“Sarebbe fantastico se diventasse impermeabile solo quando piove, per poi tornare traspirante.” Justin Beardsley, dell’Università di Sydney, commenta così un tessuto vivente appena presentato su Science Advances dal team di Ke Li, alla Chinese Academy of Sciences. Un tessuto che non si tesse: si coltiva. E lo si coltiva partendo da un fungo che in natura infetta i bruchi e li usa per riprodursi.
Il fungo si chiama Cordyceps militaris, per chi ha visto The Last of Us è quello che nella serie trasforma gli umani in zombie. Nella realtà è meno teatrale: parassita coleotteri e lepidotteri, non tocca gli esseri umani, ed è già coltivato in Cina come ingrediente della medicina tradizionale. Solo che ora, invece di finire in capsule, entra in stampi da laboratorio e diventa una stoffa.
Come si coltiva un tessuto vivente
La procedura, semplificata, è questa. Si fa crescere il micelio in coltura liquida nella forma di piccoli pellet sferici. Poi si lavano questi pellet e si versano in uno stampo, dove le ife si intrecciano fra loro e formano un foglio continuo. Nessuna maglia esterna di supporto, nessuna rete polimerica: sono i pellet stessi a diventare struttura.
Il risultato, però, così com’è, resta rigido e fragile: serve un ammorbidente. Il team di Ke Li lo immerge nel glicerolo, un plasticizzante che rende la trama flessibile senza sfibrarla. A quel punto il materiale ricorda una pelle morbida più che un cotone: denso, non fibroso, con una superficie che assomiglia a un foglio non tessuto. L’odore di fungo appena preparato c’è, ammette Li a New Scientist, ma dopo lavaggio e trattamento cala a un lieve retrogusto di fermentazione. Poi il colore: niente tintura chimica, ma lieviti ingegnerizzati che producono pigmenti arancioni e blu direttamente sul tessuto, oltre a un viola. La biologia fa da tintore.
Auto-riparazione e altri trucchi microbici
Se la “stoffa di fungo” si strappa, basta applicare pellet freschi e umidi sulla lacerazione: le ife ricrescono e chiudono il buco. In condizioni secche le cellule restano dormienti e non succede nulla. Con umidità e nutrienti, alcune si risvegliano. Stesso meccanismo che rende il tessuto biodegradabile: interrato nel terreno, sparisce quasi del tutto in poco più di quaranta giorni.
Aggiungendo altri microbi, le funzioni cambiano. Uno strato di Aspergillus niger (la muffa che si vede sulla frutta che lasciamo marcire) forma sulla superficie un velo scuro ricco di melanina, che assorbe i raggi UV. Un’altra combinazione respinge le gocce d’acqua e trasforma il foglio in una specie di autopulente. È un ecosistema microbico programmato, non un tessuto in senso classico. Un po’ come tenere un piccolo giardino addosso, con la differenza che il giardino, nel dubbio, si stira anche.
Il vestito che nessuno ha ancora indossato
Con questo tessuto vivente il gruppo di Ke Li ha effettivamente cucito un abito, lo vedete nelle foto di questo articolo. Lo dichiara nel paper, lo mostra in foto. C’è però un dettaglio: nessuno lo ha ancora indossato. “L’abbiamo trattato come un pezzo da esposizione, ed è stato realizzato in una taglia piccola”, spiega la ricercatrice.
“Forse la prossima volta troveremo qualche volontario minuto e avventuroso, per vederlo in movimento.”
La biodegradabilità che lo rende interessante, del resto, è anche il suo tallone d’Achille. Come nota Beardsley, un tessuto che sparisce nel terreno in quaranta giorni non è necessariamente quello che vuoi addosso mentre corri a prendere l’autobus.
Nel 2023 vi ho raccontato la promessa dei tessuti di micelio auto-riparanti come uno degli scenari più curiosi della moda sostenibile. La distanza tra quella promessa e questo esperimento è, in sostanza, un abito in vetrina e uno studio fatto e finito. Un progresso vero, ma ancora precedente a un capo indossabile. Nel frattempo, la fast fashion continua a produrre montagne di rifiuti tessili che nel terreno non spariscono affatto, e le alternative già a scaffale, come le pelli vegane da scarti agricoli, restano nicchie. Un abito da esposizione taglia small, per adesso, non sposta l’ago.
Il lavoro di Ke Li e colleghi in breve
Pubblicazione: Ke Li et al., “Living textile from Cordyceps militaris with programmable properties”, pubblicato su Science Advances (2026). DOI: 10.1126/sciadv.aed6937.
Dati chiave: base Cordyceps militaris in pellet, plasticizzante glicerolo, coloranti da lieviti ingegnerizzati (arancione e blu, più il viola), UV-protezione via Aspergillus niger. Auto-riparazione con pellet freschi. Biodegradazione quasi completa nel terreno in poco più di 40 giorni. Un abito taglia small realizzato, mai indossato. Sede: Chinese Academy of Sciences.
Da qui a un abito vero, quanto manca
Orizzonte stimato: almeno 8 anni per un capo di nicchia realmente indossabile, forse mai per la produzione di massa.
La biologia del fungo funziona già. A restare sul tavolo è una contraddizione fra le due promesse: un tessuto che sparisce in 40 giorni quando interrato deve resistere a pioggia e sudore mentre lo si porta, e anche ai lavaggi. Servirà una modalità “attiva/dormiente” controllabile e un sistema di conservazione, insieme a qualcuno disposto a finanziare la ricerca su un capo che per definizione non dura. In prima fila ci sono i settori dove la durata breve è un vantaggio: gli usa-e-getta ospedalieri e gli imballaggi tecnici, insieme, e i costumi da esposizione a parte.
La moda quotidiana verrà, se verrà, molto dopo: il capo di Ke Li vale in laboratorio quanto un prototipo di auto elettrica del 1996 valeva nei saloni: dimostra che si può fare, non che si farà presto.
Resta però una cosa curiosa in questa storia. Un fungo che nella cultura pop è diventato il simbolo dell’apocalisse zombie, qui finisce a fare da armadio sostenibile per una collezione mai indossata.
Se il prossimo Cordyceps famoso sarà un tessuto vivente e non un contagio, un pezzetto di credito lo daremo a chi ha scelto di coltivarlo in laboratorio invece di guardarlo in televisione.