Un tubetto di dentifricio costa quanto? Circa due-tre euro al supermercato? Dentro ci sono fluoruro, sodio lauril solfato, biossido di titanio, sorbitolo, mentolo e altra chimica varia: quasi nessuno legge l’etichetta. Un gruppo di neurologi indiani lo ha tolto per 4 settimane a metà dei loro pazienti con emicrania, sostituendolo con la soluzione salina delle flebo. Quello che è successo è abbastanza interessante da meritare un articolo, e abbastanza fragile da meritare anche le riserve.
I numeri li ha presentati Thomas Mathew, neurologo al St. John’s Medical College Hospital di Bengaluru, il 6 giugno all’American Headache Society di Orlando. Centosei pazienti con emicrania divisi in due gruppi: 53 col dentifricio abituale (scelto tra tre marchi comuni) e 53 con soluzione salina allo 0,9%. Tutti prendevano anche amitriptilina o metoprololo come profilassi standard.
Dopo quattro settimane, nel gruppo senza dentifricio la frequenza media degli attacchi è scesa da tre a uno alla settimana, l’intensità mediana è arrivata a zero su una scala da zero a dieci, e quasi un terzo dei pazienti non aveva più mal di testa. Risultati piuttosto importanti.
La via che va dalla bocca al trigemino
L’ipotesi, proposta con prudenza, è che molte di quelle sostanze vengano assorbite dalla mucosa della bocca, che è vascolarizzata e permeabile, è con poca attività enzimatica. In poche parole, saltano il filtro del fegato e arrivano in circolo più rapidamente.
Da lì potrebbero raggiungere l’area del nervo trigemino, che è quello che media gran parte del dolore dell’emicrania e una parte non piccola delle sensazioni che chiamiamo facciali. Mathew ci sta lavorando da anni, con queste ed altre ricerche che hanno spesso come bersaglio “cattivo” il dentifricio: nel 2024 ha pubblicato un piccolo esperimento sul potos, in cui ha mostrato che le foglie esposte al dentifricio annerivano in pochi giorni (vabbè…) e una serie di case report su nevralgie del trigemino e sindromi correlate, scomparse dopo aver mollato il tubetto.
A Orlando ha portato anche il caso di un signore di sessantasette anni, trattato per undici anni senza successo con tre farmaci diversi: passato alla soluzione salina, in dieci giorni stava bene. Detto così, sembra perfino troppo bello. Già.
Emicrania e dentifricio, c’è un dato che potrebbe non essere trascurabile
La metto facile: lo studio non era in cieco per i pazienti. Sapevano se la mattina spazzolavano con dentifricio alla menta o con acqua salata. E non è una cosa trascurabile, perché l’effetto placebo, nei trial sull’emicrania, è notoriamente enorme: si parla del 30-40% di risposta nei gruppi finti delle ricerche già validate. Quando i ricercatori hanno calcolato la quota di pazienti con almeno il 50% di riduzione dei giorni di mal di testa, il gruppo salina era al 58,1% contro il 32,5% del dentifricio. Quasi il doppio. Però il p-value era 0,078: appena sopra la soglia statistica della significatività, quindi tecnicamente non significativo. Una differenza che sembra grande, ma che con cento pazienti potrebbe essere rumore.
C’è anche un controllo storico utile. Lo studio SSaSS, condotto in Cina rurale su ventimila persone, ha provato a cambiare il sale da tavola con uno a ridotto contenuto di sodio, e l’incidenza delle cefalee non si è mossa di un grammo. Se il sale fa qualcosa di sistemico al mal di testa, non lo fa per via gastrointestinale.
La via della bocca resta possibile, ma servono studi più grandi e in doppio cieco vero. L’igiene orale che muove parametri sistemici non è di per sé un’ipotesi assurda: il collutorio sposta la pressione, il microbiota della bocca ha correlazioni misurate con l’infiammazione. Però “non assurdo” e “dimostrato” sono due cose diverse.
Il piccolo trial su dentifricio ed emicranie
Presentazione: Thomas Mathew et al., risultati discussi al 68° American Headache Society Annual Scientific Meeting, Orlando, 4-7 giugno 2026. Background paper correlato: Mathew T. et al., “A Simple Experiment to Test the Toxicity of Toothpaste (3T Experiment)”, Cureus (2024). DOI: 10.7759/cureus.68978.
Dati chiave: trial monocentrico, randomizzato 1:1, in cieco solo per il medico valutatore (non per i pazienti). 106 emicranici, profilassi standard in entrambi i gruppi.
Cosa fare adesso, se hai l’emicrania
Hsiangkuo Yuan, neurologo del Jefferson Headache Center che ha commentato lo studio, ha usato le parole giuste: “interessante, mostra dei segnali, ma serve un chiarimento”. Sottolineo che ha detto “segnali”, non “prove”.
Costa zero provare, non c’è rischio: se uno ha emicrania cronica può tentare quattro settimane di soluzione salina invece del dentifricio, tenendo un diario degli attacchi. Vada bene o male, ne uscirà sapendo qualcosa in più sul proprio corpo.
Il sospetto che mi resta, dopo aver letto il paper due volte, riguarda i milioni di emicranici trattati per anni con triptani e antinfiammatori. Una percentuale non piccola si sta forse avvelenando ogni mattina con due (o tre) euro di chimica al gusto menta, senza che nessun medico gli abbia mai chiesto cosa hanno in bagno.
Vabbè, intanto leggetevi l’etichetta.