Da ragazzino, nei primissimi anni ottanta, le tempeste solari per me erano qualcosa di scandinavo e fiabesco, perché le associavo alle aurore boreali viste nei documentari di Quark (si, il programma di Piero Angela non si chiamava ancora SuperQuark). Poi nel 2003 ho assistito ai primi casi di tempeste che mandano in tilt un sistema di navigazione aerea: per la prima volta al mondo un’autorità aeronautica (quella USA) avvisò i piloti di dosi eccessive di radiazioni sui voli commerciali. Ora un nuovo studio del Goddard Space Flight Center della NASA pubblicato su Nature dice che gli scenari peggiori, quelli che immaginiamo accadano solo una volta ogni mille anni, potrebbero essere ancora più cattivi. Perché quelle onde le abbiamo sempre misurate nel posto sbagliato.
Per decenni abbiamo creduto che il pianeta avesse una specie di scudo automatico, un tetto oltre il quale l’energia del vento solare smetteva di trasferirsi al campo magnetico terrestre. Il paper firmato da Nithin Sivadas, David Sibeck e Maria Walach dice che quel tetto era un artefatto statistico. Il colpevole ha un nome tecnico che, nei fatti, pesa come un macigno: regressione verso la media.
Tempeste solari: un milione di miglia di margine, e di errori
I satelliti che tengono d’occhio il Sole stazionano al punto di Lagrange L1, a circa un milione e mezzo di chilometri da noi. Da lì possono avvisare in anticipo. Il problema è che le loro misure hanno un rumore statistico: ai valori estremi, la lettura tende a essere gonfiata rispetto al vento solare che poi davvero investe la ionosfera. Sui grafici questo fa sembrare che la Terra “smetta di reagire” oltre una certa soglia. In realtà stai confrontando la risposta terrestre con un dato di partenza sistematicamente sovradimensionato. E il tetto sparisce.
Sivadas e colleghi hanno messo a confronto oltre un milione di misurazioni del vento solare con i dati raccolti da vicino dai satelliti THEMIS, MMS e DoubleStar. Alla fine hanno scoperto che non c’era nessun limite fisico: quel “tetto” nei grafici era solo il segno di un errore nel modo in cui venivano campionati i dati. “Di solito pensiamo che la verità stia più o meno dove si trova la misura,” ha spiegato Sivadas. “Ma la teoria della probabilità ci dice che tende a spostarsi da una parte.”
Il paper di Sivadas e Walach
Pubblicazione: Sivadas, Sibeck, Subramanyan, Walach et al., “Regression to the mean can explain saturation of geomagnetic storms”, pubblicato su Nature (2026). DOI: 10.1038/s41586-026-10757-4.
Dati chiave: oltre un milione di misurazioni del vento solare a L1 confrontate con osservazioni ravvicinate di THEMIS, MMS e DoubleStar. Nessuna prova statistica di un limite superiore al trasferimento energetico dal vento solare alla ionosfera polare. Fonte: NASA Goddard, 15 luglio 2026.
Quali tempeste solari dobbiamotemere davvero?
Le più temute sono sul modello dell’evento Carrington del 1859, quando i telegrafi europei e nordamericani presero fuoco e le aurore scesero fino alla Florida. La tempesta geomagnetica estrema di maggio 2024 ci ha ricordato che il rischio è concreto. Chi costruisce infrastrutture critiche lavora con delle soglie: oltre quel valore, si diceva, la ionosfera smette di reagire proporzionalmente. Adesso sappiamo che quella soglia non esiste.
Chiariamo: il rischio numerico non è cambiato. È “solo” (per modo di dire) cambiato lo scenario peggiore su cui dobbiamo tarare i trasformatori, i satelliti in orbita bassa, i sistemi GPS ed altri dispositivi. Per questo gli operatori satellitari stanno guardando con crescente attenzione a soluzioni come uno scudo al plasma proposto per la difesa planetaria, o robe che fino a ieri sembravano fantasie da laboratorio.
Tempeste solari: mancano dati, non ipotesi
Walach solleva un punto che vale rileggere due volte. Gli eventi da mille anni sono rari per definizione. Un milione di misurazioni sembrano tante, finché non ti serve calibrare la coda della distribuzione: là i punti si contano sulle dita di una mano. La conclusione onesta dello studio è che non abbiamo prove statistiche di un limite superiore. Una sfumatura enorme rispetto al certificare che gli effetti saranno sicuramente peggiori.
Nel 2023 la NASA presentava un sistema con 30 minuti di preavviso su una tempesta solare. Ora il paper dice che quei 30 minuti potrebbero descriverci un fenomeno diverso da quello che si materializza sopra i poli. Meno male che la finestra c’è: bisogna capire come usarla meglio.
I tempi delle contromisure
Orizzonte stimato: almeno 5 anni per una revisione strutturale degli standard di resilienza (griglie elettriche continentali, costellazioni satellitari, aviazione polare). Ogni ciclo solare massimo, che arriva ogni 11 anni circa, è un test.
Cosa serve: nuove misurazioni per calibrare i modelli sulla realtà. Sono già in cantiere delle missioni dedicate, ma serve tempo, e l’adeguamento delle reti, viste le nuove stime, costerà un bel po’ in più.
Vent’anni fa, quando Futuro Prossimo era appena nato, la questione delle tempeste solari trovava posto nelle riviste specialistiche. Oggi tocca reti elettriche di venti Paesi, un’economia digitale che vive di GPS, ed una popolazione di satelliti in orbita bassa raddoppiata in 5 anni che continua a crescere.
Il rischio è cresciuto perché siamo più esposti, non perché il Sole è più cattivo. Ma non c’è mai stato un limite, adesso lo sappiamo, a quanti danni ci può fare.