Cosimo Bambi (chi ride per il nome viene bannato, vi avviso) insegna fisica teorica all’università Fudan di Shanghai, e da anni si occupa di come mettere alla prova la relatività generale vicino a un buco nero, in condizioni che sulla Terra non si possono replicare.
A luglio Bambi (ok, se qualcuno ha sorriso un po’ lo capisco, ma ora SERI) ha depositato su arXiv un preprint con un titolo che è già mezza risposta: “Una missione spaziale verso il buco nero più vicino alla Terra: realtà o fantascienza?”. 36 pagine di calcoli, in fondo alle quali c’è un piano concreto: un chip da un grammo, una vela di dieci metri quadrati, un laser che spinge tutto a un terzo della velocità della luce in diciassette minuti. Manca solo una cosa: sapere dove andare.
Il buco nero più vicino che conosciamo è troppo lontano
Si chiama Gaia BH1, sta nella costellazione dell’Ofiuco e dista 1.560 anni luce. Con la tecnologia del preprint di Bambi, una sonda impiegherebbe cinquemila anni per arrivarci. È fuori discussione. Il paper però tira fuori un calcolo che cambia lo scenario. Nella Via Lattea galleggiano circa cento milioni di buchi neri stellari, di cui il 92% isolato, senza compagna che li illumini per riflesso. Facendo il conto della densità, ne dovrebbe esistere uno ogni 52.000 anni luce cubici. In pratica, è statisticamente ragionevole che ce ne sia uno entro 20-25 anni luce dalla Terra. Non ci farebbe nulla a quella distanza, per essere chiari. Però non lo sappiamo trovare, ecco tutto.
Bambi suggerisce di stanarlo osservando la radiazione emessa quando attraversa le nubi interstellari locali e ne inghiotte il gas, con le analisi multi-lunghezza d’onda che abbiamo oggi. Può funzionare?
Un grammo di hardware e un laser da fantascienza applicata
I razzi chimici sono fuori dai giochi per la “tirannia dell’equazione del razzo”: impiegherebbero millenni. L’unica opzione teoricamente sensata è una vela solare spinta da laser. Il chip da un grammo alloggia navigazione, strumenti e comunicazione; la vela è un metamateriale dielettrico da 10 metri quadrati. Il laser da terra la accelera a un terzo della velocità della luce in un quarto d’ora scarso, poi la vela si stacca e il chip vola per sessant’anni. Impossibile rallentare all’arrivo: sarà un flyby, dati raccolti alla massima velocità e sparati verso casa. Poi ci vorranno altri 20-25 anni perché arrivino. Insomma, la missione durerebbe più degli ingegneri che la progettano: 80-100 anni in tutto.
L’archivio racconta la traiettoria: nel 2020 raccontammo le sonde in schiuma di carbonio, nel febbraio 2025 il Caltech testava i primi “trampolini di luce” per la propulsione fotonica, e a settembre dello stesso anno Breakthrough Starshot, il programma da cento milioni di dollari di Yuri Milner nato per portare una vela laser ad Alpha Centauri, è stato chiuso. Avete capito bene: la scommessa migliore su questo tema non c’è più.
Se ci vogliono 80-100 anni per andare verso il buco nero e mandarci i dati, perché non abbiamo provato a mandare un sonda già nel 1985?
Volete la risposta corta o la risposta lunga? Vabbè, ve le dò entrambe.
La risposta corta: negli anni Ottanta non esistevano metamateriali dielettrici (roba post-2000), laser fase-array per propulsione spaziale, o chip da un grammo capaci di navigare da soli (i primi ChipSat sono del 2011, da Cornell). Il piano Bambi presuppone delle tecnologie che allora non c’erano nemmeno come concetto ingegneristico maturo.
La risposta lunga è come sempre più interessante, particolarmente in questo caso: perché, vedete, un piano c’era davvero. Nel 1978 la British Interplanetary Society chiuse il Project Daedalus: prevedeva una sonda gigantesca (ben 450 tonnellate), un sistema di propulsione a fusione nucleare con elio-3 raccolto per vent’anni dall’atmosfera di Giove, e un viaggio di cinquant’anni verso la stella di Barnard. Costo stimato: intorno a un decimo del PIL globale.
Ovviamente, nessuno ha mai pagato questo preventivo. E a dirla tutta, anche la sonda di Bambi, tecnologia a parte, ha lo stesso problema politico. Chi finanzia una missione i cui risultati arriveranno nel 2125?
Il preprint di Bambi in sintesi
Pubblicazione: Cosimo Bambi (Fudan University), “A Space Mission to Earth’s Nearest Black Hole: Reality or Science Fiction?”, preprint su arXiv (luglio 2026). Non ancora peer-reviewed.
Dati chiave: 100 milioni di buchi neri stellari stimati nella Via Lattea, 92% isolati; densità di uno ogni ~1.500 parsec cubici; candidato più vicino ipotizzato a 20-25 anni luce dalla Terra (non ancora identificato). Sonda: chip da 1 grammo + vela dielettrica 10 m² spinta da laser a c/3 in 17 minuti. Missione: 60-70 anni di viaggio + 20-25 di ritorno dati.
I tempi realistici, se mai partirà
Orizzonte stimato: nessun lancio prima di 50-80 anni, forse mai.
Prima serve trovare un buco nero abbastanza vicino (oggi zero candidati), poi ricostruire l’industria della propulsione fotonica che Starshot lasciò a mezz’aria, poi costruire un laser spaziale da svariati gigawatt, poi convincere qualcuno a firmare un assegno per dati che arriveranno quando i firmatari saranno morti.
La conferenza internazionale sul progetto è prevista per l’estate 2027, e sarà il primo termometro serio.
Bambi lo scrive senza troppi giri: la sua missione, oggi, è “realtà o fantascienza” al 51 contro 49. La parte scientifica del piano regge in piedi da sola: la parte umana è più fragile, come sempre.
Nessuno ha mai finanziato uno strumento sapendo che non ci sarebbe stato per vedere cosa avrebbe misurato: un peccato, se pensate che tante grandi opere “terrestri” (penso, ad esempio, alle grandi Cattedrali) sono sopravvissute ai loro progettisti. Questo spirito oggi si è un po’ perduto: e forse è proprio questo il vero limite.