A fine 2030 o nei primi giorni del 2031, la NASA ha programmato la distruzione della Stazione Spaziale Internazionale: per essere precisi, farà cadere la ISS nell’oceano. Almeno questo è il piano. SpaceX sta già costruendo il veicolo che la spingerà giù: una versione potenziata della capsula Dragon con ben 46 motori invece dei sedici di routine e serbatoi più grandi. Il punto dove la ISS dovrebbe precipitare si chiama Point Nemo, si trova nel Pacifico meridionale ed è praticamente il pezzo di mare più isolato del pianeta. Al punto che viene adoperato proprio come “cimitero spaziale”: laggiù sul fondo ci sono già più o meno trecento veicoli spaziali dismessi dagli anni Settanta in poi. Tra poco si aggiungerà un pezzo di alluminio e titanio grande come un campo da calcio. E a dire il vero un po’ di preoccupazione si respira.
Perché proprio in fondo all’Oceano?
La risposta breve è che non c’erano alternative comode. Spingere la ISS più in alto, in un’orbita-parcheggio, richiederebbe troppo carburante e rischierebbe di spezzarla a metà. Lasciarla cadere a caso è fuori discussione: parliamo di 420 tonnellate, non è una foglia di basilico. Far cadere oggetti grossi nell’oceano, in pratica, è la via vecchia: nel 2001 anche la stazione spaziale russa Mir, 130 tonnellate, è finita nello stesso punto. La ISS supererà quel record di più del triplo.
Point Nemo si chiama così per via del capitano di Verne. Le coordinate, per chi vuole cercarlo, sono 48°52,6′S, 123°23,6′W. Da lì alla terra più vicina ci sono 2.688 chilometri di mare aperto. Il soprannome ufficioso è, come vi dicevo, “cimitero dei veicoli spaziali”, e rende l’idea: l’oceano viene usato come pattumiera cosmica perché lassù non abita nessuno e, sotto, fa comodo non guardare.
Quello che il piano non dice sulla distruzione della ISS
Questa settimana Mark Spalding, presidente di The Ocean Foundation, ha portato la questione all’attenzione del pubblico. Sostiene una cosa semplice: tutta la conversazione sulla distruzione della ISS è stata fatta dagli ingegneri, guardando in alto. Nessuno, in basso, ha studiato seriamente cosa succede quando il fondale di Point Nemo riceve un palazzo di metallo. Ad esempio, quali leghe rilasciano inquinanti, in quanto tempo e su quale fauna. Spalding lo dice da scienziato, non da attivista: “l’incertezza è il problema”. E penso abbia ragione.
Anche perchè sul tema c’è un buco legislativo mica da niente: la Convenzione di Londra sullo smaltimento dei rifiuti in mare nasce per le navi e per le scorie nucleari, non per le stazioni spaziali. E il risultato è che nessun trattato internazionale dice davvero se quei detriti possono finire lì, chi risponde dei danni e soprattutto chi paga per eventuali bonifiche. La roadmap di dismissione che raccontammo già nel 2024 spiegava bene il come verrà dismessa la Stazione Spaziale Internazionale sul piano logistico: il piano legale è rimasto fuori dal foglio.
C’è un’alternativa?
Il Government Accountability Office (l’ufficio dei conti pubblici USA) ha consigliato di valutare un’altra strada: tenere la ISS lassù e affittarla, modulo per modulo, alle aziende private che stanno cercando casa in orbita. Una specie di condominio commerciale, con la NASA come padrona di casa. Esiste già un mercato che bussa alla porta: lo abbiamo visto raccontando come stanno nascendo le stazioni spaziali private, e qualcuna potrebbe attaccarsi qui invece di partire da zero. Costoso? Probabile. Più rispettoso del fondale di mezzo Pacifico? Sicuro.
I tempi reali della discesa
Orizzonte stimato: 4-5 anni. Ci sarà un abbassamento progressivo della quota da metà 2028: il lancio dell’U.S. Deorbit Vehicle è previsto per metà 2029, e la manovra finale tra fine 2030 e inizio 2031. Da notare: la stazione è già fragile (perdite d’aria, e le crepe nel modulo russo Zarya ci sono da anni); ogni rinvio del veicolo SpaceX sposta tutto. Chi paga prima: sul piano economico i contribuenti USA, 843 milioni di dollari per costruire il veicolo della dismissione. Sul piano ambientale paga il pianeta intero per i detriti che resteranno sul fondo, senza un soggetto che risponda davvero.
Cosa resta da capire
La NASA dice che gran parte della ISS brucerà in atmosfera per attrito. Vero, ma “gran parte” non è “tutto”. Alcuni componenti (schermi termici, leghe pesanti, parti di propulsione) sono progettati apposta per resistere al calore: arriveranno giù interi. È già successo nel 2024 con un pallet di batterie scaricato anni prima dalla stazione: finì sul tetto di una casa in Florida, e nessuno l’aveva previsto. Su scala mille volte maggiore, è quello che spaventa gli oceanografi: non l’evento perfetto, ma il “piccolo” imprevisto piccolo l’evento.
Servirebbero uno studio serio sul fondo di Point Nemo, e un trattato che dica chi può stivare cose là sotto. Servirebbe, magari, anche solo il coraggio di ammettere che usare l’oceano come discarica funziona finché funziona, e basta. La ISS, intanto, continua a girare sopra le nostre teste “godendosi” sedici albe e sedici tramonti ogni giorno.
Tra cinque anni, quando finalmente la guarderemo cadere, lo faremo guardando verso il basso. per una volta. L’ultima.