La notte del 21 maggio una scossa di magnitudo 4.4 ha svegliato mezza Napoli (e mia moglie, ma non me) e qualche centinaio di persone ha passato di nuovo delle ore al buio sotto i portici, come accade ormai con una regolarità che nessuno vorrebbe avere imparato. Il giorno dopo, mentre i puteolani contavano nuove crepe e qualche piccolo crollo, è uscito su Scientific Reports uno studio che dei Campi Flegrei racconta tutt’altra storia: non quella di superficie, fatta di sciami e bradisismo, ma quella che comincia sedici chilometri più sotto.
E la prima cosa da dire, perché è la più importante e nessuno la mette in prima riga, è che questa scoperta non annuncia nessuna eruzione: descrive una struttura che si muove su tempi geologici, non sui nostri.
Il gruppo, coordinato da Víctor Ortega-Ramos dell’Istituto vulcanologico delle Canarie con la partecipazione dell’INGV, ha fatto una cosa che somiglia a un’ecografia. Ha preso oltre cinquemila onde sismiche generate da terremoti avvenuti a grande distanza, telesismi, registrate dalla rete di sensori flegrea tra il 2016 e il 2022, e ne ha letto le deformazioni. Quando un’onda attraversa il pianeta e incontra rocce con proprietà diverse, rallenta, si riflette, cambia natura: misurando come cambia, si ricostruisce cosa ha attraversato. Un’eco di terremoti lontani per illuminare il buio di casa propria.
Cosa hanno visto a venticinque chilometri
A dire il vero, l’immagine che ne esce arriva fino a cinquanta chilometri di profondità, dove prima non si era mai guardato sotto i Campi Flegrei. E mostra due zone in cui le onde rallentano parecchio, segno di rocce meno rigide. Una più superficiale, intorno ai dieci chilometri, un ellissoide di pochi chilometri per lato che fa pensare a una via di trasferimento del magma nella crosta. L’altra più sotto: uno strato spesso diciassette chilometri, con il tetto a venticinque, inclinato verso nord, dove fino al 30% delle rocce si trova allo stato fuso.
Quel 30% è il numero che conta. Secondo gli autori è la sorgente stessa dei magmi primitivi dei Campi Flegrei: il serbatoio di partenza, quello da cui il materiale risale (lentissimamente, grazie al cielo) verso la crosta, raffreddandosi e arricchendosi di silicio lungo la strada. Lasciate perdere la camera magmatica superficiale che fa notizia ad ogni terremoto, qui parliamo proprio della radice. Quella che alimenta tutto il resto, da molto più giù e da molto più tempo.
Scheda dello studio
Pubblicazione: V. Ortega-Ramos, L. D’Auria, J. L. Granja-Bruña et al., “Magma storage depths and crustal-upper mantle structure of Campi Flegrei caldera (Southern Italy) unveiled through receiver functions analysis”, pubblicato su Scientific Reports (gruppo Nature, 2026). DOI: 10.1038/s41598-026-51786-3.
Dati chiave: collaborazione tra Involcan, INGV, Universidad Complutense de Madrid e Université de Genève. Oltre 5.000 telesismi (2016-2022). Zona profonda a basse velocità: spessore 17 km, tetto a 25 km, fino al 30 wt% di fuso, interpretata come sorgente di magma primitivo subcrostale.
Perché vedere più in profondità non vuol dire vedere un pericolo nuovo
Qui serve un po’ di freddezza, perché la tentazione di leggere “c’è il 30% di roccia fusa sotto Napoli” come una minaccia è forte e comprensibile. Ma una sorgente di magma primitivo a venticinque chilometri è esattamente il genere di struttura che esiste sotto tutti i vulcani attivi, e che ci mette epoche a fare qualcosa. I terremoti che si sentono in superficie nascono altrove e per altri motivi: il bradisismo, la pressione dei fluidi e dei gas nei primi chilometri, le faglie superficiali della caldera. Su quei meccanismi, peraltro, il dibattito scientifico è tutt’altro che chiuso: c’è chi propende per la risalita di acque surriscaldate più che di magma, e chi, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, ha mappato faglie nascoste sotto Pozzuoli che nessuno aveva contato prima.
Lo studio si inserisce in una stagione di scoperte che stanno smontando l’idea della camera magmatica unica. Già un lavoro del 2024 aveva descritto un sistema di più serbatoi invece di un solo grande deposito. Adesso si aggiunge il piano interrato profondo, e il quadro che emerge è di un sistema stratificato, con compartimenti a quote diverse che comunicano tra loro in modi che ancora non capiamo del tutto. Lucia Pappalardo, direttrice dell’Osservatorio Vesuviano, lo dice senza giri di parole: i prossimi passi serviranno a capire come il magma si trasferisca dalle profondità fino alla superficie. In altre parole: sappiamo dov’è la cantina, non ancora come fa il vino a salire in tavola.
Il valore vero dello studio è proprio questo: più si conosce l’architettura completa del sistema, dalle radici alla superficie, più i modelli di rischio diventano affidabili. Sapere che la sorgente sta a venticinque chilometri e si muove con la calma del mantello è, se ci pensate, una notizia che tranquillizza: la profondità è una forma di lentezza.

Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: la ricaduta positiva di questo studio è già in corso, ma maturerà entro 3-7 anni.
Non è una tecnologia da mettere sul mercato: è conoscenza che entra nei modelli di sorveglianza. Perché diventi previsione operativa serve integrare questa immagine profonda con i dati di superficie (deformazione, gas, sismicità) in un modello unico, e quel lavoro è dichiaratamente la fase successiva.
A beneficiarne per primi saranno gli enti di monitoraggio e la Protezione Civile, non il singolo cittadino di Pozzuoli, che continuerà a leggere i bollettini settimanali come prima. La radice profonda non cambia il piano di evacuazione di domani: cambia, semmai, l’affidabilità di quello fra qualche anno.
Resta una piccola ironia geologica, di quelle che piacciono a chi abita dalle mie parti. Per fotografare il cuore di uno dei vulcani più sorvegliati al mondo non sono bastati anni di sensori piantati nel terreno flegreo: è servito il tremito di terremoti accaduti a migliaia di chilometri di distanza, gente che tremava altrove senza sapere che stava illuminando il sottosuolo di Pozzuoli.
Magari, speriamo, per farci avere un po’ meno paura.