È sabato, il pomeriggio inizia tra qualche ora: sono in un piccolo parchetto di periferia, e sto qua seduto a scrivere, con un occhio allo smartphone e un altro verso uno scivolo (troppo) affollato. Che ci faccio qui? Intanto, rido alle battute della mia piccola Diana, che a 8 anni ha un senso dell’umorismo niente male. E poi mi metto in questo articolo, tipo un ‘cammeo’ come nei film, perché in fondo mi sento un poco parte in causa. Già, perché se mi guardo intorno, capisco che scene come la mia sono ordinarie. Anzi: qui c’è un mucchio di papà più giovani di me e molto più coinvolti. Lo avreste mai detto? Siamo al punto d’arrivo della lunga transizione evolutiva alla monogamia maschile, su cui gli antropologi ragionano da decenni.
E allora diamo i numeri: secondo il Pew Research Center, nel 2016 i padri americani dedicavano in media otto ore a settimana alla cura dei figli, contro le due ore e mezzo del 1965. In Italia le ore sono 9,8. Un dato, in sostanza, triplicato in sole due generazioni. E continua a salire: le analisi più recenti parlano di oltre ottanta minuti al giorno per i trentenni con figli piccoli. È una vera e propria mutazione comportamentale.
Nello stesso periodo, gli antropologi hanno provato a costruire una storia che spieghi da dove arriva questo fenomeno. Una storia un po’ scomoda, perché parte da un assunto che pochi divulgatori amano ripetere ad alta voce: per gran parte della nostra preistoria, ai maschi non conveniva occuparsi dei figli.
L’idea l’aveva messa nero su bianco Sergey Gavrilets nel 2012, dalle pagine di PNAS. I nostri antenati ominidi erano promiscui: per un maschio, investire tempo ed energie a difendere una sola femmina e i figli condivisi era una pessima strategia: se lui andava a procacciare cibo, qualche concorrente furbo gli portava via la paternità. Il rapporto investimento/rendimento era pessimo. Conveniva spargere i geni il più possibile e lasciare che si arrangiasse chi capitava.
Era un classico dilemma sociale. Gavrilets ha provato a infilare la via d’uscita dentro un modello matematico, con due mosse contemporanee: guardiamole insieme, vi va?
Gli ultimi della classe e la scelta femminile
La prima mossa è controintuitiva. Secondo il modello, la transizione non parte dai maschi alfa, ma da quelli in fondo alla gerarchia: quelli che nelle popolazioni di scimpanzé non si accoppiano quasi mai, perché vengono surclassati dai dominanti. Per loro, smettere di competere con la forza e cominciare a portare cibo e protezione a una singola femmina era l’unica giocata sensata: quella “me la gioco facendo a botte” era già persa in partenza.
Gavrilets la chiama self-domestication: la specie si auto-addomestica passando dalla competizione fisica a quella basata su chi è il miglior accudente.
La seconda mossa è dal lato femminile. A un certo punto, le femmine hanno cominciato a scegliere: meglio un maschio che porta cibo tutti i giorni, o uno che vince i duelli e poi sparisce? Questa è stata la rivoluzione vera: una rivoluzione nata dalla scelta, non dalla forza.
Quattro anni dopo il modello di Gavrilets, Ryan Schacht e Adrian Bell hanno aggiunto un dettaglio che mancava. Il loro lavoro, pubblicato su Scientific Reports nel 2016, sostiene che la transizione si è consolidata quando le femmine fertili sono diventate minoranza. Cioè quando? Quando è comparsa la menopausa e abbiamo cominciato a vivere più a lungo.
Le donne smettono definitivamente di concepire intorno ai cinquanta (spesso un pochino prima), gli uomini producono spermatozoi fino in tarda età: nel pool delle persone fertili, in un dato momento, i maschi sono semplicemente di più.
Quando i maschi sono troppi rispetto alle femmine disponibili, la guardia gelosa di una compagna diventa più conveniente del giro di accoppiamenti casuali.
I due modelli matematici
Pubblicazione 1: Sergey Gavrilets, “Human origins and the transition from promiscuity to pair-bonding”, pubblicato su PNAS (2012). DOI: 10.1073/pnas.1200717109.
Pubblicazione 2: Ryan Schacht, Adrian V. Bell, “The evolution of monogamy in response to partner scarcity”, pubblicato su Scientific Reports (2016). DOI: 10.1038/srep32472.
Dati chiave: entrambi i modelli partono da popolazioni di tipo scimpanzé e simulano l’effetto di tre strategie maschili (multiple-mating, mate-guarding, parental care) al variare del rapporto fra sessi fertili. La transizione al pair-bonding emerge robustamente solo se le femmine cominciano a preferire i soggetti più accudenti. Schacht-Bell aggiungono l’effetto demografico della menopausa.
