Mais, grano, riso e soia. Quattro colture annuali coprono il 75% delle calorie che l’umanità consuma ogni giorno. Si piantano, si raccolgono, si ripiantano: ogni anno si ricomincia da zero, arando il suolo, bruciando energia, spargendo fertilizzanti. Le colture perenni funzionano al contrario: restano nel terreno, rigenerano le radici, producono cibo stagione dopo stagione senza ricominciare.
Un libro che ho appena letto raccoglie trenta voci da cinque continenti per sostenere che questo modello alternativo non è un’utopia da accademici, ma una pratica già attiva in comunità indigene, fattorie sperimentali e foreste alimentari urbane. La soluzione era davvero già sotto i nostri piedi?
Radici che non muoiono (e colture perenni che non si arrendono)
Il libro si chiama Living Roots: The Promise of Perennial Foods, non ve lo linko perché non è una sponsorizzazione, ma cercatelo. Lo hanno curato Liz Carlisle (una docente di studi ambientali alla UC Santa Barbara) e Aubrey Streit Krug, la direttrice del Perennial Cultures Lab al Land Institute in Kansas. Dentro ci sono più di trenta saggi, poesie, testimonianze di agricoltori, chef premiati, scienziati e comunità indigene che coltivano colture perenni da millenni. È un’assemblea di persone che fanno la cosa giusta da sempre e aspettano che il resto del mondo se ne accorga.
Il fatto è questo: le piante perenni investono più energia nelle radici rispetto alle colture annuali. Radici che scendono per metri nel terreno, che trattengono acqua, che sequestrano carbonio, che tengono il suolo al suo posto mentre noi in superficie discutiamo di emissioni. Le colture perenni non hanno bisogno di aratura annuale, il che significa meno erosione, meno fertilizzanti, meno gasolio bruciato nei trattori. Noci, frutti, bacche, cereali sperimentali come il Kernza (un grano perenne con radici lunghe tre metri): la biodiversità alimentare che ignoriamo è enorme.
Il problema (vero) delle colture perenni
L’agricoltura globale e i sistemi alimentari industriali producono circa 16-17 miliardi di tonnellate di CO₂ ogni anno: tra un quarto e un terzo delle emissioni globali. Carlisle lo dice senza giri di parole: il modo in cui coltiviamo (quasi esclusivamente piante annuali) non è resiliente quanto quello che la natura farebbe da sola. Ecco, qui sta il paradosso che il libro non nasconde: se le colture perenni sono così superiori, perché non le coltiviamo già tutte?
La risposta è brutta e banale, e sono certo che la conoscete già: i soldi. L’intero sistema agricolo moderno (sussidi, filiere, macchinari, ricerca genetica) è costruito attorno a quelle quattro colture annuali che vi ho elencato all’inizio. Cambiare rotta significa ripensare catene di distribuzione, politiche agricole, abitudini alimentari. Non è che le colture perenni facciano “paura” in senso letterale: è che rendono visibile quanto il modello attuale sia fragile, e nessuno ama sentirsi dire che sta facendo la cosa sbagliata da settant’anni.
I numeri delle colture perenni in sintesi: il 75% delle calorie mondiali dipende da 4 piante annuali (mais, grano, riso, soia). L’agricoltura contribuisce per il 25-33% alle emissioni globali di CO₂. Le radici perenni possono stoccare quantità enormi di carbonio nel sottosuolo, ridurre l’erosione e resistere a siccità che distruggerebbero le colture a radice corta.
Dalle praterie del Kansas alle colture perenni urbane
La cosa interessante di Living Roots è che non parla solo di campi. Parla di foreste alimentari urbane nel sud-est di Atlanta, di comunità indigene che riportano i bisonti nelle praterie del South Dakota, di allevatori che pascolano il bestiame imitando i movimenti degli erbivori selvatici. Dalle pianure americane alle pampas argentine, dagli altipiani turchi ai campi ugandesi: il movimento delle colture perenni è molto più ampio di quanto mi aspettassi prima di leggere questo libro.
Insomma: non si tratta di tornare a un’agricoltura primitiva. Si tratta di capire che le piante che restano nel terreno anno dopo anno (alberi da frutto, arbusti da bacca, cereali perenni sperimentali) costruiscono ecosistemi più stabili, più economici da gestire e più capaci di assorbire i colpi del clima che cambia. Il Land Institute in Kansas, per dire, sta sviluppando i primi cereali perenni commerciali: dal sorgo al silfio, passando per quel Kernza che ha radici tre volte più lunghe del grano tradizionale.
Cosa c’entra con noi e col futuro?
Carlisle suggerisce un primo passo che ha il pregio di essere disarmante nella sua semplicità: capire chi, localmente, coltiva noci e frutta in modo sostenibile e rigenerativo. Per chi mangia carne, il secondo passo è cercare produttori che usano pascoli perenni invece di mangimi da monocolture. Non serve aspettare una legge, una riforma epocale, un piano trentennale: basta spostare qualche scelta alimentare verso piante che non muoiono ogni anno.
Mi chiedo, però, se basti. Il sistema alimentare globale ha un’inerzia enorme, e le colture perenni non hanno ancora i rendimenti per caloria delle quattro sorelle annuali. Carlisle stessa lo ammette: non si tratta di eliminare mais e grano, ma di riequilibrare. Serve sviluppare una gamma molto più ampia di colture adattate a climi diversi, e serve farlo mentre il clima stesso cambia sotto i nostri piedi.
Approfondisci
Ti interessa il futuro dell’alimentazione? Leggi anche Crisi alimentare mondiale, 8 strade per arginarla. Oppure scopri come una “protezione solare” per le piante aumenta la resa delle colture durante le ondate di calore.
Quattrocento agricoltori a Dubuque, Iowa, che parlano di radici. Scienziati che misurano quanto carbonio riesce a sequestrare un campo che non viene arato. Comunità che mangiano quello che cresce da solo, da sempre, senza chiedere permesso al sistema. Le colture perenni funzionano, si. Ma perché ci ostiniamo a coltivare piante che muoiono ogni anno su un pianeta che ci chiede esattamente il contrario?