“Ma quella pillola con la telecamera, la batteria dove ce l’ha?”. Me lo ha chiesto un lettore qualche mese fa, e la risposta onesta era: ce l’ha dentro, è al litio, ed è il motivo per cui certi dispositivi restano ancora grandi come un acino d’uva. Ora un gruppo di ricercatori propone una batteria ingeribile fatta di carta, che si deglutisce e poi si disfa.
Il principio è vecchio quanto la pila di Volta, solo rimpicciolito… E ovviamente reso commestibile. Un foglio di carta funge da separatore, gli elettrodi sono stampati sopra, l’elettrolita lo fornisce il nostro stesso corpo. Cioè i fluidi gastrici e intestinali, che di sali ne hanno in abbondanza.
Finché resta asciutta non succede niente. Appena si bagna, comincia ad erogare energia.
Perché una batteria ingeribile di carta può cambiare le regole del gioco e il fattore di forma
Nello studio, il dispositivo ha alimentato elettronica medica dentro maiali vivi per un massimo di 3 giorni, dopodiché si è degradato gradualmente senza richiedere recupero.
Tre giorni sono tanti, in questo campo: la maggior parte delle capsule diagnostiche esaurisce il suo compito in 8-12 ore e poi diventa un oggetto inerte che aspetta l’uscita naturale.
La parte interessante non è l’autonomia, però. È che togliendo la cella al litio togli anche l’involucro rigido che la deve contenere, e a quel punto il sensore può essere morbido, piatto, sottile come una cialda. Ne avevamo già visto un assaggio con il sensore MIT grande come un mirtillo che misura la febbre dall’interno: bello, funzionante, e grosso esattamente quanto la sua batteria.
Cosa dice davvero l’esperimento sui maiali
Il test è descritto nello studio pubblicato su Medical Engineering. Batteria a base cartacea, attivata dai fluidi corporei, capace di alimentare dispositivi medici in vivo fino a 3 giorni prima della degradazione progressiva. Modello animale: suino, scelto perché il suo apparato digerente somiglia al nostro per tempi di transito e pH. Nessun dato pubblicato, al momento, su test umani o su una data di sperimentazione clinica.
Il corpo come presa di corrente, con qualche clausola
Una tecnologia di frontiera ha delle limitazioni, è fisiologico. Ad esempio, questa batteria ingeribile funziona finché c’è umidità. Nello stomaco e nell’intestino tenue non è un problema, ma più avanti diventa una variabile, e l’erogazione segue l’idratazione del paziente invece di seguire il protocollo clinico.
In pratica, la stessa capsula in due persone diverse può avere due “vite elettriche” diverse.
Poi c’è la potenza. Parliamo di microwatt, cioè abbastanza per un sensore di temperatura o un trasmettitore a impulsi radi, non ancora per una telecamera che gira 4 immagini al secondo lungo 7 metri di intestino. E c’è la questione di chi la userà: un dispositivo che monitora dall’interno per 3 giorni presuppone qualcuno che quei 3 giorni di dati li legga, li interpreti e faccia qualcosa.
Negli ospedali dove la gastroenterologia ha liste d’attesa di mesi, la parte difficile non è la batteria.
Detto altrimenti, la tecnologia risolve il problema dell’alimentazione e lascia intatto quello dell’accesso: come quasi sempre.
Resta il fatto che una batteria ingeribile che si dissolve chiude una parentesi lunga: quella dei metalli pesanti che fanno un giro completo nel tubo digerente di un paziente, sperando che l’involucro tenga. I maiali dello studio hanno tenuto acceso il loro dispositivo per 72 ore, e alla fine non c’era niente da recuperare.
Partiamo da questo. Partiamo da qui!
