Nel 2021 una grande meta-analisi diceva che integrare vitamina D riduce le infezioni respiratorie. Nel 2025 gli stessi autori, con altri 24 mila partecipanti, hanno ritirato la conclusione. Abbiamo chiesto a eFarma, farmacia online del gruppo Atida, come cambia la domanda quando cambiano le evidenze.
C’è un’espressione che compare su metà delle confezioni in farmacia e che nessun immunologo userebbe mai: “rafforzare le difese”. Il sistema immunitario non si rafforza come un muscolo, deve restare calibrato, capace di rispondere forte a un virus e di ignorare il polline. Un sistema immunitario “più forte” in senso letterale si chiama malattia autoimmune. La storia della vitamina D degli ultimi quattro anni è il miglior corso accelerato sul tema, e chi vende integratori la sta seguendo con attenzione.
Quando i dati nuovi cancellano quelli vecchi
Nel marzo 2021 un gruppo guidato da David Jolliffe della Queen Mary University di Londra pubblicava su Lancet Diabetes & Endocrinology la meta-analisi di 37 studi randomizzati: l’integrazione di vitamina D riduceva il rischio di infezioni respiratorie acute, con un odds ratio di 0,92 e un intervallo di confidenza che non toccava l’uno. Quel risultato ha orientato per anni la domanda di integratori per le difese immunitarie basse, e da eFarma, che nel 2012 è stata tra le prime farmacie online italiane e oggi è parte del gruppo europeo Atida, osservano che la vitamina D resta l’ingrediente più cercato della categoria nei mesi freddi, davanti a zinco, vitamina C ed echinacea. Poi, a febbraio 2025, lo stesso gruppo ha aggiornato l’analisi con i trial usciti nel frattempo, tra cui uno da 15.804 persone. Con 40 studi e 61.589 partecipanti l’odds ratio è salito a 0,94, il p-value a 0,057, e l’effetto ha smesso di essere significativo. Nessuna differenza per età, dose, frequenza di assunzione o livelli di partenza nel sangue.
La vitamina D resta essenziale per le ossa, e chi è in carenza documentata la deve assumere. Quello che è caduto è il salto logico che dal laboratorio, dove i suoi metaboliti attivano davvero le difese innate, arrivava dritto al risultato clinico sulla persona sana.
Cosa dice l’Europa e cosa dice Cochrane
Sul piano regolatorio la faccenda è più sobria. L’EFSA autorizza per una manciata di nutrienti, tra cui vitamina C, vitamina D, zinco, selenio, ferro, folati e vitamina B12, un solo claim: “contribuisce alla normale funzione del sistema immunitario”. Normale, non potenziata. Significa che se ti manca quel nutriente il sistema lavora peggio, e reintegrarlo lo riporta alla base. Non esiste un claim approvato che dica “previene il raffreddore”, tanto meno “l’influenza”.
Le revisioni Cochrane vanno nella stessa direzione. Sulla vitamina C, l’integrazione quotidiana non riduce l’incidenza dei raffreddori nella popolazione generale e accorcia la durata di circa l’8 per cento negli adulti, con l’eccezione di chi è sotto sforzo fisico estremo, maratoneti e soldati in addestramento, dove il rischio si dimezza. Sullo zinco la revisione del maggio 2024, 34 studi e 8.526 partecipanti, trova che in prevenzione non cambia quasi nulla, mentre preso ai primi sintomi può accorciare il raffreddore di circa due giorni, con evidenza di bassa certezza e qualche effetto collaterale lieve in più.
È qui che il punto di vista di chi vende diventa interessante. Da eFarma la lettura è che il cliente informato sta già cambiando: le richieste di consiglio al farmacista sulla categoria immunità riguardano sempre meno “cosa prendo per non ammalarmi” e sempre più “ho fatto le analisi, questo valore è basso, cosa serve”. Una domanda che parte da un dosaggio della 25-idrossivitamina D o da un’anemia da ferro è esattamente quella a cui l’integrazione sa rispondere. L’altra, quella dello scudo preventivo, la scienza non l’ha mai davvero coperta, e un rivenditore serio ha interesse a dirlo.
Il vero fronte è un altro
Se c’è un campo dove la ricerca sull’immunità sta correndo, è quello dell’invecchiamento. Il timo, l’organo dove maturano i linfociti T, comincia a ridursi dopo la pubertà e verso i cinquant’anni è in gran parte sostituito da tessuto adiposo. Il repertorio di cellule diventa meno vario e risponde meno ai vaccini: si chiama immunosenescenza, ed è il motivo per cui l’influenza uccide soprattutto sopra i 65 anni. Qui l’integrazione funziona quando corregge carenze frequenti negli anziani, zinco in testa. Le sperimentazioni più interessanti riguardano però la rigenerazione timica e i farmaci che ripuliscono le cellule senescenti.
La lezione della vitamina D vale per tutto il settore. Un meccanismo plausibile e un’associazione osservata non bastano a dire che un integratore protegge. Serve un trial che lo dimostri, e poi che il trial successivo lo confermi. Quando non succede la scienza cambia idea, e che lo faccia in pubblico, con gli stessi autori del lavoro precedente, è ciò che dovrebbe dare fiducia. Anche a chi quegli integratori li mette a catalogo.