Trump ha annunciato ieri il cessate il fuoco in Iran alle 19:45 (ora di Washington), con il solito tono di chi ha appena chiuso un affare immobiliare particolarmente vantaggioso. 15 minuti dopo, anche le forze armate USA hanno ricevuto l’ordine di sospendere le operazioni offensive. L’Iran ha confermato l’adesione alla tregua e promesso il “passaggio sicuro” nello Stretto di Hormuz, a patto che le navi si coordinassero con le forze armate iraniane.
E poi? In ordine sparso: i futures del petrolio sono crollati del 16% in pochi minuti. I mercati asiatici hanno aperto in rialzo e per qualche ora, il mondo ha tirato il fiato: ma il fiato, ecco, dura due settimane. Forse.
Come si è arrivati al cessate il fuoco in Iran
La ricostruzione degli eventi basata su diverse fonti coinvolte nei negoziati mi racconta una giornata di martedì che definire caotica è un eufemismo. Lunedì mattina Steve Witkoff, l’inviato americano, aveva liquidato la controproposta iraniana in 10 punti come “un disastro, una catastrofe”. Poi è iniziata una giornata frenetica a caccia di… emendamenti, con i mediatori pakistani che facevano la spola tra Witkoff e il ministro degli esteri iraniano Araghchi, e quelli egiziani e turchi che cercavano di colmare le distanze.
La svolta è arrivata dal basso: Mojtaba Khamenei, il nuovo leader supremo dell’Iran (figlio di Ali, ucciso nel raid del 28 febbraio), ha dato ai suoi negoziatori il via libera per chiudere un accordo. Come sarebbe a dire “dal basso”, mi direte, se il via libera è venuto direttamente dal leader? Eh. Perché c’è un dettaglio non secondario: Khamenei comunica tramite corrieri a piedi che gli portano bigliettini scritti a mano. Vive nascosto, sotto minaccia di assassinio da parte di Israele, senza telefono e senza firma digitale. È con questo sistema da romanzo di Le Carré che si è deciso (per ora) il destino di una guerra tra le più pericolose per il pianeta, forse la più pericolosa di questo secolo.
Alcune fonti hanno descritto la decisione di Khamenei come una “svolta”. Anche la Cina, secondo le stesse fonti, consigliava all’Iran di cercare una via d’uscita. Araghchi ha avuto un ruolo centrale nel convincere i comandanti dei Pasdaran (non esattamente il pubblico più ricettivo) ad accettare la tregua.
Perché in fondo, dai, fa comodo a tutti, anche se nessuno lo dirà mai apertamente.
Le convenienze che nessuno ammette
Trump aveva bisogno di fermarsi. La guerra è costata già 18 miliardi di dollari, la benzina americana era arrivata a 4 dollari al gallone, e i suoi stessi alleati “falchi” (Graham, i sauditi, gli emiratini, Netanyahu) lo imploravano di non lanciare il bombardamento massiccio sulle infrastrutture civili iraniane che aveva promesso poche ore prima. Il cessate il fuoco gli permette di dichiarare vittoria (“abbiamo raggiunto e superato tutti gli obiettivi militari”) senza dover spiegare come mai, dopo sei settimane, l’Iran funziona ancora.
Khamenei aveva bisogno di respirare. Il regime ha perso il leader supremo, buona parte della marina, forse fino al 90% della capacità missilistica iniziale. Certo, tante infrastrutture energetiche del Golfo sono state colpite, ma anche quelle iraniane. La strategia della “escalation orizzontale” (colpire 14 paesi per distribuire il costo della guerra) ha funzionato davvero come deterrente, ma non è sostenibile all’infinito. Due settimane di tregua significano tempo per riorganizzarsi e per trattare da una posizione meno disperata di quella che la retorica suggerisce.
E Netanyahu? Beh, lui ha accettato il cessate il fuoco per l’Iran, ma si è affrettato a specificare che non vale per il Libano, dove Israele continua le operazioni contro Hezbollah. Una distinzione che dice molto sulle priorità israeliane e sulla “distribuzione” del gioco “di squadra” tra la terra di Sion e gli USA: la guerra all’Iran era di Washington, quella al Libano è di Gerusalemme. E col cessate il fuoco in Iran Netanyahu non ha intenzione di lasciare che la diplomazia americana gli tolga la sua.
