Per decenni ci hanno spiegato l’obesità con un conto semplice: calorie in entrata contro calorie in uscita, e quel conto in qualche modo regge ancora. Ma al Mount Sinai e in altri laboratori si studia un’aggiunta scomoda: gli obesogeni, sostanze contenute nella plastica che “parlano” il linguaggio degli ormoni e convincono le cellule adipose a moltiplicarsi. Obesità da inquinamento? Aspettate, chiarisco meglio.
Prendete una lattina di pelati dalla dispensa e guardate l’interno del coperchio: quel rivestimento lucido, quasi dorato, serve a non far reagire il metallo con il pomodoro. Cede anche qualcosa di sé al cibo, molecole minuscole che il corpo scambia per ormoni, e una parte della medicina sospetta che il metabolismo ne esca deviato.
Gli impostori ormonali nella plastica della spesa
Se avete sentito il termine “obesogeni” solo adesso, arrivate molto tardi. Si, perché il termine l’hanno coniato nel 2006 Felix Grün e Bruce Blumberg, per indicare composti estranei al corpo che alterano il modo in cui si accumula il grasso e si regola l’appetito.
Il meccanismo meglio studiato passa dal recettore PPAR-gamma, che dice alle cellule precursori di diventare adipociti: il tributilstagno, in laboratorio, lo accende senza chiedere permesso.
Per Manish Arora, professore di medicina ambientale a Mount Sinai, il quadro è più ampio: le sostanze disturbano il dialogo tra sistema endocrino e cervello, con un aumento netto della fame, e sconvolgono la flora intestinale. Arrivano da bisfenoli e ftalati che migrano dagli imballaggi nel cibo, dai PFAS dell’acqua contaminata e dai cosmetici. Arora aggiunge che nel supermercato è quasi impossibile comprare qualcosa che non sia mai stato a contatto con la plastica.
Ci sono anche le particelle che respiriamo: nel gennaio 2023 raccontavamo le microplastiche nell’aria, specialmente al chiuso, e infatti Arora le cita tra le vie di ingresso.
Quanto pesano davvero sulla bilancia gli obesogeni?
Gli obesogeni entrano nel conto delle calorie senza cancellarlo. Lo ripetono tutti gli esperti sentiti da Medscape, a partire da Fady Hannah-Shmouni: i meccanismi arrivano da cellule e animali, mentre sull’uomo si trovano associazioni, e dieta, sonno, movimento e genetica contano ancora di più.
Una revisione del 2025 su 75 studi umani ha trovato legami abbastanza coerenti per alcuni ftalati e bisfenoli, soprattutto nei bambini e nelle donne, mentre per i PFAS i risultati vanno in direzioni diverse. E i bambini sono gli stessi che a settembre 2025 abbiamo raccontato più numerosi dei malnutriti, per la prima volta. Resta il sospetto di causalità inversa: chi mangia più cibo confezionato ingerisce più calorie e più sostanze di contatto, tutto insieme.
Sulla questione dei test, i pareri si dividono. Arora, che guida LinusBio (un’azienda che vende test di esposizione ambientale), vorrebbe uno screening di routine a ogni controllo, come la pressione. Hannah Shmouni, fondatore del fondo FHS Capital e direttore medico di Eli Health, ritiene che per ora non serva, perché non esiste un esame validato che leghi l’obesità di un paziente a una sostanza precisa. Per quello che può valere, la penso come lui
Il lavoro che “battezzò” gli obesogeni
Pubblicazione: Felix Grün e Bruce Blumberg, “Environmental obesogens: organotins and endocrine disruption via nuclear receptor signaling”, pubblicato su Endocrinology (2006). DOI: 10.1210/en.2005-1129.
Che cosa si può fare nel frattempo
Le indicazioni dei medici sono modeste: scaldare meno il cibo nella plastica, scegliere meno prodotti molto confezionati quando si può, guardare ai materiali a contatto con gli alimenti e alla qualità dell’acqua come a un problema da regolare a monte.
Nneoma Oparaji chiede che il tema non diventi un nuovo modo di colpevolizzare i pazienti.
La previsione, con data e firma (11 ottobre 2026): entro il 2030 non esisterà ancora un esame che attribuisca l’obesità di una singola persona a una sostanza precisa, e gli obesogeni resteranno un contributo da pesare insieme al resto. Nel frattempo la lattina sta in dispensa, e il coperchio dorato dei pelati fa quello che ha sempre fatto.
Comunque, ne riparliamo.