Una lente macro, un drone, un po’ di supporti e una telecamera su filo lungo, di quelle che gli idraulici infilano nei tubi otturati per vedere dove sta il problema. Questo è l’equipaggiamento con cui Ariel Waldman è partita per l’Antartide. Più i microscopi, ovviamente. Ne è venuta fuori una serie su YouTube che si chiama Life Unearthed, che parte da un’idea precisa: ci sono nematodi, rotiferi e tardigradi che reggono interi ecosistemi sotto i nostri piedi, e nessuno li ha mai filmati per un documentario, come una volta si filmavano i leoni nella foresta. Beh, la Waldman ha deciso che era ora.
Il documentario in sé è bello, ma è la realtà che rivela ad entusiasmare. Pensateci: oggi un singolo essere umano può portarsi in valigia gli strumenti per vedere la natura a livelli mai visti prima, tali da raccontare un ecosistema invisibile, e questi strumenti 10 anni fa o non esistevano (o costavano quanto una casa). La natura che riusciamo a chiamare per nome è esattamente quella che la tecnologia del momento ci permette di vedere. Il resto, semplicemente, non lo nominiamo.
Quello che sta sotto i nostri piedi pesa più di quello che vola sopra le nostre teste
Nelle praterie nordamericane, dove Waldman ha girato un altro pezzo della serie, la quasi totalità della biomassa vive sottoterra. Microbi, funghi, radici, e invertebrati che processano la materia organica nello strato di suolo fradicio. Per due secoli di storia naturale abbiamo chiamato “natura” solo la minoranza visibile, quella che si fotografa col teleobiettivo. La maggior parte della natura era fuori dal nostro campo visivo, e quindi, in pratica, fuori dal nostro pensiero.
Adesso la tecnologia ha cambiato il quadro. Sensori miniaturizzati, ottiche da poche centinaia di euro, droni che pesano meno di un libro: chi si occupa di microbi che salvano le piante dalla siccità oggi può lavorare con un budget che vent’anni fa era impensabile. La conseguenza è doppia: da un lato vediamo cose nuove, e va benissimo. Dall’altro, ci tocca riscrivere mentalmente cosa intendiamo per ecosistema, perché quello che credevamo periferico si rivela centrale. La rete dei funghi micorrizici mappata di recente è esattamente questo tipo di sorpresa: era lì da centinaia di milioni di anni, e l’abbiamo cartografata l’altro ieri perché solo ora abbiamo capito come farlo.
Powers of Ten, vedere la natura mezzo secolo dopo
Nel 1977 Charles e Ray Eames girarono Powers of Ten: un cortometraggio di nove minuti che zoomava da un picnic a Chicago fino ai confini dell’universo osservabile, poi tornava giù fino al nucleo di un atomo. Lo avrete visto mille volte senza neanche sapere di chi era: una vera e propria lezione di scala fatta col montaggio. Waldman ha detto in più di un’intervista che quel film l’ha formata, e si vede: lavora simultaneamente col drone in alto e col microscopio in basso, e ti chiede di tenere insieme le due viste contemporaneamente. Solo che Eames doveva ricostruire gli ordini di grandezza con disegni e modelli; oggi quel salto di scala lo gira chiunque abbia un drone DJI e uno stereoscopio cinese.
Anche le agenzie spaziali la pensano in modo simile. Quando cerchiamo vita fuori dalla Terra, l’ipotesi di lavoro è che sia microscopica. La vita estrema antartica serve da palestra perché ci insegna a riconoscere segni biologici dove a occhio nudo non vediamo nulla. La stessa tecnologia che oggi rivela tardigradi nei deserti antartici è quella che, modificata, viaggerà su Europa o Encelado a cercare cugini molto più lontani. Mi fa una certa impressione pensare che lo strumento che ci insegnerà a vedere altrove sia stato perfezionato qua, perchè potessimo guardare la terra sotto i nostri piedi.
Lo sguardo è del cittadino
Waldman ripete una cosa che vale la pena riportare: comprate un microscopio economico e mettete sotto la lente qualsiasi cosa. Perchè quando la prospettiva tecnologica scende sotto la soglia del prezzo accessibile, la conservazione smette di essere una questione astratta e diventa qualcosa che il singolo cittadino può difendere perché ha visto. Vedere è la condizione del proteggere. Per quasi tutta la storia della biologia questa condizione è mancata; ora, per chi ha 50 euro e un po’ di curiosità, questa possibilità non manca più.
Quanto entrerà davvero nelle case
Orizzonte stimato: 3-7 anni perché microscopi USB con riconoscimento automatico delle specie entrino nei kit accessibili sotto i cento euro.
L’hardware esiste già: bisogna ancora perfezionare il software che traduce quello che vedi in un nome scientifico senza richiedere un dottorato. I primi a beneficiarne saranno le scuole secondarie e i progetti di monitoraggio ambientale comunitario; il sistema della ricerca formale arriverà dopo, perché ha standard di validazione più lenti.
Resta un limite: vedere non significa capire. Un bambino che riconosce un tardigrado non sa ancora cosa ci faccia lì, e quella seconda parte richiede insegnanti, non sensori. Comunque, 30 anni fa per girare un documentario sulla vita microscopica antartica servivano una troupe della BBC e un budget a sei zeri. L’anno scorso una donna ci è andata da sola con sei valigie.
Tra dieci anni sarà un esercizio per studenti del liceo. La natura non è cambiata di un grammo; quello che è cambiato è cosa di lei riusciamo a vedere.