Ci ho pensato per due giorni interi e ancora mi sembra la barzelletta del secolo. Le stesse aziende che stanno riversando quantità industriali di testo generato dall’IA sul web, quelle che stanno rendendo Google più difficile da usare di un mercatino delle pulci, quelle che ci hanno regalato le “AI Overviews” con le allucinazioni in prima pagina, adesso pagano oro per i libri vecchi di carta, meglio se precedenti al 2022. Perché? Perché sono l’unica cosa rimasta al mondo strutturalmente garantita libera dalla spazzatura IA. Ossia dalla spazzatura che loro stesse producono. Riletto tre volte, funziona sempre: è la storia del cane che si morde la coda ma il cane, in questo caso, la coda se la sta proprio cucinando.
Un mercato che nessuno aveva previsto
A far uscire la storia è stato un pezzo di 404 Media di oggi, e la fonte principale è quasi comica: ISBNdb, un database bibliografico nato nel 2001 per aiutare librerie e biblioteche a gestire il magazzino, oggi rivende alle aziende IA lotti di libri fisici da 1.000 fino a 1 milione di pezzi per ordine. Un milione di libri per ordine, avete capito bene. Con contratto di riservatezza blindato, chiaramente, perché (cito loro) “il problema di immagine è reale”. Sul loro sito, tradotto dal marketese che da pubblicitario ben conosco, c’è scritto pressappoco questo: i libri di carta pubblicati prima del 2022 sono strutturalmente puliti dalla contaminazione dei modelli generativi. Vale a dire: prima ancora che ChatGPT iniziasse a inondare il web di pastocchi somiglianti a testo, quei libri erano già lì, immobili sugli scaffali. Nessuno li ha potuti manomettere.
Il caso pilota è quello di Anthropic. Nella causa per violazione di copyright intentata da un gruppo di autori è emerso che l’azienda ha comprato milioni di libri usati, li ha spediti a una società di scansione chiamata Datamation, e lì i volumi sono stati letteralmente sventrati: taglierina idraulica sul dorso, pagine dritte nello scanner, e i resti spediti in un centro di riciclo. Il giudice federale William Alsup, nel 2025, ha stabilito che tutto questo è fair use, proprio perché il libro originale veniva distrutto: una copia digitale al posto di una fisica, senza duplicazione, senza rivendita. Legalmente perfetto. Sul piano etico (già, l’etica tanto cara a Dario Amodei) un macello.
C’erano un libraio, un pallet di libri vecchi e un napoletano (io)
La parte che mi ha colpito di più del pezzo di 404 Media è la testimonianza di un libraio americano specializzato in titoli stranieri. Vende libri vecchi online da anni: in una buona settimana ne piazzava pure una ventina. Da aprile ne vende centinaia, a compratori anonimi, spesso a prezzi molto sopra il valore di mercato. “È il tipo di cosa che ti aspetti dalle aziende IA”, dice. Lo dice lui, eh? Io non mi azzardo. “Hanno così tanti soldi che non guardano nemmeno al prezzo.” E aggiunge un dettaglio che mi ha fatto storcere la bocca: gli ordini non hanno un tema. Comprano di tutto, purché abbia un codice ISBN. Le sue vendite di libri rari senza ISBN, invece, sono ferme come sempre. Il che ci dice una cosa: non stanno costruendo una biblioteca, stanno costruendo un dataset. La differenza non è sottile.
I numeri della corsa alla carta
Anthropic: oltre 2 milioni di libri comprati e distrutti nell’ambito del progetto interno “Panama” (2024-2025), stando ai documenti emersi in causa. ISBNdb: ordini bulk fino a 1 milione di volumi per singolo cliente, con NDA obbligatorio. Sentenza chiave: giudice William Alsup, corte federale californiana, 2025. La distruzione fisica del libro rende la scansione digitale “chiaramente trasformativa” ai fini del fair use. Fonte primaria: isbndb.com/print-books-for-ai-training.
Il cortocircuito, spiegato bene
Vent’anni fa un’industria che triturava due milioni di libri sarebbe finita sui giornali con toni da rogo della biblioteca di Alessandria. Oggi scivola via così, nel caldo (insopportabile) di un pomeriggio di luglio, e chi ne parla lo fa con la voce di chi commenta un fatto tecnico. Il rovescio, però, è che questa corsa alla carta è la confessione più chiara che le aziende IA potessero fare sulla qualità del loro stesso prodotto. Perchè, signori, per come la vedo io se scavassero nel proprio output invece che nei nostri scaffali, addestrerebbero modelli peggiori dei precedenti. È il fenomeno che i ricercatori chiamano model collapse, e che i creator digitali conoscono a memoria: quando l’ecosistema si autofagocita, tutto scivola verso il basso. La carta pre-2022 è la prova che c’è un “prima” del quale hanno bisogno per continuare a produrre il “dopo”.
C’è anche un’ironia geografica, così la storia è completa: le biblioteche pubbliche di mezzo mondo, USA in testa, non comprano quasi più libri per mancanza di fondi. Nel frattempo, le aziende IA li comprano per distruggerli. Il capitale che fino a ieri non c’era per il servizio pubblico, oggi c’è per il tritatutto. Nessuno lo dice con questi termini, ma il travaso di risorse è quello, e anche questo per me (e sicuramente per i lettori di Futuro Prossimo) non è un dettaglio da poco.
La cosa che continuo a rimuginare, chiudendo la finestra del browser, è che quei libri pre-2022 sono una risorsa finita. Non se ne producono di nuovi, per definizione. Quando saranno stati tutti comprati, scannerizzati e mandati in riciclo, cosa succederà? Chi verrà dopo l’ultimo pallet? Il web nel frattempo continua a riempirsi di spazzatura sintetica, gli autori vivi imparano a “avvelenare” i propri testi per rendersi indigesti agli scraper, e la carta vecchia sta lì.
Pronta ad un “Farenheit” digitale.