Da bambino, mio nonno materno teneva diversi animali nel terreno accanto alla sua grande casa di Qualiano, che condivideva con gran parte dei suoi figli. La sua non era una fattoria vera, ma per un bimbo di città era la cosa che le assomigliava di più. Andavo a raccogliere le uova la domenica mattina, respiravo tutto quello che c’era da respirare in una stalla, e l’asma che avevo da piccolissimo si è fermato lì, praticamente svanito negli anni a seguire.
Ho sempre pensato che fosse solo fortuna: ora Helmholtz Munich e l’ospedale universitario LMU pubblicano su NEJM Evidence uno studio che identifica nove specie di batteri, con Romboutsia timonensis e Glutamicibacter arilaitensis in testa, e misura quanto proteggono i bambini dall’asma. Due terzi di questo “effetto fattoria”, dicono, viene da lì. E io scopro con qualche decennio di ritardo cosa combinavano quei batteri nel pollaio di mio nonno.
Trent’anni di ipotesi, adesso c’è il nome
L’idea che i figli dei contadini sviluppino meno allergie e asma dei coetanei di città non è nuova. Gira sotto il nome di ipotesi dell’igiene dagli anni ottanta: crescere con troppi disinfettanti e poche vacche intorno alzerebbe la probabilità di reazioni immunitarie sballate.
L’etichetta più stretta, effetto fattoria, è stata coniata dagli epidemiologi europei.
Il problema è che nessuno era mai arrivato a dire quali batteri, di preciso. Solo correlazioni: più stalla, meno asma. Markus Ege, epidemiologo dell’Istituto di prevenzione dell’asma di Helmholtz Munich, e la bioinformatica Giulia Pagani hanno chiuso il cerchio partendo dalla polvere dei materassi.
1000 materassi, 47 stalle di fattoria
Il gruppo ha raccolto campioni di polvere dai materassi di 1.018 bambini in età scolare della Baviera del Sud rurale. In 47 di quelle case, hanno anche prelevato aria dalle stalle delle vacche. Poi hanno sequenziato il DNA dei microbi e confrontato i profili batterici con la storia clinica dei bambini.
Sono saltate fuori nove specie, tutte gram-positive di origine intestinale bovina: dalle budella delle vacche finiscono nella loro cacca, dalla cacca si sospendono nell’aria della stalla, dall’aria della stalla i bambini se le portano a casa attaccate ai vestiti e alle suole.
Nella polvere dei materassi rurali erano il 6% dei microbi totali; nell’aria delle stalle il 25%.
Questi batteri producono metaboliti che attivano un recettore chiamato AhR, coinvolto nella regolazione dell’infiammazione. Attivarlo troppo fa danni; attivarlo il giusto, con dosi moderate come quelle che si respirano in una stalla, innesca una risposta antinfiammatoria che ammorbidisce lo sviluppo di asma e allergie. È la chiave farmacologica che Futuro Prossimo (fatemi prendere questa botta di autostima) vi anticipava quattro anni fa senza avere i nomi in mano.
Il lavoro di Ege e Pagani in breve
Pubblicazione: Pagani, Ege e colleghi, “Bacterial mediators of the farm effect on childhood asthma and allergies”, pubblicato su NEJM Evidence il 2 agosto 2026. DOI: 10.1056/EVIDoa2500271.
Dati chiave: 1.018 bambini rurali della Baviera del Sud, campioni di polvere dai materassi e aria da 47 stalle. Nove specie batteriche identificate, tra cui Romboutsia timonensis e Glutamicibacter arilaitensis. Mediano circa due terzi dell’effetto protettivo contro l’asma e metà dell’effetto per febbre da fieno ed eczema atopico.
Cosa serve prima di vendere in farmacia una “pillola fattoria”
Lo studio è osservazionale. Mostra un’associazione fortissima, ma non prova la causa: servono esperimenti mirati per confermare che dando quei batteri a un bambino cittadino si ottiene davvero la stessa protezione osservata nel figlio del contadino bavarese.
Il campione è una regione europea specifica, con vacche europee, polvere europea. In un pollaio del Sud Italia i profili microbici sono probabilmente diversi.
C’è poi la questione della finestra temporale. L’effetto fattoria funziona nei primi anni di vita, quando il sistema immunitario si sta ancora tarando: presentare gli stessi batteri a un adulto asmatico probabilmente non serve a nulla. Le strategie preventive immaginate dagli autori riguardano bambini piccoli, il che apre un problema regolatorio niente male: come si somministrano batteri gram-positivi a un lattante per prevenire una malattia che potrebbe non arrivare mai?
Da qui alla prevenzione vera, quanto manca
Almeno 7 anni per un intervento pediatrico validato, forse mai come farmaco di massa.
Servono trial randomizzati su neonati, dimostrazione causale del meccanismo, formulazione stabile, approvazione EMA e FDA per un intervento pediatrico preventivo. Il primo beneficio andrà ai sistemi sanitari dei Paesi ricchi, dove l’asma pediatrica è già un costo cronico. Nei Paesi a basso reddito, dove i bambini vivono ancora vicino agli animali di famiglia, il problema non esiste. Il paradosso è tutto qui.
Nel 2021 vi ho parlato di un tappeto di terreno forestale sperimentato in una scuola finlandese per portare biodiversità microbica nei cortili di città: la logica era identica, anticipata di anni. Nel 2025 abbiamo seguito lo studio su Amish e Hutteriti che ha misurato una differenza di sei volte nelle allergie. Adesso, dopo trent’anni di correlazioni, i nomi ci sono.
Resta la questione che nessun paper affronta: se il pollaio di mio nonno faceva quel lavoro e mi ha fatto respirare meglio, la prevenzione più efficace potrebbe non essere una capsula ma una scelta urbanistica.
Riportare pezzi di fattoria dove i bambini crescono, invece di isolare i metaboliti in laboratorio e venderli a novantanove euro al mese. Che dite?