Il cinema è morto? No, sta solo aspettando che tu posi quel maledetto telefono. Il second screen non è più solo un’abitudine, quella di guardare la tv sempre con l’occhietto un po’ altrove: è diventato il nuovo standard produttivo. Tu non presti più attenzione, e allora il film viene progettato per venirti a ripescare due, anche tre volte.
Il fatto è questo: non si tratta della maleducazione di chi messaggia al cinema (quella meriterebbe un girone dantesco a parte, o un articolo dedicato, e forse ogni tanto finirei anch’io tra le sue righe), ma di come l’industria dell’intrattenimento si sia arresa all’evidenza dei nostri divani. Quando guardiamo un film a casa, la nostra attenzione è frammentata, parziale, intermittente. E le piattaforme, che sui dati ci campano, lo sanno meglio di noi.
Hanno visto i numeri, hanno cronometrato i nostri sguardi che rimbalzano dalla TV allo smartphone, e hanno preso una decisione industriale: se lo spettatore è distratto, il contenuto deve adattarsi alla sua distrazione.
Il second screen comanda, la trama obbedisce
C’è un dettaglio tecnico che sta cambiando la pelle delle storie che vediamo. Non è l’arrivo dell’AI, che pure sta trasformando la produzione video. È un processo che potremmo definire ridondanza narrativa pianificata.
Recentemente è emerso un retroscena che spiega molto di quello che ci passa davanti agli occhi ultimamente. L’attore Matt Damon, chiacchierando in un podcast (se volete, qui trovate il video della conversazione), ha svelato che i dirigenti di Netflix chiedono esplicitamente di ripetere i passaggi chiave della trama “tre o quattro volte” all’interno dei dialoghi. Il motivo? Sanno che mentre il film va, noi stiamo controllando le notifiche, rispondendo a una mail o scorrendo il feed di Instagram.
Il second screen, in altre parole, ha vinto sulla sospensione dell’incredulità.
Ecco, questa secondo me è una resa incondizionata. Non si chiede più allo spettatore di fare uno sforzo, di seguire un filo, di cogliere una sfumatura. Si progetta il prodotto dando per scontato che quello sforzo non ci sarà. È la codifica dell’attenzione parziale come standard di mercato.
È come se un autore di romanzi scrivesse un riassunto del capitolo precedente ogni tre pagine, nel caso il lettore si fosse distratto a guardare fuori dalla finestra. E non è nemmeno una scelta stilistica: è proprio un’imposizione dettata dai big data.
Verso una narrazione a prova di idiota
Ricordate Idiocracy? Quel film del 2006 che tutti citiamo ironicamente ogni volta che vediamo qualcosa di stupido? Ecco, forse ci stiamo arrivando, ma non nel modo chiassoso e volgare previsto dalla pellicola. Ci stiamo arrivando attraverso l’efficienza degli algoritmi. Il second screen ci sta addestrando a una fruizione passiva, dove il contenuto deve urlarci in faccia i concetti per assicurarsi che siano passati attraverso il filtro delle nostre distrazioni digitali.
La conseguenza estetica è devastante. I dialoghi diventano didascalici (“Ah, quindi stai dicendo che la bomba esploderà tra dieci minuti e dobbiamo trovare il codice rosso che tua madre ti ha dato prima di morire?”). I silenzi spariscono, perché il silenzio su uno schermo televisivo è un invito a guardare il telefono, o al contrario si allungano per avere meno scene complesse, risparmiare sulla produzione e “fare volume”. Tanto tu stai guardando il cellulare, giusto?
L’azione viene anticipata ai primi minuti (il famoso “hook”) per evitare che lo spettatore cambi contenuto prima ancora di aver posato il telecomando, e poi alla fine, per lasciare il “sapore” di aver visto qualcosa, o (se si tratta di una serie) per sfruttare il cliffhanger e invogliare a guardare la puntata successiva.
Ma proviamo a spingere lo sguardo un po’ più in là. Se questa è la tendenza, come evolverà il prodotto “film”? Mi chiedo se non siamo vicini a una biforcazione netta. Da una parte il “Cinema” (con la C maiuscola), quello pensato per la sala buia, dove il telefono è spento e l’immersione è totale. Un cinema che potrà permettersi ellissi, non detti, complessità. Dall’altra il “Contenuto Streaming”, geneticamente modificato per sopravvivere alla guerra del second screen.
Approfondisci
Il tema dell’attenzione e di come la tecnologia modella i contenuti è centrale. Leggi come i colossi dello streaming stanno letteralmente mangiando le vecchie case di produzione, imponendo le loro regole. Oppure scopri come cambierà l’esperienza fisica della sala cinematografica per sopravvivere al digitale. E se ti interessa l’aspetto economico, guarda come i nuovi modelli di consumo digitale influenzano ciò che vediamo.
Il futuro del second screen: versioni differenziate per cervelli diversi?
Lancio un’ipotesi, nemmeno troppo assurda. In un futuro prossimo potremmo non avere solo il tasto “Salta intro” o la scelta della lingua. Potremmo trovarci a selezionare il “livello di attenzione”. Immaginate di aprire Netflix nel 2030 e dover scegliere tra la versione “Focus Mode” (il film originale, complesso, sottile) e la versione “Second Screen Mode” (montaggio differente, o dialoghi esplicativi aggiunti in post-produzione, notifiche visive a schermo per ricordarti chi è quel personaggio che non guardavi da dieci minuti).
Sarebbe la fine dell’opera d’arte unitaria e l’inizio del contenuto liquido, adattabile non solo al device, ma al livello cognitivo disponibile in quel momento. “Stasera sono stanco, mettimi la versione spiegata bene”. Inquietante? Un po’. Impossibile? No.
Quando e come ci cambierà la vita
In realtà sta già succedendo. Le serie TV di maggior successo oggi sono spesso quelle che puoi “ascoltare” mentre fai altro, quelle dove se perdi una scena non perdi il filo. Entro il 2028, potremmo vedere i primi esperimenti ufficiali di “narrativa adattiva” basata sui dati biometrici o sull’eye-tracking dei visori. Se non guardi, il film si ferma. O peggio: ti spiega cosa ti sei perso.
Il second screen non se ne andrà, perché diventato un’estensione del nostro sistema nervoso. E prepara un’epoca in cui ci saranno forse doppi e tripli schermi sovrapposti addirittura alla realtà che osserviamo.
La sfida sarà quella di decidere quando staccare per goderci due ore di immersione totale in una sola cosa alla volta: l’alternativa è che l’arte si abbassi al livello della nostra distrazione. Ed è un’alternativa che mi fa venire l’orticaria: perché alla fine, se un film deve spiegarmi tre volte che l’assassino è il maggiordomo perché io ero troppo impegnato a mettere like a una foto di gattini, forse il problema non è il film.
E nemmeno il maggiordomo.