Se raccogli acqua nella miniera di Schlema-Alberoda, chiusa nel 1990 e da allora sommersa, il primo giorno la vedrai gialla: dopo 130 giorni, invece, sul fondo delle bottiglie si forma un precipitato nero, mentre l’acqua sopra resta limpida. Tra questi due momenti, c’è qualcosa che ha lavorato in silenzio, senza che nessuno lo guardasse. Dei batteri, alimentati a glicerolo, hanno cominciato a mangiarsi l’uranio disciolto nell’acqua di una delle più grandi miniere della vecchia Germania dell’Est.
La miniera Wismut GmbH, in Sassonia, ha smesso di estrarre minerale con la riunificazione tedesca. Da allora richiede bonifiche costose e trattamenti continui dell’acqua che l’ha invasa, a duemila metri di profondità, quasi senza ossigeno. Un ambiente ostile, ma con un intero ecosistema microbico che ci vive dentro, e che secondo un nuovo studio pubblicato su Nature Communications potrebbe aver trovato, per conto proprio, un modo per rendere l’acqua meno pericolosa.
Come diavolo fanno i batteri a stabilizzare l’uranio disciolto?
Il gruppo guidato da Evelyn Krawczyk-Bärsch, del centro di ricerca HZDR di Dresda, insieme all’Università di Granada, aveva già osservato che alcuni batteri usano l’uranio disciolto per il proprio metabolismo quando hanno accesso al glicerolo come fonte di carbonio. La novità di questo studio è che i batteri in questa miniera convertono l’uranio in uno stato pentavalente, una configurazione rara e instabile mai osservata prima in condizioni naturali. In questo stato, l’uranio si lega più facilmente ad altri elementi. Combinato con ferro e ossigeno forma un composto chiamato FeU(V)O4, che gli scienziati conoscevano già in laboratorio, ma non sapevano potesse formarsi così, in acqua, grazie a organismi viventi.
Dopo 130 giorni di incubazione, nei campioni resta solo il 5% dell’uranio disciolto in partenza. Il resto si era incorporato nelle pareti cellulari dei batteri, in una proporzione insolitamente alta della forma pentavalente. Proprio quella che, una volta essiccata ed esposta all’ossigeno.

Una soluzione che può interessare anche altri Paesi?
La contaminazione da uranio non è un problema solo tedesco. Stati Uniti, India, Canada, Francia, Sudafrica e Australia hanno registrato, in acque superficiali o di falda, concentrazioni superiori alla soglia di sicurezza di 0,03 milligrammi per litro. Da tre decenni si esplora la cosiddetta “bioremediation” come alternativa più economica ai trattamenti chimico-fisici tradizionali. Gli studi sul campo hanno già mostrato riduzioni sostanziali di uranio senza produrre i fanghi tossici secondari tipici dei metodi convenzionali.
Qui però resta un dettaglio che gli stessi autori non nascondono. Il processo è stato identificato in un solo scenario geochimico specifico, quello della miniera sassone: è “ampiamente applicabile” ad altre acque contaminate, scrivono, ma resta da capire quanto. Krawczyk-Bärsch lo mette ancora più chiaramente. Bisogna ancora studiare fino a che punto questi batteri possano davvero rendere l’uranio innocuo per scopi di bonifica reale, non solo in vasca da laboratorio.
Lo studio di Krawczyk-Bärsch e Newman-Portela
Pubblicazione: Newman-Portela et al., “Bacterial stabilization of uranium in contaminated mine water”, pubblicato su Nature Communications (2026).
Quanto manca prima di usarli davvero
Orizzonte stimato: dai 7 ai 12 anni, forse mai su scala industriale.
Il passaggio da provetta a miniera reale richiede condizioni controllate su volumi enormi d’acqua, non solo su qualche bottiglia da laboratorio.
Nel 2023 vi ho raccontato il legame tra fertilizzanti e uranio nelle falde acquifere: un problema che si aggiungeva, non si risolveva. Qui la direzione si inverte, ed è la stessa logica che muove il biomining con virus modificati per estrarre terre rare, ovvero usare organismi viventi al posto della chimica industriale pesante. Non è nemmeno la prima volta che i batteri puliscono cose lasciate indietro dall’uomo. Lo fanno persino con le sculture rinascimentali di Michelangelo.
L’uranio è tossico per quasi tutto. Non per questi batteri, che lo intrappolano nella parete cellulare e lo rendono innocuo, dimodoché una miniera abbandonata da trent’anni continui a fare, da sola, un lavoro che nessuno le ha chiesto.
