Novantanove su cento. Su nove milioni di cartelle cliniche incrociate tra Corea del Sud e Stati Uniti, novantanove infarti, ictus o scompensi su cento erano preceduti da almeno uno fra quattro segnali: pressione alta, colesterolo alto, glicemia alta, fumo (anche pregresso). Lo dice un lavoro uscito a ottobre sul Journal of the American College of Cardiology, e in apparenza dovrebbe chiudere la conversazione sull’infarto “che arriva senza preavviso”. In apparenza, appunto.
Lo studio è firmato da Hokyou Lee della Yonsei University di Seul insieme a Philip Greenland della Northwestern Medicine di Chicago. Due coorti, un orizzonte fino a vent’anni di osservazione, una domanda semplice: prima di un evento cardiovascolare grave, i quattro fattori di rischio classici erano davvero assenti, come ripetono gli articoli che parlano di “infarti senza cause note”? La risposta è no, quasi mai. Anche fra le donne sotto i sessant’anni, la fascia teoricamente più protetta, oltre il 95% aveva almeno un valore fuori posto. L’ipertensione, da sola, ne intercettava il 93%.
Cosa vuol dire “fuori soglia”, in pratica
Qui sta il dettaglio che la stampa che ha ripreso lo studio ha citato di sfuggita, e che cambia parecchio la lettura. Il lavoro non parla di ipertensione clinica conclamata, ma di valori nonoptimal secondo i criteri della American Heart Association. Tradotti: pressione da 120/80 mmHg in su, colesterolo totale da 200 mg/dL in su, glicemia a digiuno da 100 mg/dL in su. Soglie sotto le quali il medico, in ambulatorio, di solito dice “tutto a posto, ci vediamo l’anno prossimo”.
Se metà degli adulti italiani sopra i quarant’anni misura una pressione almeno borderline, e una fetta simile ha il colesterolo sopra duecento, scoprire che “il 99% degli infarti era preceduto da un valore non ottimale” è meno sorprendente di quanto suoni il titolo. È un po’ come dire: il 99% di chi ha avuto un incidente in auto aveva guidato. Vero, utile, ma non esattamente una rivelazione, salvo per il punto a cui Lee e Greenland tengono davvero. E qual è questo punto?
Il punto è: la sottosoglia conta
Negli ultimi anni si era diffusa la narrazione opposta. Studi su registri come SWEDEHEART e meta-analisi su oltre un milione di pazienti raccontavano una quota crescente di infarti in persone “senza fattori di rischio noti”, soprattutto giovani, soprattutto donne. La conclusione implicita: serve cercare cause nuove, magari genetiche, magari ambientali. Il lavoro pubblicato sul JACC fa l’operazione inversa: ricontrolla le cartelle e mostra che, abbassando l’asticella ai criteri AHA, quei pazienti “senza rischio” un rischio ce l’avevano. Solo che nessuno l’aveva considerato tale.
“L’esposizione a uno o più fattori non ottimali prima di un evento cardiovascolare è quasi del 100%”, scrive Greenland. Tradotto in policy: la priorità non è cercare il colpevole esotico, è trattare prima e a soglie più basse quelli noti. La cardiologa Neha Pagidipati, in un editoriale di accompagnamento sullo stesso numero, lo dice in modo meno diplomatico: “Possiamo e dobbiamo fare meglio”. Sottolineo “dobbiamo”.
Il lavoro di Lee e Greenland
Pubblicazione: Lee H, Huang X, Khan SS et al., “Very High Prevalence of Nonoptimally Controlled Traditional Risk Factors at the Onset of Cardiovascular Disease”, pubblicato su Journal of the American College of Cardiology (2025). DOI: 10.1016/j.jacc.2025.07.014.
Dati chiave: 9 milioni di adulti coreani dal Korean National Health Insurance Service e circa 7.000 americani dalla coorte CARDIA/MESA, seguiti fino a vent’anni. Soglie AHA: pressione ≥120/80 mmHg, colesterolo totale ≥200 mg/dL, glicemia a digiuno ≥100 mg/dL, fumo attuale o pregresso. Editoriale di accompagnamento: Pagidipati NJ, “Most CVD Events Are Preceded by Traditional Risk Factors: Fair Warning!”, JACC 2025, DOI 10.1016/j.jacc.2025.08.030.
Cosa cambia per chi legge dall’Italia
L’Italia è dentro la cornice europea del progetto MORGAM, quella in cui l’Università dell’Insubria ha mostrato, nel 2023, che ipertensione e colesterolo alto in Europa hanno tassi più elevati che altrove. Sommando i cinque fattori principali, gli epidemiologi spiegano poco più della metà del rischio cardiovascolare; il resto, finora, era zona grigia. Il lavoro di Lee e Greenland suggerisce che una parte di quella zona grigia non sia mistero biologico: è semplicemente diagnostica troppo permissiva. Le iniezioni semestrali contro l’ipertensione in arrivo, o le nuove terapie sul colesterolo, hanno senso solo se il sistema le offre prima della prima ischemia, non dopo.
Il problema, per chi vive in periferia di un’innovazione che parla altre lingue, è banale. Una scansione oculare che predice un evento a cinque anni esiste, gli sfigmomanometri da venti euro pure. La differenza non è la tecnologia. È un sistema sanitario che convoca per tempo, e una popolazione che ci va. Su entrambi i fronti, qua, siamo lunghi.
Quel novantanove
Il numero che chiude lo studio, quello che diventerà titolo nei prossimi mesi su decine di articoli ricopiati, va letto al rovescio: non “novantanove infarti su cento erano prevedibili”, ma “novantanove infarti su cento avevano un foglio in cartella che diceva qualcosa”. Qualcuno l’ha aperto in tempo, in pochi casi. Negli altri no. La differenza fra le due frasi è tutta la sanità pubblica del prossimo decennio.