Il piano è semplice da raccontare, ma la semplicità si esaurisce in questo: già, perché chiudere lo stretto di Bering con una diga lunga 130 chilometri, fra Alaska e Siberia, per salvare la corrente atlantica e impedire all’acqua dolce del Pacifico di raggiungere l’Atlantico del Nord, non è mica roba da niente.
L’idea arriva dall’Università di Utrecht, è stata pubblicata su Science Advances ad aprile e questa settimana è stata ripresentata al congresso EGU di Vienna con tanto di simulazioni al supercomputer. L’obiettivo, vi annunciavo, è uno solo: tenere in piedi la corrente atlantica, il sistema oceanico che fa sì che a Napoli, per dire, a gennaio si stia in maglione e non con l’abbigliamento da neve.
L’autore principale dello studio è Jelle Soons, dottorando all’Institute for Marine and Atmospheric Research di Utrecht. Il coautore è Henk Dijkstra, che la corrente atlantica la studia da decenni. La domanda che si sono posti è di quelle che, fino a poco fa, si facevano solo i romanzieri: e se ricostruissimo il ponte di terra che chiudeva il Bering durante il Pliocene, quando l’AMOC era più forte di oggi e l’Europa del Nord aveva un termostato più affidabile?
Perché proprio una diga, e perché proprio lì
Lo Stretto di Bering è basso (in media 30-50 metri) e relativamente stretto. Da lì entra in Artico una quantità rilevante di acqua dolce di provenienza pacifica (nel senso di Oceano Pacifico, ovviamente), acqua che poi defluisce verso l’Atlantico del Nord e diluisce la salinità delle acque dove la corrente atlantica sprofonda.
Meno sale significa acqua meno densa, e meno densità significa motore termoalino (il grande movimento delle acque oceaniche causato da differenze di temperatura e salinità) che gira più piano. Chiudendo il rubinetto, dicono i ricercatori, si terrebbe il Nord Atlantico più salato e si guadagnerebbe tempo prezioso.
Sull’ingegneria, Soons è sicuro di sé. Pure troppo. Quasi rilassato. I tratti più lunghi della diga, fa notare, non sarebbero molto più estesi dell’Afsluitdijk olandese (32 km) o della diga di Saemangeum in Corea del Sud (33 km). Strutture esistenti, costruite decenni fa. La novità è solo la latitudine, dice, non la tecnica.
Per la serie: i disclaimer di zio Gianluca
Il modello di Utrecht funziona solo se L’AMOC, cioè la corrente atlantica, è ancora forte al momento in cui chiudi lo stretto. Se l’AMOC è già vicina al punto di collasso, chiudere lo Stretto di Bering avrebbe un effetto opposto: destabilizzare ulteriormente. In altri termini: la diga è un piano B che funziona se lo attivi quando il piano A va ancora bene. Detto altrimenti: bisogna costruirla prima di averne davvero bisogno.
E qui le cose cominciano a diventare scomode. Lo studio Portmann di Bordeaux, uscito poche settimane prima sulla stessa rivista, stima un indebolimento dell’AMOC fra il 42% e il 58% entro il 2100, con Stefan Rahmstorf che parla di un “punto di non ritorno” come possibile già a metà secolo.
Chi sta facendo i conti vede che la finestra utile per lavorare al progetto è larga forse vent’anni. Una diga di 130 km nell’Artico fra USA e Russia, in vent’anni, con i tempi della diplomazia internazionale. Si, ciao®
Cosa dicono gli altri scienziati
Le reazioni nel mondo della climatologia, riportate da Science, sono educatamente fredde. Le retroazioni sono enormi, le conseguenze ecologiche del chiudere lo stretto di Bering sono in larga parte sconosciute, e i modelli usati nello studio originario sono di complessità intermedia, a bassa risoluzione. Le simulazioni col supercomputer presentate a Vienna sono più sofisticate, ma ancora preliminari.
Restano sul tavolo le balene grigie che migrano esattamente da lì, gli ecosistemi della piattaforma di Bering (uno dei mari più produttivi del pianeta in termini di pesca), e i popoli indigeni delle due sponde, che il paper non menziona. Sono tutte cose che, in un’opera del genere, normalmente si chiamano “esternalità”. Come per ogni intervento di ingegneria climatica, il problema non è se funziona in laboratorio: è cosa porta con sé fuori dal modello.
Scheda Studio
Pubblicazione: Jelle Soons, Henk A. Dijkstra, “The effects of a constructed closure of the Bering Strait on AMOC tipping behavior”, pubblicato su Science Advances (24 aprile 2026). DOI: 10.1126/sciadv.aeb7887.
Dati chiave: diga ipotetica di 130 km nello Stretto di Bering, profondità media 30-50 metri. Modello Earth System di complessità intermedia, integrato con simulazioni al supercomputer presentate al congresso EGU di Vienna (5 maggio 2026). La chiusura estende il safe carbon budget della corrente atlantica solo se applicata a sistema ancora forte.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: probabilmente mai, e in ogni caso non in tempo utile.
L’ingegneria è alla portata, dicono gli autori. Tutto il resto no: un trattato Russia-USA su un’opera permanente in Artico, l’impatto ecologico sulla piattaforma di Bering, i diritti dei popoli indigeni, e la finestra di vent’anni in cui la corrente atlantica deve restare abbastanza forte da rendere l’intervento utile. La diga di Saemangeum in Corea ha richiesto 19 anni e ha riguardato un solo Stato. Qui ne servono due, ai ferri corti, su un mare che congela.
La proposta, secondo me, serve più a ricordare quanto siamo messi male che a essere costruita davvero.
Resta una cosa, leggendo il paper. Quando un gruppo di climatologi seri inizia a pubblicare, su una rivista peer-reviewed, l’ipotesi di una diga lunga 130 chilometri fra due superpotenze in tensione, il messaggio implicito è che le opzioni convenzionali si stanno restringendo.
La corrente del Golfo era già al minimo millenario nel 2021: oggi siamo ai capitoli successivi. Quelli in cui qualcuno, nel frattempo, prende appunti.