Forse il paziente sul lettino prima della colonscopia non lo sa, ma porta con sé un’altra “biopsia”, fatta di trilioni di cellule che non sono sue. Sono batteri, virus, funghi: è il microbiota intestinale, l’insieme dei microrganismi che vivono nel nostro tubo digerente. Per anni li abbiamo trattati come spettatori, al massimo come testimoni dei guai. Uno studio appena uscito su Cancer Biology & Medicine, firmato dal gruppo di Jun Yu alla Chinese University of Hong Kong, li promuove a coautori del tumore. Il rapporto fra microbiota e colon ne viene fuori come un meccanismo che serve conoscere presto e bene, per correre ai ripari.
Il cancro al colon-retto in Italia fa 34.000 nuovi casi l’anno ed è la seconda causa di morte per tumore. Lo screening con la provetta delle feci, fra i cinquanta e i settantaquattro anni, abbassa la mortalità del 20-30%. Una bella fetta, ma non basta.
Capire chi sono i complici batterici della malattia significa scoprirla prima, e magari un giorno toglierli di mezzo.
I batteri che tagliano il DNA, in pratica
Partiamo dal più cattivo della lista. Certi ceppi di Escherichia coli, quel batterio che tutti abbiamo nell’intestino e che di solito è innocuo, producono una sostanza che si chiama colibactina. È un veleno chimico che taglia il DNA delle cellule della parete del colon, lasciando una specie di firma. In poche parole, una cicatrice molecolare riconoscibile.
Bene, gli autori della review riportano che più del 12% dei tumori del colon-retto porta questa firma. Uno su otto è un numero che, detto in famiglia, si capisce bene: significa che in tanti casi il cancro non parte da una cellula impazzita da sola, ma da una cellula a cui un inquilino ha tagliato il manuale di istruzioni.
Poi c’è Fusobacterium nucleatum, un batterio che di solito sta in bocca (gengive). Quando arriva nell’intestino e attecchisce sul tumore, si attacca alle cellule come una cozza allo scoglio, le spinge a moltiplicarsi e blocca le difese immunitarie. Lavora anche “da remoto”: lo stesso batterio è stato pizzicato in altri tumori, e questo dovrebbe far pensare ai nostri dentisti più di quanto già facciano.
Terzo nome, Bacteroides fragilis nella variante tossica: produce una proteina che danneggia le cellule del colon e attiva l’infiammazione cronica, il brodo di coltura preferito di ogni tumore.
Non conta solo se ci sono, ma anche cosa fanno
Qui sta lo scarto rispetto a dieci anni fa. Una volta si contavano i batteri buoni e cattivi come si conta un censimento condominiale: chi abita dove. Oggi si guarda anche cosa cucinano in casa. La review chiama questa svolta multi-omica, un parolone che vuol dire incrociare quattro letture diverse contemporaneamente: i geni dei batteri, quali geni del nostro corpo accendono o spengono, come modificano il nostro DNA senza toccarlo (epigenetica) e quali piccole molecole producono mangiando ciò che gli arriva dal piatto.
Un esempio concreto? Il butirrato è un acido grasso che certi batteri buoni producono quando arriva loro fibra alimentare. Frutta, verdura, legumi: ecco perché il medico insiste. Quel butirrato protegge le cellule del colon e tiene a bada i geni che favoriscono il tumore. Quando il microbiota si squilibra, e gli scienziati la chiamano disbiosi, i batteri produttori di butirrato calano e quelli dannosi crescono. La parete del colon resta scoperta. Il piatto, qui, è davvero medicina.
Altro caso: gli acidi biliari secondari, prodotti dai batteri quando trasformano la bile. Uno in particolare, l’acido desossicolico, sembra spegnere i linfociti T che dovrebbero ammazzare le cellule tumorali. In quel caso batterio non causa direttamente il cancro: addormenta la guardia che dovrebbe fermarlo. Una pratica criminale piuttosto sofisticata, per un essere un organismo unicellulare.

Il punto scomodo dello studio su microbiota e colon
Yu e colleghi sono onesti su un fatto che le ricerche di settore tendono a dribblare. Tutto questo sapere oggi è ancora un mosaico fatto di tante associazioni statistiche e poche prove causali: si, sappiamo che il F. nucleatum abbonda nei tumori più aggressivi, sì. Sappiamo che predice una prognosi peggiore nei pazienti del sottotipo CMS4 (quello che resiste di più alle terapie), circa il doppio del rischio di esito sfavorevole. Ma chi ha causato che cosa, esattamente, in che ordine, in che paziente?
Studi su animali germ-free e organoidi (mini-intestini coltivati in laboratorio) stanno provando a separare i complici dai responsabili principali, e manca ancora un po’, forse un bel po’, dal lavoro finito.
Poi c’è un dettaglio matematico che pochi divulgano e che lo studio mette in chiaro. I dati del microbiota sono composizionali: misurano le percentuali, non le quantità assolute. Se in una provetta cresce un batterio, gli altri sembrano calare, anche se in realtà non si sono mossi. Tradurre questi dati in causa-effetto richiede modelli statistici complessi e tante coorti di pazienti diverse.
Per i grandi numeri italiani, e per un test delle feci che includa firme batteriche oltre al sangue occulto, mancano ancora gli studi multicentrici che chiudono il cerchio.
La review di Hong Kong, in breve
Pubblicazione: Yinghong Lu, Jun Yu, “Microbiota-host interaction in colorectal cancer: emerging computational technology, multi-omics integration, and mechanisms”, pubblicata su Cancer Biology & Medicine (2026). DOI: 10.20892/j.issn.2095-3941.2025.0762.
Dati chiave: oltre il 12% dei tumori del colon-retto mostra la firma genetica della colibactina di E. coli; F. nucleatum raddoppia circa il rischio di prognosi peggiore nel sottotipo CMS4; il gene oncosoppressore TP53 è alterato nel 43% dei casi e i metaboliti batterici come l’acido gallico possono trasformarlo da freno ad acceleratore del tumore.
Microbiota e colon: cosa cambia, per chi legge
Essenzialmente vanno tenute a mente tre cose, in ordine di vicinanza. Prima: la dieta resta lo strumento più potente che abbiamo. Fibre, verdure, legumi nutrono i produttori di butirrato; carni rosse e ultra-trasformate ingrassano i complici. Seconda: l’igiene orale conta più di quanto i dentisti dicano. Un batterio della bocca che colonizza un tumore intestinale è un dato che spiazza, e c’è. Terza: i test del microbiota fecale arriveranno, e probabilmente affiancheranno la colonscopia, non la sostituiranno.
Per chi è già curioso, esistono già trapianti di microbiota in pillole per altre malattie intestinali, e il salto al colon-retto è il passo successivo.
Quando passerà dal laboratorio al medico di base
Orizzonte stimato: almeno 5 anni per i primi test diagnostici basati su firme batteriche del microbiota colon, integrati allo screening attuale; almeno 10 anni per terapie mirate a togliere di mezzo i batteri “complici” o a ripopolare l’intestino con quelli buoni.
Servono coorti italiane: oggi gran parte dei dati arriva da Cina, Stati Uniti, paesi nordici, dove diete e microbiota sono diversi dai nostri.
Quando la zia, la prossima volta, ci dirà che mangia lo yogurt “perché i fermenti fanno bene”, converrà che reagiamo con molta meno sufficienza, perché non ha tutti i torti. Anzi: aveva qualche decennio di anticipo sui ricercatori di Hong Kong.