Una startup di Berkeley chiamata Deep Fission vuole calare un reattore nucleare a 1.600 metri sottoterra, nel Kansas. L’aveva detto due anni fa, e l’ha ripetuto a marzo quando hanno acceso le perforatrici a Parsons. Quello che mancava all’appello era una cosa banale, per essere un progetto nucleare da Dipartimento dell’Energia: qualcuno che sapesse costruirlo. La firma con la società specializzata Day & Zimmermann, del 2 giugno, mette quel tassello al suo posto. E ora?
Deep Fission è la stessa azienda di cui avevamo raccontato l’idea originale nel 2024: invece di costruire la cattedrale di cemento armato sopra il reattore nucleare, lo infili in un buco. E non un buco qualsiasi: una perforazione da 76 centimetri di diametro, profonda un miglio (1,6 chilometri), realizzata con le stesse tecniche che l’industria del petrolio usa da decenni. Dentro ci va un piccolo reattore ad acqua pressurizzata da 15 megawatt elettrici, un reattore di tecnologia standard, niente fantascienza esotica.
Perché un miglio sotto, in pratica
A 1.600 metri di profondità succedono due cose che cambiano il conto economico. Prima: la colonna d’acqua sopra il reattore produce naturalmente la pressione di esercizio, 160 atmosfere, quella che in un PWR convenzionale richiede un vessel d’acciaio spesso decine di centimetri, fabbricato in pochi stabilimenti al mondo a prezzi da gioielleria industriale. Quella pressione, qui, te la regala la gravità (di qui il nome del reattore, Gravity). Seconda: la roccia attorno fa da contenimento e da schermatura, dimodoché in superficie restano solo le turbine, lo scambiatore e un’area tecnica da capannone. Niente cupole bianche, niente megastruttura.
L’azienda dichiara un taglio dei costi fino all’80% rispetto al nucleare di superficie, e un costo dell’elettricità sui 5-7 centesimi di dollaro al chilowattora. Sono numeri da brochure, lo sappiamo. Ma il pezzo interessante è un altro: la modularità non è il solito slogan da SMR. La perforazione è standardizzata, il reattore nucleare è standardizzato, l’azienda dice addirittura di poterne mettere fino a cento in un singolo sito industriale. Cento pozzi da 15 MW fanno 1,5 GW: una centrale nucleare grande, su una superficie piccola, fatta di copie identiche di un modulo prodotto in serie.
Il costruttore che mancava
Day & Zimmermann ha quarant’anni di cantieri nucleari, e (particolare non secondario) esperienza di costruzione di centrali a gas sotto certificazione ISO 9001. Serve quest’ultima per la parte di superficie del reattore Gravity: turbogeneratori e scambiatori sono ingegneria da centrale a gas, non da reattore.
Per intenderci: l’economia degli SMR vive di replica seriale. Il primo reattore nucleare costa moltissimo, il decimo costa accettabilmente, il centesimo costa quello che hai promesso. Senza un costruttore strutturato che sappia replicare il processo identico, la curva di apprendimento non parte e il modello salta.
Chi sono i clienti veri
Deep Fission non parla mai di rete elettrica nazionale. Parla di data center, e l’aggancio è esplicito da un anno. Quei. ento pozzi nucleari in un distretto industriale del Kansas non servono a casa tua: servono al campus macina i prompt. È la stessa logica per cui Google, Amazon e Microsoft si stanno comprando reattori loro: il fabbisogno dell’AI non lo regge solo il fotovoltaico, e nessuno vuole tornare al gas. O no?
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 4-8 anni per il primo reattore nucleare commerciale, 10-15 per il sito da 100 reattori “di profondità”.
Il cronoprogramma consegnato al Dipartimento USA dell’energia parla di criticità a luglio 2026 sul prototipo di Parsons, ma “criticità” significa “il pozzo accende la reazione”, non “vende elettricità in rete”. Dalla criticità di un primo pozzo a un sito da 100 reattori commerciali servono permessi che nessuna cosa del genere ha mai ottenuto (è una categoria nuova, non esiste protocollo), serve capitale di scala industriale, e servono clienti contrattualizzati.
I primi a comprarlo saranno, in quest’ordine: prima Microsoft o equivalenti, poi forse qualche industria pesante. Per l’Europa, dove la sola parola “nucleare” attiva quindici anni di dibattito parlamentare, parliamo di “se mai”.
Liz Muller, l’amministratrice delegata di Deep Fission, parla di “momento unico per l’industria nucleare”. Sul punto ha ragione: c’è il vento politico favorevole ovunque, perfino in Italia. Vedremo, fra un anno, se quel buco da 76 centimetri produce elettricità o solo comunicati stampa.