“Dottore, mi hanno detto che durante l’operazione al cuore mi toglieranno anche il timo. Mi conviene firmare?” La domanda gira nei reparti di cardiochirurgia da quando, nel 2023, un gruppo di Harvard ha pubblicato sul New England Journal of Medicine uno studio che ha messo in dubbio una pratica consolidata da decenni. Senza timo, dicevano i dati, si muore di più. E ci si ammala di più di cancro. Poi è arrivato il follow-up, e poi è arrivata Yale a dire l’opposto. Il paziente che chiede aspetta una risposta. Per il momento, l’unica risposta onesta è “dipende”. Ma facciamo un passo indietro.
Il timo è quella piccola ghiandola gialla che sta dietro lo sterno, sopra il cuore. Nei primi anni di vita addestra i linfociti T a riconoscere virus e cellule anomale, poi dopo l’adolescenza si rimpicciolisce e si riempie di grasso. Per decenni la conclusione è stata semplice: in un adulto è un ingombro. A maggio vi ho raccontato come l’intelligenza artificiale stia leggendo nelle TAC quanto del timo è ancora attivo, e quanto questo possa predire la mortalità a dodici anni.
Quello era il timo come termometro: oggi parliamo del timo come bersaglio. Del bisturi, per la precisione.
Lo studio del 2023 e il rilancio del 2025
Nel 2023, il gruppo di David Scadden ha confrontato 1.146 adulti a cui il timo era stato rimosso con un numero pari di pazienti che avevano fatto la stessa chirurgia toracica lasciando la ghiandola al suo posto. A cinque anni dall’intervento, nel gruppo timectomizzato la mortalità per qualunque causa era più che raddoppiata (8,1% contro 2,8% dei controlli). Anche l’incidenza di cancro era doppia. Gli autori scrivevano che lo studio è osservazionale e non dimostra causalità, ma che la conservazione del timo, dove possibile, dovrebbe diventare una priorità clinica. Riassumendo: il sospetto è grosso.
Nel novembre del 2025 lo stesso gruppo è tornato sull’argomento con un follow-up pubblicato su Blood Advances. Il gruppo di volontari è stato ampliato, hanno rifatto tutti i controlli eccetera. Il risultato? I numeri reggono. Il rischio relativo di mortalità a cinque anni è 2,4 volte più alto, e c’è lo stesso identico moltiplicatore per il cancro. Proseguendo l’osservazione per decenni, l’indice del rischio di morte resta comunque a 1,9. Niente eccesso di eventi cardiovascolari maggiori, però: chi muore di più dopo la timectomia, muore soprattutto di cancro. Per chi aveva sollevato il problema nel 2023, questa sembra proprio una conferma in piena regola. E per altri?
Yale ribatte: forse il problema era nella coorte
Ad agosto 2025, sul Journal of Thoracic Oncology, il gruppo di Benjamin Resio e Daniel Boffa della Yale School of Medicine ha pubblicato il primo grosso tentativo di replica indipendente. Hanno preso i due registri tumorali americani più grandi (SEER e NCDB) dal 2004 al 2022, e isolato 2.493 pazienti operati di timectomia per timoma piccolo o localizzato. Qui i risultati sono stati diversi: la sopravvivenza a cinque anni di questi pazienti è risultata sovrapponibile a quella della popolazione generale aggiustata per età. E sovrapponibile a quella di pazienti operati di tumori benigni del seno o della tiroide. Come mai?
Qui entra in gioco la critica metodologica più seria, mossa da Frank Detterbeck e colleghi della Society of Thoracic Surgeons sul Journal of Thoracic and Cardiovascular Surgery a inizio 2025. Nella coorte originale di Scadden, dei 1.146 pazienti timectomizzati solo 19 erano stati operati per ragioni puramente cardiache. Il 47% aveva una massa cancerosa, il 32% una massa sospetta, l’11% aveva miastenia gravis preoperatoria. Gente già malata, insomma, paragonata a un gruppo di controllo che malato non era.
Sottolineo: confrontare chi entra in sala operatoria con un tumore con chi entra per un bypass è un confronto su due popolazioni diverse, non sull’effetto della rimozione di un organo, in questo caso del timo.

Il paziente, intanto, attende di capirci di più
Da fuori sembra una disputa tra accademici. Dentro la sala operatoria, invece, è un problema vero. La ricerca sta lavorando a nuovi strumenti di valutazione del sistema immunitario adulto, ma per ora la decisione su una timectomia incidentale (cioè fatta non perché serva, ma perché è comodo togliere la ghiandola che è di passaggio) si prende con quello che c’è in letteratura. E in letteratura, oggi, c’è un grande studio osservazionale con metodologia contestata, un suo follow-up coerente con se stesso, e una replica indipendente che dice il contrario. Che confusione!
L’ITMIG, la società scientifica internazionale che si occupa di patologie del timo, a dicembre 2025 ha pubblicato una raccolta di pareri di esperti per provare a sgombrare il campo.
La sintesi, ridotta all’osso: la timectomia per indicazioni chiare (timoma, miastenia gravis grave) resta indicata. Quella “incidentale” andrebbe evitata quando non aggiunge valore tecnico all’intervento principale. Una posizione di buon senso che fino a tre anni fa nessuno sentiva il bisogno di scrivere. Il sistema immunitario adulto, dopotutto, è il terreno su cui si gioca la maggior parte delle terapie oncologiche di nuova generazione: dargli una ghiandola in meno senza ragione, oggi, costa più di tre anni fa.
Le due ricerche a confronto
Studio Scadden: Kooshesh, Foy, Sykes, Gustafsson, Scadden, “Health Consequences of Thymus Removal in Adults”, pubblicato sul New England Journal of Medicine (2023). DOI: 10.1056/NEJMoa2302892. Follow-up sul Blood Advances (novembre 2025). DOI: 10.1182/bloodadvances.2024015286.
Studio Yale: Resio, Canavan, Caturegli, Detterbeck, Boffa, “Mortality Risk and Cause of Death Associated With Removal of the Adult Thymus”, pubblicato sul Journal of Thoracic Oncology (agosto 2025).
Dati chiave a confronto: Scadden trova 2,4 volte più mortalità e cancro a 5 anni in 1.146 timectomizzati vs controlli matchati. Resio non trova differenze tra 2.493 timectomizzati per timoma piccolo e popolazione generale aggiustata. Differenza chiave: composizione della coorte (cardiochirurgia pura era l’1,7% nel campione Scadden) e tipo di confronto.
Quanto manca a una risposta vera
Orizzonte stimato: 5-10 anni per uno studio randomizzato controllato dirimente, se mai si farà.
Servirebbe un trial prospettico che assegni casualmente a pazienti cardiochirurgici la conservazione o la rimozione del timo, con esito a 10-15 anni. È costoso, lento, eticamente complicato proprio ora che il sospetto è in letteratura. Nell’attesa, vincerà chi pubblicherà la meta-analisi più solida e la replica più larga.
Resta una cosa interessante. Per decenni quella ghiandola gialla davanti al cuore è stata considerata un residuo, e veniva tolta come si toglie un soprammobile che dà fastidio. Ora abbiamo un dubbio serio, una replica che lo ridimensiona, e un dibattito che dovrebbe esistere da prima e invece nasce solo oggi.
Quanti altri organi adulti stiamo gestendo così, mi chiedo, senza saperlo, e senza ammettere di non saperlo?