Sembra una ciotola gigante appoggiata sopra il tetto di una scuola. Questo perché, in effetti, è esattamente una ciotola gigante appoggiata sopra il tetto di una scuola, e serve (servirebbe) a raccogliere acqua piovana in una regione dell’Iran: la provincia di Kerman, dove piove meno di un terzo della media mondiale e l’evaporazione supera di tre volte quella globale.
Concave Roof, questo il nome del progetto, non lo ha inventato la settimana scorsa qualcuno seduto in un bar del Namib mentre osservava uno scarabeo. È un’idea partita addirittura nel 2016. Lo studio che lo ha disegnato, BMDesign di Teheran, ne ha aggiornato la pagina giusto un anno fa, nel 2025, migliorando ulteriormente le stime. Bene: ma nel frattempo, di scuole con tetti a scodella nel deserto iraniano non se ne è ancora vista nessuna.
La cosa merita di essere raccontata con calma, perché è uno di quei casi in cui il futuro appare in una rivista di architettura, riceve applausi, viene candidato a un premio importante, e poi si mette a sedere ad aspettare. Nove anni sono tanti. Posso dire tranquillamente: troppi.
Come funziona il tetto che raccoglie acqua piovana
I nostri tetti sono fatti per liberarsi dell’acqua il più in fretta possibile: pendenze e grondaie, conoscete il meccanismo, no? Bene. Qui l’idea è ribaltata. Sul tetto c’è una “zuppiera” larga, con pareti molto ripide, che rallenta le gocce, le raccoglie, e alla fine le convoglia verso un punto di stoccaggio prima che il sole del deserto se le riprenda. In condizioni di piovosità normale (forse) non cambierebbe molto. In una regione dove la pioggia è merce rara, ogni litro salvato dall’evaporazione conta.
C’è poi la seconda funzione, quella che il progetto rivendica come vera intuizione. Sotto la scodella esterna gli architetti hanno messo un secondo tetto, più tradizionale. I due non si toccano: tra loro corre uno strato d’aria che ventila. La “zuppiera” in alto (scusate, non trovo altri nomi) prende sole e ombreggia il tetto vero. In pratica, un climatizzatore passivo che ha anche funzioni da cisterna. Ispirazione dichiarata: lo scarabeo del Namib, che condensa sul dorso la nebbia mattutina e la fa scivolare in bocca. Le stesse superfici di notte si raffreddano e catturano rugiada, quantunque la resa dichiarata resti sulla carta.
Concave Roof in breve
Progettisti: BMDesign Studios (Teheran), architetto responsabile Babak Mostofi Sadri. Progetto per una scuola primaria a 6 aule, Jiroft, provincia di Kerman, Iran meridionale. Area edificio 720 m².
Numeri dichiarati: superficie di tetto concavo 923 m². Precipitazione media stimata 193 mm/anno, resa di raccolta 60%. Nella prima presentazione del 2016-2017: 28 m³ di acqua piovana l’anno. Nella pagina aggiornata nel 2025: 106 m³. Il progetto è stato candidato agli Aga Khan Awards for Architecture. Cantiere: mai aperto.
La cronologia, senza sconti
Il progetto entra nella stampa di settore tra fine 2016 e inizio 2017: ArchDaily, Dezeen, Designboom lo trattano come “proposta futura” per un concorso di scuole in area arida. Le stime di allora parlano di 28 metri cubi l’anno di pioggia raccolta. Segue la candidatura all’Aga Khan Award, che è il riconoscimento più serio nel mondo dell’architettura islamica, e poi il silenzio. Nel 2025 lo studio iraniano riscrive la pagina del progetto sul proprio sito e i numeri cambiano: 106 metri cubi l’anno, quasi quattro volte tanto, con nuova motivazione basata sui modelli di raccolta in area arida di Brad Lancaster. Nessuna scuola, nel frattempo, è stata costruita. Per assurdo, un progetto premiato ha aggiornato le stime prima di aggiornare i cantieri.
