Su Reddit, qualche tempo fa, qualcuno ha aperto un thread con una domanda banale: quanto è stancante fare il genitore? Sono arrivate più di quattrocento risposte. La più votata era fatta di due sole parole scritte in maiuscolo: NIENTE SONNO. Il sonno dei genitori è uno di quegli argomenti su cui esiste un consenso popolare granitico: si dorme poco, si dorme male, e si dorme così per anni. Ma è vero?
I dati raccontano qualcosa di diverso. Non perché contraddicano la stanchezza (la stanchezza c’è, è reale, è documentata), ma perché spostano il problema da dove pensavamo che fosse. Il numero di ore dormite dai genitori italiani, tedeschi, francesi e americani non è poi così basso. Quella che è bassa è la sensazione di essersi riposati. Ed è una distinzione che cambia tutto.
Quanto dormono davvero i genitori (lo dicono i numeri)
Uno studio tedesco su quasi 40.000 persone ha confrontato il sonno di genitori e non-genitori. Risultato: i genitori con almeno un figlio sotto i sei anni dormono in media circa sette ore a notte. I non-genitori, dieci minuti in più (donne) o quattordici (uomini). Stiamo parlando di una differenza che, su un campione del genere, sfiora il rumore statistico. Un’indagine americana del 2024 e uno studio francese su oltre 400 coppie nei 36 mesi dopo il parto dicono cose simili: otto-nove ore a letto, in media, per padri e madri. Con variazioni individuali enormi (da 4,25 a 12), ma con una mediana che non grida emergenza.
Poi però vai a chiedere a quegli stessi genitori come si sentono col sonno. Le madri tedesche danno alla qualità del proprio sonno un 6,57 su 10. Le francesi, a tre mesi dal parto, dichiarano per quasi tre quarti di non aver dormito abbastanza. Insomma: ore decenti, ma percezione disastrosa.
Gli Hadza dormono meno di noi e si sentono più riposati
Qua arriva il dato che ti fa fermare un attimo. David Samson, antropologo dell’Università di Toronto, ha passato tre mesi con gli Hadza, una società di cacciatori-raccoglitori della Tanzania, misurando i loro pattern di sonno. Risultato: stanno a letto poco più di nove ore, ma dormono in media 6,25 ore. Meno di noi, in pratica. Si svegliano spesso, hanno la respirazione di chi dorme leggero, eppure su 37 persone intervistate, 35 hanno detto che dormivano “abbastanza”.
Per confronto, uno studio del 2016 su quasi 500 persone a Chicago ha mostrato che gli americani passano a letto meno tempo degli Hadza ma dormono quasi tutto il tempo che ci passano: stanno svegli pochissimo. Eppure l’87% degli adulti americani, in un sondaggio del 2020, ha ammesso di non sentirsi riposato almeno un giorno a settimana. Gli Hadza dormono meno e male (per i nostri standard), e si sentono bene. Noi dormiamo di più e meglio, e ci sentiamo distrutti. La biologia non spiega questa cosa.
Il sonno consolidato è un’invenzione industriale
Helen Ball, direttrice del Durham Infancy and Sleep Centre, lo dice senza giri di parole: l’idea di “dormire come un sasso” per sette-otto ore filate è una pretesa relativamente recente. Prima della Rivoluzione Industriale nessuno si svegliava col problema di dover guidare una macchina, manovrare un macchinario pesante o presentarsi lucido a una riunione delle nove. I risvegli notturni esistevano e non erano un problema: erano la norma. Ball ha condotto una ricerca comparando il sonno di adolescenti in due villaggi rurali messicani e a Città del Messico. Nei villaggi, il concetto stesso di “dormire come un sasso” risultava sconosciuto.
Ecco il punto sul tema genitori e sonno: noi non soffriamo per il sonno che perdiamo. Soffriamo per la distanza tra il sonno che abbiamo e quello che pensiamo di dover avere. Il neonato che si sveglia tre volte non è il problema. Il problema è che ti aspetti che non si svegli, perché un libro, un’app o una nonna ti hanno detto che a sei mesi “dovrebbe” dormire tutta la notte. (Uno studio norvegese su oltre 55.000 osservazioni dice che a sei mesi sei bambini su dieci si svegliano almeno una volta a notte. Cioè: la maggioranza.)
