Abu Dhabi, domenica 2 marzo, le 4:30 del mattino ora del Pacifico. “Oggetti” colpiscono un data center di Amazon negli Emirati Arabi, creando scintille e fiamme. Perché ho scritto “oggetti”, secondo voi? Beh, perché AWS ha pubblicato un comunicato che sembrava scritto da un avvocato sociopatico: parlava di “oggetti”, non di missili, poi magari qualcuno mi spiegherà.
I pompieri, ad ogni modo, hanno staccato la corrente a tutto. Fuori, il cielo degli Emirati era attraversato da 541 droni e 165 missili balistici iraniani: la risposta all’attacco americano e israeliano che ha ucciso l’ayatollah Khamenei. Dentro il data center, i server si sono spenti senza rumore: è il genere di silenzio che costa miliardi.
La promessa e il fumo
Per anni i governi del Golfo hanno venduto a Silicon Valley una narrazione compatta: portateci dati, modelli e chip, e noi vi daremo stabilità. La scorsa primavera Trump ha fatto il giro di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati raccogliendo oltre duemila miliardi di dollari in impegni di investimento. L’idea era fare del Golfo il terzo polo mondiale dell’intelligenza artificiale, dopo Stati Uniti e Cina. OpenAI e Nvidia avevano annunciato Stargate UAE, il più grande data center fuori dagli States. Amazon aveva messo 5 miliardi su un hub AI a Riyadh con Humain, il braccio tech dei sauditi, e così via.
Insomma: i soldi c’erano, le strette di mano pure, e la Pax Silica (l’iniziativa americana per blindare la catena dei chip contro Pechino) aveva appena portato Emirati e Qatar nel club. Tutto ruotava attorno a una sola parola: sicurezza. Già. Però era una sicurezza pensata per un tipo di minaccia preciso: che i chip finissero nelle mani sbagliate.
Nessuno ha pensato alla possibilità che qualcuno colpisse l’edificio dove giravano. Uh. Forse la mossa iraniana non è stata poi così casuale, e forse non è neanche priva di suggeritori: ma queste sono solo ipotesi di cui mi vergogno un po’, non tenetene conto: è il mio cervello rettile che ogni tanto fa baccano.
Una volta tanto costa meno attaccare che difendere
La mossa iraniana, a parte ciò che pensa il mio cervello rettile dal quale mi dissocio, sembra appartenere più al “muoia Sansone con tutti i filistei” che alla rigida pianificazione strategica. Epperò è anche vero che invece di sbattere contro muri digitali e fisici (in cui il Golfo ha investito miliardi), le armi iraniane usate così destabilizzano molti piani: non solo militari, ma anche nella gestione dei dati. Il data center colpito serviva imprese in Africa, Sud Asia e Sud-est asiatico. Ventiquattr’ore dopo era ancora offline, e i disservizi si erano estesi ad altre parti dell’infrastruttura cloud di Amazon nella regione.
I numeri dell’attacco: la difesa aerea emiratina ha intercettato 165 missili balistici, 2 cruise e 541 droni in due giorni. Ma 35 droni e 5 proiettili sono passati, colpendo aeroporti, il porto di Jebel Ali e la facciata del Burj Al Arab. Tre lavoratori (migranti) sono morti.
Le borse UAE sono rimaste chiuse: prima volta dalla morte dello sceicco Khalifa nel 2022. Goldman Sachs, JPMorgan e Citigroup hanno mandato a casa il personale.
Firewall e cemento: il data center tra due mondi
Ecco, vale la pena di ribadire il punto: per anni i governi del Golfo hanno versato miliardi nella difesa da hacker e cyberspionaggio. E quello che ha tirato giù il data center non è stato un codice malevolo, ma calore, fumo e un interruttore staccato dai pompieri. Come ha sintetizzato un analista del Rabdan Security Institute di Abu Dhabi, in un ambiente di missili e droni “cemento, distanza e dispersione contano quanto i firewall”. Scopri che hai la migliore serratura del quartiere, ma il tetto è di cartone. E quindi che succede ora?
Le aziende tech, almeno per ora, non scapperanno. Gli investimenti nel cloud del Golfo sono troppo grandi per essere smontati. La risposta probabile sarà rafforzare gli edifici, spostare le operazioni sottoterra, spingere i clienti a distribuire i dati su più Paesi. Una militarizzazione esplicita dell’infrastruttura cloud, insomma: qualcosa che fino a domenica si poteva discutere in teoria, e che adesso ha un precedente concreto.
Il pezzo scomodo
La situazione del Medio Oriente fa riflettere ancora di più (se ce ne fosse bisogno) sulla fragilità delle nostre infrastrutture digitali. Non solo quelle del Golfo: tre blackout globali in un mese tra ottobre e novembre 2025 avevano già mostrato che costruiamo architetture “distribuite e resilienti” e poi mettiamo tutto nello stesso data center perché è comodo, veloce e costa poco. Finché non lo è più.
D’altra parte, se viene giù il mondo, non sono quattro cavi internet che lo terranno a galla. E forse è proprio questa la lezione più onesta: abbiamo costruito il futuro dell’intelligenza artificiale come se la geopolitica fosse un problema di software.
L’Iran ci ha ricordato che a volte basta un fiammifero.
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