Immaginate di lavorare in una fabbrica di automobili: a un certo punto la vostra azienda compra una società americana di robot, e quei robot, costruiti grazie al lavoro e agli utili che fate voi, vengono disegnati per stare in piedi nel vostro reparto e sostituirvi. La domanda che si sono fatti in 39.668 operai Hyundai, il 24 giugno, è semplice: “e ora che facciamo?”. La risposta è stata altrettanto semplice: il 92% di loro ha votato per autorizzare uno sciopero in Hyundai che, se parte, è in grado di fermare una nazione.
Lo stabilimento di Ulsan è il più grande impianto automobilistico al mondo, e Hyundai è uno dei maggiori datori di lavoro privati della Corea del Sud. Il voto è arrivato dopo undici “sessioni” di trattative finite male, e il sindacato ha messo sul tavolo una richiesta che nella storia dell’industria dell’auto non si era mai vista in un contratto collettivo: nessun robot umanoide entra nelle linee di produzione senza un accordo firmato.
Il robot in questione si chiama Atlas. Lo fa Boston Dynamics, la società che Hyundai ha comprato nel 2021 dai giapponesi di SoftBank, pagandola circa un miliardo di dollari. Da gennaio scorso, con il lancio all’annuale fiera CES di Las Vegas, Atlas è ufficialmente in versione commerciale. Il piano industriale del gruppo coreano prevede di costruire fino a 30.000 unità all’anno entro il 2028, e più di 25.000 sono destinate proprio agli stabilimenti Hyundai e Kia.
Gli operai costruirebbero i robot. I robot, poi, lavorerebbero nei loro reparti. È quello che in inglese chiamerebbero un loop. O no?
Qualcuno si è fatto due conti
Il sindacato dei metalmeccanici coreani ha tirato fuori la calcolatrice. Un operaio Hyundai a Ulsan, conteggiando salario base, premi di produzione e bonus annuali, costa all’azienda intorno ai 70.000 euro l’anno. Un Atlas, secondo i loro calcoli, costerà meno di due anni di quello stipendio. Una tantum. Poi lavorerà finché non si rompe, e quando si rompe lo aggiusterannopp. Sottolineo: il numero non è uscito da una nota stampa Hyundai, è uscito da chi rischia di essere sostituito. Il management non lo conferma e non lo smentisce, che è un modo elegante di confermarlo.
L’azienda sostiene che i robot servono a coprire una carenza di manodopera reale: la Corea del Sud invecchia rapidamente, le fabbriche faticano a riempire i turni. Una lettura legittima. Il sindacato risponde che sarà pure legittima, ma è anzitutto una lettura di comodo, perché la stessa azienda sta pianificando un’espansione robotica che va molto oltre il ricambio generazionale.
Noi qui su Futuro Prossimo avevamo già raccontato come Amazon, nel 2024, avesse dichiarato esattamente la stessa cosa: “i robot non rubano il lavoro, lo creano”. Un anno dopo, Microsoft pubblicava una lista dei mestieri che l’intelligenza artificiale, secondo loro, non avrebbe toccato. Il pubblico annuiva e (in parte) si rilassava.
Adesso 39.668 operai coreani stanno dicendo che le rassicurazioni a chiacchiere non bastano più: vogliono trovarle nero su bianco, nel contratto.
Il copione che Samsung ha già scritto a maggio
Lo sciopero in Hyundai porta con sé un messaggio potentissimo. Prendetela come viene, ma la mia visione “metaforica” della cosa mi ha fatto immaginare questi operai come quelli che costruirono l’esercito di terracotta a Xian, in Cina. Gli storici raccontano che gli operai furono seppelliti alla fine del lavoro: eliminati perché non rivelassero i segreti del tempio che essi stessi avevano edificato. Si, lo so, sono un po’ melodrammatico: ma mi colpisce molto l’analogia con questi lavoratori che rifiutano di saltare nella “fossa” che hanno scavato.
Anche perché il finale non è necessariamente lo stesso. A maggio, due mesi fa, Samsung ha firmato con i suoi sindacati un accordo storico: un “dividendo” una tantum da circa 400.000 dollari a testa ai dipendenti per gli utili generati dall’intelligenza artificiale negli ultimi due anni. La Banca Centrale di Seul si era allarmata: un accordo del genere, esteso, alimenta inflazione salariale e mette pressione sull’intera contrattazione coreana. L’allarme ha trovato conferma in tempi rapidi. Cinque settimane dopo, gli operai Hyundai chiedono un bonus pari al 30% degli utili netti, circa 25.000 euro a testa per 73.000 dipendenti. E aggiungono il diritto di veto sui robot.
Il governo coreano è in mezzo. Ha sempre dichiarato pubblicamente che i guadagni dell’IA debbano arrivare anche ai lavoratori, non fermarsi agli azionisti. Adesso quella dichiarazione politica è diventata un boomerang, o meglio: un caso da gestire davanti alla commissione per le relazioni di lavoro.
Il 30 giugno il comitato di sciopero del sindacato si riunisce per fissare il calendario delle azioni. Se Ulsan si ferma, le forniture europee e americane di Hyundai e Kia rallentano in tempi misurabili.
Le cifre della vertenza
Il voto: 92% favorevole su 39.668 iscritti al sindacato (24 giugno 2026). Fonti primarie: The Next Web, Korea Times, Automotive World.
Le richieste salariali: aumento base di 149.600 KRW al mese (~97 dollari), bonus pari al 30% degli utili netti dell’anno scorso, premio standard portato da 750% a 800%, età pensionabile estesa a 65 anni.
La richiesta sui robot: nessun Atlas in produzione senza accordo formale tra azienda e sindacato. Il piano Hyundai prevede oltre 25.000 unità Atlas nelle proprie fabbriche entro il 2028, su una capacità produttiva di 30.000 unità l’anno.
Prossima tappa: 30 giugno, riunione del comitato centrale di sciopero per decidere il calendario delle azioni.
Cosa cambierebbe dopo lo sciopero in Hyundai, oltre la Corea
Lo schema di Ulsan rischia di diventare il modello con cui i sindacati di mezzo mondo arriveranno al tavolo delle prossime trattative. In un pezzo dello scorso gennaio avevo scritto che l’era dei robot non sarebbe stata distopica, e continuo a pensarlo.
Però la differenza tra “distopica” e “negoziata bene” la fa esattamente quello che il sindacato Hyundai sta provando a piazzare nel contratto adesso. Senza quella firma, distopica o no, l’arrivo dei robot lo decide chi possiede l’azienda. Con quella firma, lo decidono in due.
Tra l’altro, qualcuno lo sta già notando: gli operai Hyundai non stanno chiedendo di bloccare i robot: stanno, di fatto, chiedendo di farli sedere al tavolo con loro. È una richiesta meno radicale di quanto la stampa l’abbia raccontata, e forse proprio per questo più pericolosa per l’altro lato del tavolo.
Il 30 giugno sapremo se da Ulsan parte uno sciopero, o se le linee continuano a girare con l’accordo tutto da scrivere. In entrambi i casi, qualcosa è già successo: per la prima volta in un grande contratto industriale, un robot è entrato nel testo come argomento di trattativa. Anzi, no: come un collega di cui discutere l’assunzione.