A Santa Fe, giovedì scorso, il giudice Bryan Biedscheid ha firmato una pratica che il procuratore generale del New Mexico, Raúl Torrez, aspettava da anni (e non era l’unico). Sul tavolo, la sentenza Meta per i danni dei social sui minori (riportata per prima dal Wall Street Journal): 942 milioni di dollari complessivi, 567 di fondo per riparare i danni e 375 di sanzioni civili già decise da una giuria a marzo.
Sulle scrivanie di Menlo Park, la reazione è arrivata a stretto giro: faranno appello. E aggiungono una frase di prammatica sul “lavorare duro per la sicurezza”. La stessa che sentiamo ripetere, con piccole varianti, dal 2021.
Non passi inosservata questa cosa: il caso del New Mexico è la prima causa di stato negli Stati Uniti a chiudersi con una condanna esecutiva contro Meta per danni ai minori. Nel 2024 raccontammo la causa di New York, all’epoca il segnale che qualcosa si stava muovendo. Due anni dopo, il segnale è diventato una firma su carta intestata: e Torrez, che ha condotto in porto il processo, sostiene che il messaggio è chiaro.
Le aziende risponderanno quando il design del prodotto mette a rischio i bambini in modo consapevole. “Consapevole” è la parola chiave.
Cosa dice davvero la sentenza Meta
Il fondo da 567 milioni ha una destinazione vincolata: 420 milioni per servizi di trattamento destinati ai giovani, il resto per prevenzione, screening e campagne di consapevolezza, distribuiti su cinque anni. Biedscheid l’ha definito “necessario, per la portata dei danni e la natura complessa del rimedio”.
In sostanza, i soldi vanno alle famiglie che devono rimettere insieme i pezzi, non alle casse dello stato del New Mexico.
C’è poi la parte che pesa di più, e che non si misura in dollari. Meta dovrà limitare il tempo che gli utenti minorenni del New Mexico possono passare su Facebook e Instagram. Dovrà nascondere per default il numero di “like” sotto le foto degli under-18. Dovrà mostrare, sulle sue stesse piattaforme, schermate che elencano rischi e strumenti di sicurezza.
Cose che l’azienda giurava di fare da sola, con calma, quando avrebbe deciso lei. Adesso non decide più lei.
La sentenza in cifre
Autorità: Prima Corte Distrettuale del New Mexico, giudice Bryan Biedscheid. Procuratore generale ricorrente: Raúl Torrez. Data: 6 agosto 2026.
Cifre chiave: 942 milioni totali (567 fondo abatement + 375 sanzioni civili). Del fondo, 420 milioni per trattamenti destinati a giovani, il resto per prevenzione. Copertura del programma: 5 anni. Profitto netto Meta nel 2025: circa 60 miliardi (fonte: Wall Street Journal).
A Menlo Park la chiamano “spesa di manutenzione”
Facciamo due conti insieme, ragazzi. 942 milioni sono l’1,5% del profitto netto annuale di Meta. Meno di sei giorni di guadagno. Il titolo, dopo l’annuncio, è sceso meno di mezzo punto percentuale nelle contrattazioni serali: da 589 e rotti a 589 e qualcosa in meno. Gli investitori, in altre parole, hanno letto la sentenza e si sono girati dall’altra parte. Sanno benissimo che una multa così, per un’azienda che fattura come un piccolo stato piccolo, è una spesa di manutenzione ordinaria.
E si sbagliano, almeno sul lungo periodo e se la sentenza sarà rispettata. Perché Il punto vero è un altro, e sta nelle prescrizioni comportamentali. Nascondere i like per default, limitare il tempo di sessione dei minori, mostrare i rischi in evidenza: sono modifiche di prodotto che colpiscono il motore del business, non il portafoglio. Instagram vive di metriche di ingaggio; ridurle per una fascia di utenti riduce anche la loro rendita futura. Ed è il motivo per cui Meta farà appello di corsa per congelare quelle modifiche, sperano a Menlo Park, finché la Corte Suprema del New Mexico non si pronuncia. Significa altri cinque anni buoni di tempo. Ve lo dissi che questa storia è come quella del fumo di sigaretta: quando finiranno tutte le resistenze e le cause, e quando avremo bruciato due generazioni di ragazzi (ci metterei anche qualche adulto) la tossicità di questi strumenti sarà un fatto evidente e notorio. Mi correggo: sarà un fatto evidente e notorio la forma tossica data consapevolmente a questi strumenti.
