I fusogeni sono sostanze capaci di “fondere” tra loro le membrane di due cellule, o i due monconi di una fibra nervosa appena tagliata. Funzionano per via chimica: avvicinano le superfici e le tengono insieme finché la membrana non si richiude. Sono studiati da 40 anni come possibile rimedio alle lesioni del midollo spinale, dove il problema, in poche parole, è che le fibre nervose una volta recise non si ricuciono da sole. In altri termini, invece di aspettare che il midollo si rigeneri (cosa che nei mammiferi non accade), lo si ricuce subito, prima che le cellule muoiano.
Il problema è che da quarant’anni il passaggio dall’animale piccolo all’animale grande, e dall’animale grande all’uomo, non si è ancora chiuso con successo.
Lo scorso settembre, un’équipe russa dell’istituto Sklifosovsky di Mosca ha pubblicato su bioRxiv un preprint che sta facendo parlare a distanza di mesi: tre maiali Mangalica ungheresi, cui il chirurgo aveva reciso loro completamente il midollo spinale all’altezza del torace, hanno ripreso a camminare nel giro di due mesi. Altri due maiali, gruppo di controllo, sono rimasti paralizzati. La differenza tra i due gruppi? Un gel applicato sul taglio del midollo subito dopo la lesione. Il gel si chiama Neuro-PEG ed è una miscela di polietilenglicole e chitosano, due sostanze che da sole hanno proprietà fusogene già note. New Scientist, che ha rilanciato lo studio, ha messo il titolo che ci si aspettava: “Saremo i prossimi?”.
Come ricuci un midollo spinale?
L’operazione, descritta nel paper, è meno fantascientifica di quanto sembri, ma più invasiva di quanto si possa immaginare. Per arrivare al midollo, i chirurghi rimuovono prima una porzione di vertebre (laminectomia), poi installano viti d’acciaio sulle vertebre vicine per tenere ferma la colonna. A quel punto recidono il midollo. La traccia del taglio è netta: due monconi separati. Si applica il gel di Neuro-PEG nel punto di sutura, si fissa tutto, si chiude. Nei giorni successivi i maiali ricevono altre iniezioni di polietilenglicole per via endovenosa, e cominciano un percorso di riabilitazione con stimolazione elettrica dei muscoli. Per misurare i progressi, gli sperimentatori usano tre scale diverse di valutazione del movimento, e qui i risultati ci sono: i tre maiali trattati cominciano a muovere le zampe dopo due giorni, e dopo sessanta giorni reggono il proprio peso. Uno ha recuperato anche il controllo della vescica.
Il meccanismo per cui un polimero come il PEG aiuti il midollo è ancora discusso. La teoria classica, sostenuta dagli autori, è che il gel “richiuda” le membrane delle fibre nervose recise prima che la cellula muoia, permettendo a una parte di esse di riconnettersi. Un’ipotesi alternativa, sostenuta in altri filoni di ricerca, è che il PEG protegga la materia grigia del midollo dall’infiammazione, e che il recupero sia più questione di sopravvivenza neuronale che di vera “fusione”. Sulle riviste di settore, le due interpretazioni convivono da anni.

Fusogeni, anche la firma in fondo al paper è di quelle che fanno discutere
Tra gli autori del preprint compare Sergio Canavero, neurochirurgo torinese noto al grande pubblico per l’annuncio, ripetuto da una decina d’anni con scadenze sempre rinviate, del primo trapianto di testa umana. Canavero lavora sui fusogeni dagli anni Duemila ed è uno dei nomi più associati al protocollo GEMINI, di cui Neuro-PEG è la versione più recente. L’altro autore russo principale, Michael Lebenstein-Gumovski, è chirurgo presso lo Sklifosovsky. La presenza di Canavero in calce a un paper su maiali paralizzati non è di per sé un problema scientifico: vuol dire che il filone, da quando ha lasciato gli Stati Uniti e l’Europa occidentale per la Russia e la Cina, continua. Vuol dire anche che chi legge ha qualche memoria storica in più da mettere accanto al risultato.
Lo stesso gruppo aveva pubblicato nel 2023 un primo studio sui medesimi cinque maiali, su Surgical Neurology International. Il preprint del 2025 ripete l’esperimento e aggiunge un tipo nuovo di analisi: un colorante (DiI) che permette di tracciare le fibre nervose attraverso il punto di sutura.
Cosa manca, detto piano
Metto i fatti uno accanto all’altro: tre animali su tre del gruppo trattato hanno mostrato un recupero motorio reale e misurabile. È un dato. Allo stesso tempo, il gruppo di controllo è di due maiali. Il numero totale (cinque) è un limite riconosciuto dagli stessi autori, che parlano esplicitamente di studio pilota. Una revisione sistematica di marzo 2026 sull’intera letteratura fusogenica, sempre su bioRxiv, descrive il campo con le parole “experimental data are often inconsistent and contentious“, che è il modo accademico per dire che chi mette insieme tutti gli studi non vede ancora un quadro stabile.
Il salto dall’animale grande all’uomo, peraltro, ha un precedente ravvicinato e parallelo: le tecniche rigenerative studiate negli ultimi anni hanno fatto passi notevoli sui topi e sui ratti, e si stanno appena affacciando ai primi trial umani. I fusogeni stanno una casella indietro: gli studi sui grossi animali sono ancora pochi, piccoli, e con la stessa firma sopra.
Il lavoro di Mosca, in sintesi
Pubblicazione: M. Lebenstein-Gumovski, T. Rasueva, D. Kovalev, S. Canavero et al., “Fusogen-induced recovery of spinal cord function and morphology after complete transection”, https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0349579
Da qui all’uomo, quanto manca
Orizzonte stimato: almeno 10 anni per un primo trial clinico serio, sempre che il filone superi la replica indipendente. Forse mai per la versione “fusogeno da solo” senza terapie complementari (cellule staminali, neurostimolazione, riabilitazione intensiva). Servono studi su animali grandi con campioni nell’ordine delle decine, condotti da gruppi indipendenti, e una replica della procedura senza la firma del laboratorio originale. La parte più difficile è la “coreografia” chirurgica: una laminectomia estesa, una fissazione vertebrale rigida e una resezione del midollo non sono operazioni che si improvvisano. Potranno farla soltanto chirurghi specializzati in pochi centri al mondo, all’inizio.
Tornando a quanto scrivevo all’inizio: “Saremo i prossimi?”, si chiedeva New Scientist. La risposta onesta è che tre maiali in Russia non bastano per saperlo, ma sono comunque tre maiali che camminano. È poco e abbastanza allo stesso tempo.
Per chi è in carrozzina da un trauma, ogni preprint che mostra un midollo reciso e poi ricucito è una notizia. Per chi tiene il conto delle scadenze annunciate dal 2015 in poi, è una conferma che il lavoro va avanti, un passo per volta, con cautela e pazienza.