Quello che gli antenati avevano e noi no: gli “alloparenti”
Sarah Blaffer Hrdy, antropologa di Davis, da decenni studia un fatto che le società occidentali fanno fatica a digerire: i nostri antenati non crescevano i figli da soli. Ogni cucciolo umano costa così tanto in calorie e ore che l’unità “mamma + papà” non basta. Servono nonni, fratelli grandi, zie, vicini, persino allattamenti incrociati. Tra gli Efé dell’Africa centrale, un neonato di 18 settimane passa il 60% del tempo nelle braccia di qualcuno che non è sua madre. Ed è spesso allattato da qualcuno che non è sua madre.
In Italia oggi, oltre il 60% delle famiglie con figli ha due fonti di reddito. La rete allargata si è ridotta ai weekend dai nonni, quando i nonni ci sono e abitano vicino. Il resto è asilo a pagamento, baby-sitter a pagamento, partner che si dividono i risvegli (cosa che peraltro i papà millennial fanno molto più dei loro padri, e questo aiuta). Ma la struttura di base è cambiata: due adulti contro un universo di bisogni che si è evoluto per essere gestito da otto. Aggiungiamo che, tra l’agricoltura e il presente, abbiamo anche stretto la distanza tra figli: gli Hadza ne hanno uno ogni quattro anni circa, noi spesso due in due-tre. Le sovrapposizioni si pagano.
Scheda Studio
Pubblicazione: David R. Samson, “The Sleepless Ape: The Story of Sleep in Human Evolution”, Princeton University Press (2025). Studio di campo principale citato: Samson et al., “The evolution of human sleep among Hadza hunter-gatherers”, Journal of Human Evolution (2017). DOI: 10.1016/j.jhevol.2017.08.005.
Dati chiave: 6,25 ore di sonno effettivo medio per gli Hadza (su circa 9 a letto), 35 partecipanti su 37 dichiarano di dormire “abbastanza”. Studio tedesco su ~40.000 persone: differenza tra genitori e non-genitori di 10-14 minuti di sonno a notte. Studio norvegese su 55.000+ osservazioni: il 60% dei bambini di 6 mesi si sveglia almeno una volta per notte.
Il sonno è un fatto culturale prima che biologico
La conseguenza più scomoda di tutto questo è che la stanchezza dei genitori moderni non si risolve dormendo di più. Si risolve (forse) cambiando l’organizzazione del lavoro, la rete di supporto, e soprattutto le aspettative su cosa significhi dormire bene. Il neonato che ti sveglia non sta facendo qualcosa di sbagliato: sta facendo esattamente quello che ha fatto ogni neonato per duecentomila anni. Quello che è cambiato è che adesso devi presentarti alla riunione delle nove con un report da consegnare. La biologia umana non si è aggiornata. Il calendario sì.
C’è poi il dettaglio più sottile, quello che nessun pigiama smart misurerà mai: la percezione del sonno cambia in base a quanto sei tranquillo quando ti svegli. Se controlli l’orologio, conti le ore residue, calcoli quanto sarai cotto domani, il risveglio diventa un problema. Se invece quel risveglio è solo una pausa nel ritmo della notte, sparisce dalla memoria. Gli Hadza, semplicemente, non lo registrano.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 10-20 anni per un cambio culturale visibile, e solo dove le condizioni economiche lo permettono.
La ricerca antropologica sul sonno è solida e i suoi risultati sono pubblici da quasi un decennio. Ma la traduzione in pratica (congedi parentali estesi, riorganizzazione del lavoro, recupero della rete di supporto allargata) cammina al passo della politica e della cultura aziendale, non della scienza.
Ne beneficeranno per primi i paesi nordici, dove il congedo paterno è già normalità, e in seconda battuta le fasce alte delle economie occidentali che possono permettersi flessibilità reale. L’Italia, con i suoi dieci giorni di congedo paterno obbligatorio, arriverà tardi. Per gli altri, intanto, resta una via privata: ridurre le aspettative sul “sonno consolidato” e smettere di trattare ogni risveglio del bambino come una sconfitta personale. Costa zero. Funziona quasi subito.
Mia nonna Maria, con i suoi “soli” tre figli (in controtendenza per la Napoli di quel periodo), raccontava che a un certo punto smetteva di accorgersene. Si alzava, allattava, riposava di nuovo, senza mai pensare di aver dormito male. Non era più forte di noi: aveva solo il vantaggio di non aspettarsi otto ore filate di sonno.
Ebbene sì, amici miei: il sonno migliore è quello che non stai contando.