Una scatola di metformina costa, in farmacia, tra i 4 e i 20 dollari al mese. È lo stesso principio attivo che un endocrinologo prescrive per il diabete di tipo 2 da più di sessant’anni, sicuro, generico, senza brevetto. Ed è anche, secondo un numero crescente di ricercatori, uno dei farmaci anti-invecchiamento più promettenti che abbiamo mai avuto sotto mano.
Eppure non esiste, ancora oggi, un solo studio clinico rigoroso che dimostri se la metformina (o la rapamicina, l’altro nome che circola in questo campo) allunghi davvero la vita umana. Non per mancanza di dati preclinici: nei topi, gli effetti si vedono da anni. Manca il resto: gli studi sull’uomo che dovrebbero confermarlo restano un’eccezione, non la regola. Perché?
Il trial che aspetta da un decennio
Il caso più clamoroso ha un nome e un acronimo: TAME, Targeting Aging with Metformin. Tremila adulti tra i 65 e i 79 anni, sei anni di monitoraggio, l’obiettivo di capire se la metformina ritarda l’insorgenza delle malattie legate all’età. La American Federation for Aging Research lo insegue da più di dieci anni, in cerca di “donatori visionari” che coprano i costi. Al 2026, il trial è tecnicamente registrato, ma ci sono zero pazienti arruolati. Zero, ripeto.
Nel frattempo qualcuno si è mosso lo stesso, ma altrove: il governo americano ha finanziato con 38 milioni di dollari il trial VITAL-H, che testa rapamicina, dapagliflozin e semaglutide con fondi pubblici, non industriali. In poche parole, dove il mercato non arriva, arriva lo Stato (con budget comunque minuscoli rispetto a quelli farmaceutici).
La matematica che nessuno vuole dire ad alta voce
Alla dodicesima edizione dell’ARDD, il meeting sull’invecchiamento organizzato ogni anno all’Università di Copenaghen, alcuni dirigenti dell’industria hanno finalmente spiegato il motivo senza troppi giri di parole. Un trial di fase 3 costa centinaia di milioni di dollari: un’azienda recupera quella cifra solo se detiene un monopolio di brevetto sul farmaco.
La metformina è generica dal secolo scorso: chiunque può produrla, nessuno ne trae margini sufficienti a coprire lo studio che ne proverebbe l’efficacia.
C’è poi un secondo ostacolo, più burocratico che scientifico: l’invecchiamento non è classificato come malattia da nessuna agenzia regolatoria. Le assicurazioni non rimborsano una cura per “diventare vecchi”, quindi il mercato assicurativo che finanzierebbe indirettamente il trial semplicemente non esiste. Due porte chiuse, una dietro l’altra.
La strategia che l’industria sta effettivamente perseguendo è un’altra, ed è tanto elegante quanto rivelatrice: testare farmaci nuovi, brevettati, per malattie specifiche, misurando en passant anche i biomarcatori dell’invecchiamento, come gli orologi epigenetici. Se quei dati bastano a convincere i regolatori a riconoscere l’età come condizione trattabile, il mercato si aprirà, ma per il farmaco costoso e coperto da brevetto, non per la pillola da quattro dollari.
Ricorda da vicino quello che è già successo con l’obesità: una condizione considerata per decenni una questione di stile di vita, diventata malattia rimborsabile solo quando sono arrivati i GLP-1 a fare da traino commerciale.
Cosa dicono davvero i numeri
Fonte: dichiarazioni raccolte al 12° meeting ARDD (Aging Research and Drug Discovery), Università di Copenaghen, pubblicate su RealClearScience il 16 luglio 2026.
Quanto manca a una risposta vera
Orizzonte stimato: almeno 7 anni: forse mai, se l’entità dei finanziamenti resta questa.
Serve prima di tutto un finanziatore disposto a spendere senza aspettarsi un ritorno da brevetto: un governo, una fondazione, un consorzio di filantropi. Il primo giro va a chi già oggi si automedica off-label, seguito da un medico, sulla base dei dati preclinici: una scommessa personale, non una terapia validata. Il dettaglio che ridimensiona tutto: anche se la metformina funzionasse quanto sperato, l’industria avrebbe comunque zero interesse a dimostrarlo, perché non c’è nulla da vendere in esclusiva.
Detto questo, qualcosa si muove comunque, un po’ per accumulo. Quest’anno l’Università del Texas a San Antonio ha ottenuto fondi dal National Institute on Aging per uno studio randomizzato su circa 84 anziani, dosaggio quotidiano o intermittente di rapamicina contro placebo, per sei mesi. Piccolo, se paragonato ai tremila pazienti di TAME. Ma è un passo, e in un campo fermo da un decennio anche un passo piccolo si nota.
Vabbè, si potrebbe dire: la scienza trova sempre la strada, prima o poi. Vero, probabilmente. Ma “prima o poi” in questo campo significa già un decennio buttato, e altri dieci anni davanti a noi con la risposta che sta lì, a portata di ricetta, e nessuno che abbia i soldi per andarsela a prendere.