Gene Hwang lavora da vent’anni al Children’s National Hospital di Washington, in un reparto dove si incontrano i casi più difficili dell’oncologia pediatrica: bambini con un tumore cerebrale per cui, fino a poco tempo fa, c’era ben poco da offrire oltre alle cure palliative. È un lavoro che insegna a misurare le parole, perché le famiglie che arrivano lì hanno già sentito troppe promesse non mantenute. Per questo quello che Hwang ha detto di recente, parlando di un gruppo di suoi pazienti, è così bello e commovente nella sua semplicità.
Perché ha semplicemente detto, Hwang, che li sta vedendo crescere giorno dopo giorno, ed è “davvero meraviglioso” vederli fare le cose che fanno normalmente i bambini della loro età. Non è la frase di circostanza che si dice per consolare una stanza d’aspetto: è l’osservazione di chi, fino a poco fa, quei bambini li vedeva quasi sempre andarsene entro l’anno.
Il trial si chiama ReMIND ed è guidato da Catherine Bollard, immunologa e direttrice della ricerca su cancro e immunologia al Children’s National. La squadra ha arruolato 33 bambini e giovani adulti con alcuni fra i tumori cerebrali più difficili da trattare in età pediatrica: il glioma pontino intrinseco diffuso da un lato, tumori del sistema nervoso centrale recidivanti o refrattari dall’altro.
“Per questi bambini non c’è nient’altro”, dice Bollard: sono diagnosi per cui, semplicemente, non esistono terapie di seconda linea affidabili.
Come funziona questa terapia cellulare
La tecnica si chiama TAA-T, terapia con cellule T mirate ad antigeni tumorali. In pratica: si preleva sangue del paziente, si isolano i linfociti T (le cellule del sistema immunitario che riconoscono e attaccano bersagli specifici) e li si allena in laboratorio a colpire tre proteine (WT1, PRAME e survivina) che compaiono spesso sulla superficie di questi tumori. Le cellule addestrate vengono poi reinfuse per via endovenosa, e da lì devono fare un percorso tutt’altro che scontato: attraversare il flusso sanguigno e raggiungere il cervello.
La differenza rispetto alla terapia CAR-T, già usata con buoni risultati contro le leucemie e sperimentata anche su tumori cerebrali di adulti, è tecnica ma non da poco: qui non c’è nessuna modifica genetica dei linfociti. Le cellule T restano quelle naturali del paziente, solo selezionate e moltiplicate. Meno invasivo, dicono i ricercatori, e forse anche più sicuro: nella quasi totalità dei casi, gli effetti collaterali più comuni sono stati stanchezza e mal di testa. Ma “quasi totalità” non vuol dire “tutti”, e su questo vale la pena di tornare.
I numeri che contano, oltre l’entusiasmo
Mi permetto di rallentare un attimo, perché i comunicati stampa tendono a semplificare. Sui 51 pazienti arruolati nello studio, sono 33 quelli effettivamente infusi con la terapia: 11 su 16 nel gruppo con la diagnosi di glioma pontino, 18 su 28 in quello dei tumori recidivanti senza linfodeplezione, e 4 su 7 in quello con linfodeplezione. Il resto non ha completato il percorso, per motivi che lo studio non dettaglia articolo per articolo. E un paziente ha avuto un evento avverso di grado 5, cioè fatale, legato al trattamento: edema cerebrale e insufficienza respiratoria in un bambino idrocefalo. Le cose vanno dette tutte: per il rispetto di chi legge.
Detto questo, i risultati che restano sono comunque notevolissimi per uno studio di fase 1, disegnato principalmente per verificare sicurezza e non efficacia. Nel gruppo con il glioma pontino, la sopravvivenza mediana dalla diagnosi è stata di 13,7 mesi, con un caso arrivato a 32. Nei gruppi con tumori recidivanti, tre pazienti sono vivi senza malattia a 31,8, 41,2 e 51,6 mesi dall’infusione, uno di loro con una risposta completa. Sono percentuali piccole su numeri piccoli. Ma per tumori che, storicamente, non lasciano scampo quasi a nessuno, anche tre casi su trentatré cambiano la conversazione.
“Non stiamo saltando dalla gioia dicendo che ce l’abbiamo fatta”, ha detto Tim Hassall, oncologo pediatrico al Queensland Children’s Hospital in Australia, non coinvolto nello studio. “Ma è incoraggiante, ed è un passo avanti nella comprensione di come usare le terapie cellulari contro i tumori cerebrali.” Anche Bollard ammette che non è ancora chiaro perché la terapia abbia funzionato bene per alcuni bambini e per nulla per altri: la variabilità biologica dei tumori resta il problema aperto.
Lo studio ReMIND, dati essenziali
Pubblicazione: Gomez et al., “Multi-antigen-targeting T cells in pediatric central nervous system tumors: a phase 1 trial”, pubblicato su Nature Medicine (30 giugno 2026). DOI: 10.1038/s41591-026-04449-9. Trial registrato come NCT03652545.
Cosa succede adesso
Il gruppo di Bollard non si è fermato al primo trial. Sono già partiti due studi successivi. Nel primo, la terapia cellulare viene combinata con una tecnica a ultrasuoni che apre temporaneamente la barriera emato-encefalica, nel tentativo di far arrivare più cellule T nel cervello. Nel secondo, ogni tumore viene sequenziato geneticamente prima del trattamento, per addestrare le cellule T sugli antigeni specifici di quel singolo paziente: una versione su misura della stessa idea.
Vale la pena ricordare che, quando Futuro Prossimo ha parlato della terapia CAR-T su tre pazienti adulti con glioblastoma, il tono era già di cauto ottimismo per un primo passo. Due anni dopo, la stessa cautela si applica qui, con un dettaglio in più: questa volta il campione è dieci volte più ampio, e riguarda direttamente i bambini, non gli adulti.
Quanto manca prima che diventi una cura vera
Orizzonte stimato: dai 5 ai 10 anni, chissà se anche per i casi più aggressivi.
Servono trial di fase 2 su numeri più ampi, e soprattutto serve capire perché la terapia funzioni per una minoranza di pazienti e non per gli altri: senza quella risposta, resta uno strumento promettente ma imprevedibile.
Per vent’anni non abbiamo praticamente spostato l’ago della bilancia sulla sopravvivenza di questi tumori cerebrali pediatrici. Vedere aprirsi un’area terapeutica del tutto diversa è qualcosa che fa impressione.
Non è la cura, ma è la prima crepa in un muro che sembrava non incrinabile.