzano onde sonore (i cosiddetti modi-p) che lo fanno oscillare come uno strumento, e la loro frequenza cambia a seconda del campo magnetico che incontrano lungo la strada. Ascoltarle equivale a infilare una sonda dove nessun telescopio può guardare. Sei osservatori, dall’emisfero nord a quello sud, registrano queste vibrazioni dal 1976: è la più lunga anamnesi sonora che abbiamo di una stella.
Bill Chaplin, che ha guidato lo studio, la mette così: i modi-p sono insieme sonda e spia di quel che accade sotto la superficie del Sole. Le macchie e il flusso radio restano utili, ma fotografano solo la facciata dell’attività solare.
Il Ciclo 25 visto da fuori e da dentro
Contando le macchie e il flusso radio, il Ciclo 25 sembra fiacco: poche macchie, segnali in calo, una stella che pare aver tirato il freno dopo il picco di attività. Le onde ad alta frequenza dicono il contrario. Là sotto, l’attività solare del Ciclo 25 spinge quanto nei Cicli 22 e 23, due dei più vigorosi mai registrati. E c’è una cosa che gli astronomi seguono da una decina d’anni: il magnetismo si comprime in uno strato sempre più sottile sotto la fotosfera, un po’ più epidermico a ogni ciclo. Perché lo faccia, nessuno lo sa.
Scheda Studio
Pubblicazione: W. J. Chaplin et al., “Sub-surface structural changes associated with successive 11-yr solar activity cycles have been progressively more confined near the surface: new helioseismic results on Cycles 22–25 from BiSON”, pubblicato su Monthly Notices of the Royal Astronomical Society (2026). DOI in via di assegnazione.
Cosa cambia per chi prevede il meteo spaziale
Le macchie solari e il flusso radio sono i numeri con cui si costruiscono le previsioni del meteo spaziale, quelle che dicono quando una tempesta rischia di mettere fuori uso satelliti e reti elettriche. Se quei numeri descrivono un Sole più tranquillo di quanto sia, il rischio è sottostimare la sua attività solare reale. Non un allarme: la differenza misurata è piccola e va confermata. Però è il tipo di scollamento che, sommato su più cicli, inizia a pesare.
Gli autori ipotizzano un legame con il ciclo di Hale, i ventidue anni che servono al Sole per riportare i poli magnetici al punto di partenza. Ipotesi, per ora. Il motore che genera tutto questo, la cosiddetta dinamo solare, lo capiamo ancora poco, e nemmeno guardare il Sole sempre più da vicino è bastato a metterlo a fuoco.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 5-8 anni per sapere se è una tendenza vera dell’attività solare e non un capriccio di due cicli.
Per confermarlo servono il resto del Ciclo 25 e l’inizio del 26, quindi fine anni Venti e oltre. Trasformarlo in previsioni più affidabili richiederà di più: i modelli operativi girano ancora sui proxy di superficie, e cambiarli è lento. Ne beneficeranno prima gli operatori di satelliti e le reti elettriche, semmai, non il meteo del telegiornale.
Intanto, da qualche parte, qualcuno continua a contare le macchie a mano, come si è sempre fatto. L’attività solare vera se ne sta un piano più sotto.