Il Mycobacterium tuberculosis uccide 1,8 milioni di persone ogni anno, e la terapia standard non gli rende la vita facile: quattro farmaci per via orale, sei mesi di trattamento, effetti collaterali che spingono i pazienti ad abbandonare prima del tempo. Il risultato è un batterio che impara a resistere. Al Wits Advanced Drug Delivery Platform di Johannesburg, il ricercatore Lindokuhle Ngema ha sviluppato un nanosistema inalabile per una cura della tubercolosi che incapsula tutti e quattro i farmaci in un’unica formulazione e li rilascia direttamente nei polmoni: esattamente dove il bacillo si nasconde e prospera.
Il problema della cura della tubercolosi è la distanza
Il punto è questo: i farmaci anti-TBC funzionano benissimo in laboratorio. Il guaio è farli arrivare dove servono. Rifampicina, isoniazide, etambutolo e pirazinamide viaggiano per bocca, passano dallo stomaco, entrano nel flusso sanguigno, attraversano il fegato (che ne degrada una parte) e alla fine raggiungono i polmoni in concentrazioni ridotte. Un po’ come spedire un pacco da Johannesburg a Napoli passando per Tokyo: il contenuto arriva, ma qualcosa si perde lungo la strada.
Il batterio, nel frattempo, se ne sta rintanato nelle sacche alveolari più profonde, quelle dove la concentrazione del farmaco è più bassa. Ci vive da circa 9.000 anni e ha sviluppato una pazienza evoluzionistica notevole: aspetta che il paziente molli la terapia (nausea, danni epatici, neuropatia), poi muta e diventa resistente. Le forme multiresistenti (MDR) e ultra-resistenti (XDR) rappresentano oggi una delle emergenze sanitarie più sottovalutate al mondo, e sono il nodo centrale in tema di cura della tubercolosi.
Quattro farmaci, una nanoparticella, un respiro
Il nanosistema del WADDP funziona con una logica opposta: invece di far viaggiare i farmaci per tutto il corpo sperando che ne arrivi abbastanza nei polmoni, li porta direttamente a destinazione. La nanoparticella è biocompatibile (il corpo non la riconosce come estranea), non tossica, e contiene tutti e quattro gli antibiotici standard in un’unica formulazione inalabile.
Una volta inspirata, scende lungo le vie respiratorie fino agli alveoli e rilascia il suo carico gradualmente, nel punto esatto dell’infezione. Bypassa fegato e circolo sanguigno, riduce la dispersione del principio attivo e aumenta la concentrazione locale.
Scheda studio
- Titolo: Breathing New Life into Tuberculosis Treatment with Inhalable Nanomedicine
- Autori: Dr. Lindokuhle Ngema, Prof. Yahya Choonara
- Istituzione: Wits Advanced Drug Delivery Platform (WADDP), University of the Witwatersrand, Johannesburg
- Fonte: Wits University Research News, ottobre 2025
- Aggiornamento: Selezione per il programma Cambridge Maxwell Centre, aprile 2026
Tracciare la cura della tubercolosi in tempo reale
Un dettaglio che distingue questo progetto da altri approcci sperimentali: la tracciabilità. In collaborazione con il Nuclear Medicine Research Institute (NuMeRI), il team userà imaging nucleare per seguire il percorso delle nanoparticelle dentro i polmoni in tempo reale. L’obiettivo è confermare che il farmaco raggiunga davvero le “tasche nascoste” dove il batterio si trincera e che la terapia convenzionale non riesce a colpire.
Ngema ha perfezionato i profili di rilascio del farmaco durante tre mesi presso il laboratorio del professor Twan Lemmers all’ospedale universitario RWTH di Aquisgrana, in Germania, grazie a una borsa della World Academy of Sciences. Ad aprile 2026 il progetto ha ricevuto un’ulteriore accelerazione: Ngema è stato selezionato per il programma Technology Innovation Impulse della Cambridge Maxwell Centre, un percorso che dal 2017 ha generato oltre 300 milioni di sterline in finanziamenti e più di 65 startup.
Il paradosso della cura della tubercolosi più antica del mondo
- La TBC causa circa 10 milioni di nuove infezioni ogni anno
- 1,8 milioni di morti annuali a livello globale
- Solo in Sudafrica, oltre 56.000 decessi nel 2023
- La terapia standard dura 6 mesi con 4 farmaci orali
- L’OMS punta a ridurre i nuovi casi dell’80% entro il 2030
Abbiamo i farmaci giusti da decenni. Il problema (ripeto) non è mai stato cosa dare ai pazienti, ma come farglielo arrivare dove serve, per abbastanza tempo, senza che il corpo (o la vita quotidiana) saboti il trattamento. In contesti a basse risorse, dove la povertà rende già difficile completare sei mesi di terapia orale, ogni dose saltata è un biglietto d’invito per ceppi resistenti.
La nanomedicina inalabile è un modo nuovo di consegnare quella che già funziona. Un cambio di indirizzo, se vogliamo. Resta da vedere se il passaggio dal laboratorio alla pratica clinica confermerà i risultati preliminari (la distanza tra un test preclinico e un farmaco approvato resta lunga, e piena di sorprese). Ma il concetto ha una sua eleganza difficile da ignorare: mandare il farmaco direttamente a casa del batterio, invece di farlo girare per tutto il corpo sperando che suoni il campanello giusto.
Approfondisci
La nanomedicina sta ridisegnando il modo in cui i farmaci raggiungono i loro bersagli, e non solo nella lotta alla tubercolosi. Le nanoparticelle che eliminano il grasso dalle arterie funzionano con la stessa logica di precisione, mentre le nanoparticelle lipidiche usate per eliminare il colesterolo alto con CRISPR dimostrano che il trasporto mirato è già realtà clinica in altri campi. La storia dei nanobot nel corpo umano racconta da dove siamo partiti e dove potremmo arrivare.