Monogamia maschile: una teoria plausibile, non una prova
Voglio sottolinearlo, anche se non ci sarebbe bisogno: questi sono modelli. Sono equazioni con parametri, assunti che si possono discutere. Nessuno di noi ha visto un ominide del Pleistocene cambiare strategia di corteggiamento. Quello che i modelli mostrano è che, partendo da popolazioni ragionevolmente simili a quelle dei nostri antenati, la decisione di arrivare alla monogamia maschile è un punto di arrivo raggiungibile anche senza bisogno di chiamare in causa la religione, la morale o la cultura. Bastano tre ingredienti: maschi che non riescono a competere, femmine che cominciano a preferire chi si prende cura di loro, e uno squilibrio demografico fra sessi fertili.
C’è un piccolo dettaglio che i divulgatori entusiasti tendono a saltare, e che invece io sottolineo anche a rischio di far incazzare qualcuno. Il modello di Gavrilets prevede che le femmine, nel nuovo regime, diventino “largamente fedeli”. Certo, non del tutto. Una quota di accoppiamenti fuori coppia resta, perché serve a ottenere “buoni geni” dai maschi dominanti, ma senza perdere il soggetto più “protettivo”. La teoria, in sostanza, dice che il pair-bonding ha funzionato anche grazie a un margine di infedeltà femminile tollerato dal sistema: cosa che, ne converrete, suona meno romantica del previsto.
E poi c’è, come sempre, il prezzo da pagare per le scelte fatte. La self-domestication ha pacificato i gruppi (meno duelli mortali, meno infanticidi), ma ha introdotto un’asimmetria nuova: l’uomo controlla la donna perché ha investito su di lei, e la fedeltà femminile è il pegno del contratto. Tutta l’antropologia del matrimonio degli ultimi diecimila anni si capisce meglio leggendola da qui. Un po’ come quando in azienda subentra un investitore e all’improvviso ci sono regole sulla presenza in ufficio.
I papà millennial chiudono il cerchio?
Torniamo a questo piccolo parco giochi, nel frattempo è quasi ora di pranzo. Allora, dicevamo: le rilevazioni più recenti parlano di più di ottanta minuti al giorno per i trentenni con figli piccoli. Confrontato con la mezz’ora scarsa del 1965, è un cambiamento avvenuto ad una velocità che il pair-bonding originario, partito centinaia di migliaia di anni fa, non ha mai conosciuto. Su Futuro Prossimo avevamo già osservato il fenomeno dal lato sociologico; il lavoro sul gene agouti nei topi ha aggiunto che la paternità attiva è anche un interruttore biologico, perlomeno nei roditori.
Quello che mancava era la “cornice lunga”: Gavrilets e Schacht ci dicono che il padre coinvolto non è un’invenzione del marketing moderno, ma il prolungamento di una mossa evolutiva cominciata tanto tempo fa, magari in qualche savana africana. Quello che i modelli non spiegano è perché il prolungamento ora abbia accelerato così tanto, e perché proprio adesso.
Un’ipotesi sensata? Per la prima volta nella storia, in larghi pezzi del mondo industrializzato, la sopravvivenza dei figli non dipende solo da cose materiali: servono altre cose, e quelle altre cose richiedono presenza. Il maschio “accudente” di Gavrilets ha trovato un nuovo modo di accudire: essere presente, sorridere e confortare, e magari ridere (di gusto) alle battute della sua bambina.
Monogamia maschile, il controsenso alla fine della fiera
Vale la pena tenere a mente una contraddizione: Schacht e Bell spiegano la nascita del pair-bonding con la scarsità di femmine fertili. Ma oggi, nei paesi a fertilità sotto soglia, è il numero di figli a essere scarso, non quello dei potenziali partner. I modelli costruiti per spiegare il passato funzionano male sul presente, e nessuno ha un buon modello evolutivo per i contesti dove la domanda non è “come trovare una compagna” ma “perché devo farci dei figli”. Magari serviranno altri 30 anni di modelli e simulazioni. Magari le farà chi adesso, intorno a me, in un parco di periferia, sta facendo girare una giostrina.
Nel frattempo, sulla monogamia maschile resta in piedi la storia raccontata da Gavrilets e Schacht: una rivoluzione cominciata dagli “ultimi della classe”, completata dalla scelta delle femmine, e accelerata dalla menopausa.
La giostra gira. Trecentomila anni dopo, fa nove ore alla settimana. Le donne sono oltre le 14 ore: in fatto di accudire, messi da parte gli entusiasmi, abbiamo comunque ancora da imparare.