C’è un motivo di attualità che complica ogni discorso sulla realizzazione in Iran. Il paese è uscito da un anno di scontri diretti con Israele, sta facendo a missili in faccia con gli USA e continua a operare sotto sanzioni che pesano su import di materiali, membrane tecniche e ingegneria di dettaglio. Costruire una scuola sperimentale con doppia copertura membranata a Jiroft, in questo momento, non è la priorità di nessuno a Teheran. Ci sta. Il punto è un altro, e mi permetto di sollevarlo: negli ultimi nove anni sono passati due presidenti Usa, un’intera pandemia e mezza carriera di chi legge. Il progetto sarebbe stato replicabile, come gli stessi architetti hanno scritto fin dall’inizio, in qualsiasi area arida del pianeta. Nord Africa, Golfo, Cile settentrionale, Australia interna, sud della penisola arabica. Nessuno ha alzato la mano. Come quando vediamo le piazze italiane concepite già senza alberi chiediamo: perchè?
Perché soluzioni così restano su carta?
Le ragioni si intuiscono leggendo tra le righe. Un tetto a scodella pesa più di uno piano, richiede una membrana impermeabile speciale per resistere al vento e all’irraggiamento continuo, va manutenuto (una ciotola raccoglie anche sabbia e polvere, non solo pioggia). Il costo iniziale è più alto di una copertura tradizionale, e chi commissiona una scuola in area rurale iraniana difficilmente ha il margine per un investimento che si ripaga in decenni. Servono un committente pubblico convinto, o un mecenate, o un progetto pilota finanziato dall’estero: nessuno dei tre si è presentato.
C’è anche una questione più scomoda, che il progetto non affronta e nessuno gli ha chiesto di affrontare: l’acqua piovana raccolta da 923 metri quadrati di tetto in una zona dove piove 193 millimetri l’anno è utile alla scuola, ma non risolve la crisi idrica di Kerman. È un gesto di autonomia locale, non una risposta di sistema. Utilissimo per la singola comunità, marginale per il bilancio idrico regionale. La raccolta di acqua dall’aria del deserto soffre della stessa scala: funziona bene per l’utenza individuale, meno per intere città.
Il paragone che manca, e che vale la pena fare, è con altre tecniche passive di raccolta ispirate alla natura: le reti di nebbia cilene funzionano da vent’anni, il condensatore a piume del 2023 è già in test sul campo, gli idrogel che catturano umidità dall’aria hanno prodotti sul mercato. Concave Roof no. Il salto dalla rivista al cortile della scuola non è mai avvenuto, e il curriculum degli altri suggerisce che il tetto della zuppiera aveva anche un problema di forma: bello da vedere, difficile da industrializzare.
I tempi realistici, oggi
Orizzonte stimato: almeno 5 anni, forse mai su scala industriale.
La forma concava è replicabile con membrane tecniche già disponibili, ma richiede un committente disposto a pagare il prezzo. In Iran, tra sanzioni e ricostruzione post-conflitto, la finestra è chiusa a breve, forse medio termine. Fuori dall’Iran, il progetto ha bisogno di essere adottato da un altro studio o da un ente di ricerca in area del Golfo, Nord Africa o Australia. I primi a beneficiarne, se qualcuno partisse ora, sarebbero comunità rurali di 200-400 persone dove la scala della raccolta ha senso. Il resto è marketing di sostenibilità.
Rileggo la pagina di BMDesign aggiornata a metà 2025 e trovo la stessa energia del 2016, con la sola differenza dei numeri più alti. Come se in nove anni non fosse successo nulla, e come se il compito di trasformare un concept in cantiere non spettasse a chi il concept lo ha firmato. Forse è così che funziona l’architettura, forse no. So solo che il famoso scarabeo del Namib, in nove anni, di rugiada ne ha bevuta parecchia. E la acqua piovana raccolta dal tetto a scodella progettato per la scuola di Jiroft, invece, non ha ancora bagnato niente.
A Teheran adesso hanno altri pensieri per la testa, ed è comprensibile. La domanda vera è per gli altri: chi realizzerà, se mai lo farà, la prima scuola con il tetto a ciotola, prima che la pagina venga aggiornata un’altra volta?