Il filo che parte dal 2021 e non si è mai spezzato
Sul nostro sito la questione è sentita e ha una traiettoria lunga. Nel 2021 segnalammo il progetto Instagram Kids, quando Meta stava per lanciare una versione dedicata ai bambini sotto i tredici anni. Il progetto fu poi congelato (non abolito, sfumatura importante) dopo la fuga dei documenti interni della whistleblower Frances Haugen. Nel 2023 raccontammo lo studio su come le piattaforme social insegnano ai giovani a detestare il proprio corpo. Nel 2025 i numeri sulla depressione giovanile: +35% tra bambine e ragazze nelle fasce di età più esposte.
5 anni di segnali. 5 anni in cui l’azienda ha detto, ogni volta, di lavorare duro, di essere trasparente, di prendersi cura dei giovani. Bene, la sentenza di giovedì è la prima volta che qualcuno, con la toga addosso, ha risposto: i fatti dicono altro.
Meta, nella sua replica ufficiale, sostiene di essere “trasparente sulle sfide di identificare e rimuovere i cattivi attori e i contenuti dannosi”. La stessa formula del 2021, forse con una virgola diversa. Nel frattempo il New Mexico ha raccolto le prove sufficienti a farla condannare per aver consapevolmente (insisto su questo punto) danneggiato la salute mentale dei minori e nascosto ciò che sapeva sullo sfruttamento sessuale sui suoi servizi.
Il domino e quello che verrà
Laura Edelson, ricercatrice della Northeastern University sulle piattaforme, l’ha detto chiaramente:
“L’America non farà mai passare una legge che vieta i social media. Ma se aziende come Meta sanno di danneggiare gli utenti con il design del prodotto, gli stati stanno finalmente trovando il modo di frenarle”.
Il New Mexico è la prima tessera. Alle sue spalle, migliaia di cause pendenti: famiglie di adolescenti morti per suicidio dopo anni di esposizione, un aggregato di procedimenti federali in California, e altri procuratori generali che ora hanno un precedente esecutivo su cui appoggiarsi.
Anche altrove qualcosa si muove, con approcci diversi. La Nuova Zelanda sta valutando il divieto totale sotto i 16 anni, l’Australia lo ha già introdotto, la Francia sta discutendo l’obbligo di verifica dell’età con documento. Sono strade che partono da un presupposto comune: aspettare che le aziende si autoregolamentino non ha funzionato. E non funzionerà.
È il presupposto che il giudice Biedscheid ha messo nero su bianco, con una firma che vale 942 milioni. E, forse, qualcosa di più.
I prossimi anni, cosa aspettarsi
Ci vorranno almeno 3 anni per vedere l’effetto pieno del precedente sugli altri stati americani, e dai 5 agli 8 anni perché l’appello federale arrivi a una parola definitiva.
Nel breve, altri procuratori generali (California, Massachusetts, Texas hanno cause aperte) useranno il New Mexico come modello procedurale e come prova di fattibilità. Nel medio termine, il rischio serio per Meta sta nell’accumulo di prescrizioni comportamentali stato per stato (le cifre restano irrilevanti), che renderebbero Instagram e Facebook di fatto piattaforme diverse in ogni giurisdizione.
Il costo vero si misura nell’ingegneria di prodotto, non nei bilanci: e lì i conti si faranno diversamente.
Cosa resta, dopo la firma
Restano 420 milioni destinati a servizi che dovrebbero riparare quello che, secondo il tribunale, un’azienda ha rotto a occhi aperti. Restano le famiglie del New Mexico che hanno testimoniato per settimane, con storie che nei documenti processuali sono ridotte a numeri di pratica. Resta Torrez, che ha vinto una causa che nessuno gli chiedeva di vincere.
E resta Meta, che aggiornerà per l’ennesima volta il suo comunicato stampa sulla “sicurezza dei più giovani”, identico a quello che pubblicò quando lanciò Instagram Kids, quando ritirò Instagram Kids, quando Zuckerberg è comparso davanti al Congresso, quando venne fuori Haugen, quando arrivarono le prime cause.
Quella firma di Biedscheid sulla sentenza Meta è un pezzo di carta pesante come 942 milioni. Ma, come diceva mia nonna quando io e mia cugina litigavamo sul telecomando (se non capite la frase, siete nati bene): la maestra ha parlato.
Adesso vediamo se qualcuno la ascolta.