Tre scenari per le prossime due settimane (e oltre)
Venerdì 10 aprile iniziano i colloqui a Islamabad. JD Vance guiderà la delegazione americana: posso dire tranquillamente che questo è l’incarico più importante della sua carriera politica.
Sul tavolo ci sono le distanze enormi tra le due parti. Gli USA vogliono che l’Iran rinunci al materiale nucleare arricchito, cessi l’arricchimento e smantelli la minaccia balistica. L’Iran vuole la fine dei bombardamenti, il ritiro delle sanzioni e (questo non lo dice, ma lo pensa) garanzie di sopravvivenza per il regime. In mezzo c’è lo Stretto di Hormuz: l’Iran ha promesso il “passaggio sicuro”, ma con la formula ambigua del “coordinamento con le forze armate iraniane”, che potrebbe significare qualsiasi cosa, da un casello autostradale a un nuovo blocco. E quindi come può andare avanti? Secondo me in tre modi.
Scenario 1: l’accordo fragile.
Le parti trovano un compromesso sulla riapertura graduale di Hormuz e su misure di fiducia riguardo all’uranio arricchito. La tregua viene estesa. Il petrolio scende sotto i 90 dollari. Nessuno ottiene quello che vuole, tutti ottengono abbastanza per non perdere la faccia e (più difficile) le elezioni di medio termine. La diplomazia più probabile e la meno eroica.
Scenario 2: il collasso.
I falchi da entrambe le parti sabotano i negoziati. Netanyahu lancia un’operazione in Libano che provoca una rappresaglia iraniana. Trump, che nel frattempo ha già mandato Hegseth e Leavitt a spiegare che le sue minacce hanno “reso possibile l’accordo”, si trova costretto a riprendere i bombardamenti. Il petrolio torna sopra i 130 dollari. L’economia globale entra in stagflazione.
Scenario 3: la zona grigia.
La tregua regge formalmente, ma lo Stretto di Hormuz rimane semi-bloccato, con l’Iran che controlla il passaggio nave per nave. I negoziati si trascinano oltre le due settimane senza risultati concreti, ma anche senza una ripresa ufficiale delle ostilità. Una guerra non dichiarata, che diventa il nuovo status quo. Il più insidioso dei tre: non fa notizia, ma costa tantissimo a tutti, europei in primis.
Spigolature: Il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano ha chiarito che la tregua “non equivale a una cessazione permanente delle ostilità”. Trump ha scritto su Truth Social che l’Iran “può iniziare il processo di ricostruzione” e che gli USA resteranno nella zona “per assicurarsi che tutto vada bene”.
Due frasi che, messe una accanto all’altra, raccontano due guerre completamente diverse.
Insomma: il cessate il fuoco in Iran c’è. Due settimane. 336 ore per decidere se questa pausa è l’inizio della pace o solo l’intervallo prima dell’ultimo atto.
E mentre i diplomatici volano a Islamabad, tremila navi restano parcheggiate nel Golfo Persico, in attesa di sapere se devono spegnere di nuovo i motori o se, come tutto il resto del mondo, possono pensare a ripartire.
Approfondisci
La guerra in Iran ha radici profonde, che abbiamo raccontato fin dal primo giorno: dai bombardamenti americani sui siti nucleari iraniani nel giugno 2025, analizzati in USA in guerra: Trump bombarda l’Iran nucleare, all’impatto economico che ha cambiato il modo di lavorare di mezzo continente asiatico, come abbiamo raccontato in Guerra in Iran, la crisi petrolifera sta già cambiando l’Asia. E quando, prima del cessate il fuoco, il Pentagono preparava il “colpo di grazia” con quattro opzioni tutte escalatorie, abbiamo spiegato perché nessuna di esse avrebbe funzionato in Il Pentagono prepara il “colpo di grazia” all’Iran: cosa sappiamo.