Steve Bannon, dal suo podcast “War Room”, ha detto nell’ottobre 2025 una frase che ha fatto molto rumore: “Trump sarà presidente nel 2028, la gente deve abituarsi”. Alla domanda sul come, visto che il ventiduesimo emendamento vieta il terzo mandato, ha risposto vago: “C’è un piano, lo sveleremo al momento giusto”. Bannon esagera per mestiere, ma il messaggio non era per gli avversari. Era per il partito repubblicano, e in particolare per JD Vance e Marco Rubio, che al 2028 ci pensano ogni giorno. Le elezioni di mid-term del 2026 sono la porta d’ingresso di questo scenario, e Trump ha già chiaro cosa vuole farne dei suoi due anni finali. Vediamo se riusciamo a intercettarne le intenzioni?
Allora: il paradosso raccontato in questi mesi qua e là da fonti dirette nella cerchia presidenziale, è molto semplice (e molto antipatico da digerire, almeno per i democratici USA): al presidente non importa un fico secco di vincere le mid-term. Preferirebbe, certo. E sa che probabilmente non sarà così. Sta di fatto che i suoi consiglieri raccontano che l’esito lo lascia sostanzialmente indifferente, e per una ragione precisa: qualunque sia il Congresso che uscirà dalle urne di novembre, sarà più fedele a lui di quello attuale.
Dopo le mid-term un Congresso più MAGA, comunque vada
La spiegazione è aritmetica prima che politica. Al Senato, i critici storici del presidente usciranno di scena per pensionamento o sconfitta, e la classe entrante è già stata selezionata sul campo dallo stesso Trump. Se i repubblicani terranno la maggioranza, i MAGA presiederanno commissioni chiave con fedelissimi come Mike Lee (Utah), Ron Johnson (Wisconsin) e Rick Scott (Florida). Alla Camera, il presidente già fa da speaker di fatto: le poche voci fuori dal coro come Thomas Massie in Kentucky e Marjorie Taylor Greene in Georgia (una “pentita”, inizialmente fedelissima a Trump) stanno per essere sostituite da candidati che hanno vinto le primarie grazie al suo endorsement.
Detto altrimenti: il presidente uscirà dalle mid-term con un partito più compatto attorno a sé, a prescindere dai numeri. E i numeri, in una fase come questa ed in un contesto del genere, contano meno di quanto raccontino i talk show italiani.
La partita vera è il 2028, e ha già due nomi
Il fuoco si sposta subito dopo novembre sulla successione. La Casa Bianca sta ragionando da mesi su un ticket JD Vance-Rubio: il vicepresidente in testa, il segretario di Stato come vice. Nessuno dei due potrà rompere apertamente col capo mentre è ancora capo, e nessuno dei due, a leggere i loro comunicati, sembra averne l’intenzione. Rubio ha già detto pubblicamente che se Vance corre per la Casa Bianca, lui non lo sfiderà. Vance, dal canto suo, ripete che parlerà con Trump del proprio futuro solo dopo le mid-term.
Il presidente flirterà con l’ipotesi di ricandidarsi fino alla fine, vedrete, ma è un artificio di comunicazione: serve a tenere Vance e Rubio al proprio posto, mai troppo sicuri. Nel frattempo osserva chi potrebbe fare da outsider. Qualche nome? Ron DeSantis in Florida, Ted Cruz in Texas, Josh Hawley in Missouri.
Un po’ come è successo nel grande allineamento dei CEO tech dopo la vittoria del 2024, ora tocca ai politici mettersi in fila.
I nomi e le mosse in gioco
Ticket 2028 in pole position: JD Vance (40 anni, vicepresidente) e Marco Rubio (55, segretario di Stato e consigliere per la sicurezza nazionale, primo dopo Kissinger a cumulare i due ruoli).
Concorrenti esterni al “cerchio magico”: Ron DeSantis, Ted Cruz, Josh Hawley. Fonte: Axios, agosto 2026, su cinque persone vicine al presidente.
Agenda 2027: la Casa Bianca sta preparando un pacchetto di proposte da presentare in campagna elettorale, con Trump che accompagnerà personalmente i candidati (fonte: Politico).
La Grazia e i quattrini: le leve dei due anni finali
Ci sono due leve concrete che il presidente userà a piena potenza nei prossimi ventiquattro mesi. La prima è il potere di grazia, che i consiglieri raccontano di considerare “la mia rete di protezione per i miei”. La seconda è la raccolta fondi: un ex collaboratore lo riassume brutalmente, “gli piace il fatto che quando dice a qualcuno di dargli soldi, quelli glieli danno”. Sei potente quanto dice il tuo conto in banca, gli ha spiegato un altro.
A pensarci bene dimenticavo una terza leva, forse la più delicata, e riguarda direttamente il potere di controllo del Congresso sull’esecutivo: cosa succede se il presidente ordina a tutta l’amministrazione, alla famiglia e agli amici di ignorare in blocco le convocazioni parlamentari?
Non datemi del paranoico, per favore: non voglio agitare spauracchi, ma la mia domanda non è retorica. Su questo scenario si concentrano da mesi i costituzionalisti americani, e non hanno una risposta pronta.
Il tema si intreccia con la deriva più ampia dell’accelerazionismo tecno-politico di questi due anni, e con le fantasie di ristrutturazione dello Stato che circolano nei circoli del network state. Mettiamola così: speriamo di non doverne riparlare.
Cosa vedremo, quindi, dopo le mid-term?
Lo ribadisco: Trump uscirà dalle mid-term con ancora più margine di manovra, comunque vada. Avrà a disposizione un Congresso più docile, un partito che non ha alternative, e soprattutto due successori designati che aspettano un suo cenno. La sostituzione della normale legislatura coi decreti esecutivi, iniziata a gennaio 2025, entrerà in una fase nuova: non sarà più la corsa dei primi cento giorni, ma la gestione del potere. Le indagini democratiche, se arriveranno, verranno ignorate e trasformate in materiale di campagna.
Il vero appuntamento è novembre 2028, e la macchina che dovrà arrivarci intatta si sta oliando adesso: chi arbitrerà la corsa è già seduto in tribuna.
E vuole che il palco resti suo anche quando non sarà più suo.