Chris passava i turni di notte controllando la pressione di dieci pazienti in terapia intensiva. Segnalava ai colleghi infermieri quando qualcosa non tornava: un farmaco non somministrato, un valore fuori scala. Lavorava per un ospedale americano, ma lo faceva da a Manila, a più di 13mila chilometri di distanza, e tra il 2020 e il 2023 ha cambiato una dozzina di lavori così, sempre da remoto, sempre per strutture negli Stati Uniti. Un pattern che Futuro Prossimo aveva già incontrato altrove: nei robotaxi Waymo, ad esempio, dove gli operatori remoti che intervengono quando il software si blocca lavorano in gran parte da Manila, non dagli USA.
“Non siamo infermieri, siamo più delle assistenti infermieristiche”, ha raccontato a Rest of World, che gli ha lasciato usare uno pseudonimo per via degli accordi di riservatezza. “Non decidevamo noi le cure, informavamo solo che la pressione era alta. Sta a loro dare i farmaci.” Un dettaglio che a molti pazienti americani, probabilmente, non è mai stato detto con questa chiarezza.
Il fenomeno ha un nome tecnico, infermieristica virtuale, e una scala che sta crescendo in fretta: negli USA mancano quasi 80mila infermieri registrati, un buco che nessun corso accelerato riesce a colmare in tempo utile.
Cosa fanno davvero gli infermieri virtuali, e quanto costano
Migliaia di infermieri e assistenti filippini, assunti come contractor indipendenti da aziende sanitarie americane, monitorano pazienti in terapia intensiva, verificano coperture assicurative, gestiscono cartelle cliniche, processano trasferimenti, chiamano i pazienti per ricordare gli appuntamenti.
Alcuni datori pretendono la licenza infermieristica americana, altri si accontentano di una qualsiasi laurea in ambito medico. Lavorano perlopiù di notte, da casa o da un piccolo ufficio, e guadagnano tra 5 e 10 dollari l’ora. Un infermiere registrato negli USA ne guadagna in media più di 45.
Alice (altro nome di fantasia), infermiera licenziata a Quezon City, prendeva circa 100 dollari al mese in un ospedale filippino. Dal 2019 lavora come coordinatrice per un’azienda di telemedicina in California, occupandosi di salute mentale e dipendenze. Guadagna 5 dollari l’ora: per lei è cinque volte più di prima.
“Abbiamo questa clinica virtuale che funziona come una hall, dove i pazienti fanno il check-in e noi li smistiamo verso la stanza Zoom del professionista giusto”. Il personale è quasi tutto filippino, con qualche eccezione ispanica per i pazienti di lingua spagnola.
Claire, coordinatrice clinica per un’azienda dell’Illinois specializzata in cure primarie a domicilio per anziani, ha iniziato dopo un solo giorno di formazione video. Dalla sua casa a Davao chiamava fino a 27 nuovi pazienti a Chicago in un giorno, raccogliendo storie cliniche e polizze assicurative per capire di quale medico avessero bisogno.
Il conto che nessuno vuole fare ad alta voce
Gli ospedali americani risparmiano fino al 70% sui costi del personale affidandosi a infermieri virtuali e assistenti remoti filippini. Molti però non lo dicono apertamente: alcuni “etichettano in bianco” i lavoratori remoti facendoli passare per dipendenti diretti, altri temono le reazioni del pubblico se si scoprisse quanto lavoro clinico viaggia via cavo fino a Manila.
Le Filippine sono tra le prime fonti mondiali di personale infermieristico dagli anni Sessanta, e oggi più di un quarto degli infermieri immigrati registrati negli Stati Uniti viene da lì. Il settore sanitario in outsourcing ha impiegato circa 210mila persone a tempo pieno nel 2025, per un giro d’affari di 4,5 miliardi di dollari: quasi il 30% erano infermieri o altri professionisti medici.
I lavoratori vengono spesso assunti senza colloqui, controlli approfonditi dei precedenti o formazione strutturata, secondo un rapporto dell’AI Now Institute che solleva dubbi sulla sicurezza dei pazienti. Il modello, comunque, si sta espandendo anche in India, Colombia e Messico.
La stessa logica, delegare la sorveglianza diretta a un livello intermedio (umano o artificiale) per liberare tempo al personale clinico, è già emersa altrove: nei robot caregiver per pazienti con demenza, la domanda su chi risponde in caso di errore è la stessa.
E in Europa?
In Italia e nel resto d’Europa il telenursing esiste già, ma è un animale diverso. La FNOPI partecipa dal 2024 a un progetto finanziato dall’Unione Europea proprio su questo tema, e il PNRR italiano (DM 77/2022) ha messo soldi e normativa sulla teleassistenza territoriale: si tratta però di infermieri che seguono da remoto i propri pazienti cronici, non di contractor esteri che monitorano pazienti mai visti di persona per conto di un ospedale che non li assume direttamente.
La differenza non è cosmetica. Il modello offshore americano funziona perché uno stato USA può riconoscere una licenza infermieristica rilasciata altrove e perché il paziente resta fisicamente negli Stati Uniti mentre i suoi dati viaggiano.
In Europa la portabilità della licenza tra sistemi sanitari nazionali è più rigida, e il trasferimento di dati clinici fuori standard GDPR verso contractor extra-UE apre un fronte legale che nessun ospedale ha interesse ad affrontare per risparmiare quattro euro l’ora. Il trend arriva, ma nella versione “infermiere di comunità che segue da remoto i suoi pazienti”, non in quella “turno notturno delegato a Manila per 7 dollari l’ora”. Almeno per ora.
Uno studio da un ospedale vero, non da un comunicato
A differenza di molti pezzi su questo tema, qui c’è anche uno studio peer-reviewed a dare struttura al racconto. Al Mount Sinai Hospital di New York, un pilota di infermieristica virtuale su un reparto di medicina e chirurgia avviato a febbraio 2024 ha dato agli infermieri virtuali accesso completo alle cartelle cliniche elettroniche per gestire ammissioni, dimissioni ed educazione del paziente, tramite smart TV, telecamere a muro e speaker nel cuscino.
Il personale in corsia, secondo l’analisi qualitativa pubblicata su JMIR Nursing, ha riportato meno carico amministrativo, compiti clinici svolti senza interruzioni, meno straordinari. “È uno strumento imperfetto, ma la carenza di mani è abbastanza seria da giustificarlo”, dice Ksenia Gorbenko, autrice dello studio.
Lo studio Mount Sinai in breve
Pubblicazione: Ksenia Gorbenko et al., “Virtual Nursing Pilot in the Inpatient Setting: Qualitative Evaluation”, pubblicato su JMIR Nursing (2026). DOI: 10.2196/76994.
Dati chiave: pilota su reparto Med-Surg da 1.110 posti letto, avviato febbraio 2024, fornitore Banyan Medical Solutions. Interviste semi-strutturate con staff e leadership, analisi tematica iterativa.
Nessuna differenza rilevata su sicurezza ed esiti clinici rispetto a reparti senza infermieristica virtuale, secondo studi comparabili citati dagli autori (Mayo Clinic).
Nico Uba, segretario generale del sindacato Filipino Nurses United, guarda il fenomeno da un’altra prospettiva, quella di chi resta in patria.
“Se non possono andare all’estero, il nursing da remoto è la scelta migliore, perché gli stipendi locali sono troppo bassi”, dice. “Poi però gli ospedali locali restano a corto di personale e sovraccarichi.”
Orizzonte stimato: già qui, in espansione per i prossimi 3-7 anni. Non è tecnologia da aspettare, è un modello di lavoro che si sta consolidando adesso.