Una Toyota Land Cruiser del 2024, a Riyadh, sta sul listino intorno ai 61.000 euro. È il mezzo che vedi in ogni parcheggio di centro commerciale, dal Mar Rosso al Golfo, e rappresenta l’abitudine di consumo che Ceer dovrà scardinare: convincere quel proprietario che la prossima auto sarà elettrica, saudita e costruita in un impianto che fino a ieri era sabbia.
Il marchio esiste dal 2022. Ora ha finalmente due prodotti da mostrare, una berlina media e un SUV, presentati questa settimana con le prime consegne annunciate per il mercato interno. Dietro ci sono il fondo sovrano PIF e Foxconn, con architettura elettrica e componentistica in licenza da BMW.
Ceer, un marchio nato a tavolino in una città nuova
Lo stabilimento è alla King Abdullah Economic City, sulla costa occidentale. La capacità dichiarata a regime viaggia intorno alle 170.000 vetture all’anno, cifra che nei documenti sauditi dovrebbe tradursi in un contributo al PIL nazionale di 30 miliardi di dollari (circa 27,6 miliardi di euro) entro il 2034.
Mettiamola accanto a un metro di paragone che tutti conoscono. BYD ha superato i 4 milioni di veicoli in un anno, il che significa qualcosa come 11.000 unità al giorno: l’intera produzione annua di Ceer, a piena capacità, esce dalle linee cinesi in poco più di due settimane.
Il che non rende l’operazione insensata. La rende un’operazione industriale piccola, con un’ambizione di bilancio grande. In Arabia Saudita si vendono circa 800.000 auto l’anno, e la quota elettrica è ancora una frazione modesta di quel totale, in un paese dove la benzina costa meno di un caffè.
Il socio che ha già provato a fare automobili
Foxconn assembla iPhone meglio di chiunque altro. Sulle quattro ruote ha un curriculum più accidentato: prese lo stabilimento di Lordstown in Ohio, e la società che doveva riempirlo è finita in bancarotta nel 2023. L’anno dopo è toccato a Fisker, altro cliente della sua piattaforma, chiudere i battenti lasciando migliaia di auto invendute nei piazzali.
Poi c’è l’altra metà del tavolo. Il PIF controlla già la maggioranza di Lucid, ci ha messo dentro oltre 8 miliardi di dollari (poco più di 7,3 miliardi di euro) e ha aperto per lei un impianto a Jeddah, a 100 chilometri scarsi da dove sorgerà Ceer. Due marchi elettrici, un solo azionista, la stessa costa.
Quando queste auto arriveranno davvero in strada
Finestra realistica: 2027-2029 per volumi significativi, con il mercato interno come primo e forse unico sbocco. Ostacoli concreti: una filiera di fornitori locale ancora quasi inesistente, la rete di ricarica da costruire su un territorio enorme, e il fatto che la benzina sussidiata toglie ogni urgenza al cliente finale. I primi clienti saranno con ogni probabilità le flotte pubbliche e le aziende della Vision 2030, obbligate per policy. Il dettaglio che ridimensiona: la produzione era attesa già per il 2025.
Le foto mostrano due vetture pulite, senza sbavature stilistiche, senza nulla che gridi. Sembrano auto, il che nel settore è già un risultato: molti debutti recenti erano render.
Quello che resta sospeso è più semplice del business plan. Un paese che ha costruito la propria ricchezza vendendo al mondo il carburante, e che ora finanzia con quei soldi un marchio elettrico nazionale, sta davvero diversificando o sta comprando tempo? Ceer è la prima risposta concreta a quella domanda, e la domanda resterà aperta almeno fino alla prima consegna vera.